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Il Segnale

March 29th, 2001 by abietto

Moffett Field, California, Centro di Ricerche Ames NASA
16 Agosto 2000 – 18:32 (GMT)

Barry Basher, direttore del progetto Pioneer 10, se ne stava in piedi davanti allo schermo gigante di un computer che mostrava diagrammi di ogni genere, alcuni dei quali assomigliavano a un elettroencefalogramma. John Bosworth, il suo più brillante assistente, un tipo giovane e dall’aria svampita, entrò e chiuse rumorosamente la porta alle sue spalle. Il piccolo studio era stracolmo di strumenti che soltanto un esperto avrebbe saputo classificare.
-Niente da fare, Barry – esordì Bosworth, – non c’è alcuna coerenza nelle trasmissioni degli ultimi giorni. Forse è successo qualcosa alla parabolica, o forse ai circuiti interni di trasmissione.
Basher fece un mugolìo di assenso, rosicchiando la gomma di una matita, mentre continuava imperterrito a osservare i diagrammi che si muovevano sullo schermo.
-Però… – continuò Bosworth.
Come ripresosi da una trance, Basher si girò: -Però cosa?
-Beh… Forse potremmo provare a vedere il problema sotto un diverso punto di vista…
-Cioè? – Una luce di interesse si era accesa negli occhi del direttore. Sapeva che quel tono particolare del suo aiutante in genere anticipava una qualche trovata.
-Sappiamo che P10 non riesce più a inviare messaggi a noi, ma certamente noi possiamo inviare messaggi a lui. Lanciamo un ordine di diagnostica su tutti i livelli e re-inizializziamo il sistema. Se non si tratta di un guasto meccanico irreparabile potrebbe anche funzionare.
-Diamine, bisognerà andare a spulciare di nuovo quei vecchi manuali… Codici di ventotto anni fa.
-Ecco… non sarà necessario. Li ho già controllati. Se vuoi possiamo provare a inviare la trasmissione in qualsiasi momento.
Basher sorrise: -Ero certo che non mi avresti proposto qualcosa del genere senza tutti i preparativi necessari. Ecco cosa stavi facendo in laboratorio ieri sera.
-Già, – disse Bosworth ricambiando il sorriso – che vuoi farci… sono fatto così, tipico Vergine preciso e puntiglioso.
-Va bene, proviamo anche questa. Però, a essere sinceri, penso che ormai il nostro bravo pioniere dello spazio abbia deciso di entrare in pensione…
I due uomini lasciarono la stanza dirigendosi verso il laboratorio. Non nutrivano grosse speranze che quel metodo potesse effettivamente funzionare. Di certo non si aspettavano quello che accadde in seguito.

Madrid, Osservatorio Astronomico Nazionale
28 Aprile 2001 – 17:20 (GMT)

Ricardo Jimenez si alzò bruscamente dalla console sulla quale si era appisolato. Il monitor di fronte a lui mostrava una lucetta verde intermittente in un posto in cui non avrebbe dovuto esserci nessuna lucetta verde. Il computer stava emettendo un fastidiosissimo “beep” che lo aveva risvegliato senza troppi complimenti.
Una spia di quel tipo poteva significare soltanto una cosa: un segnale coerente proveniente dallo spazio profondo. E Jimenez sapeva che soltanto un oggetto poteva essere in grado di inviare un segnale di quel tipo, un oggetto di cui si erano perse le tracce otto mesi prima.
Fece qualche rapido controllo ma tutti i dati sembravano nei parametri: il segnale proveniva da 7,29 miliardi di miglia dalla Terra e aveva viaggiato per quasi 22 ore prima di far accendere quel “beep” e quella lucetta verde.
Il Pioneer 10. Era decisamente lui.
A quest’ora lo avevano certamente captato anche di sotto, al centro monitoraggio principale del radiotelescopio. Alzò il telefono e si mise subito in comunicazione con il suo superiore.
-Dottor Henriques, ce l’ha anche lei sul monitor?
-Lo abbiamo appena visto, Ricardo. È il P10, non ci sono dubbi. Chi l’avrebbe mai detto?
-Ho già inserito i dati della trasmissione nel CoDec. Vuole avvertire la NASA immediatamente?
-Aspettiamo di avere le prime letture, almeno sapremo cosa dire loro.
-D’accordo, mi metto subito all’opera. C’è uno strano segnale sotto al flusso di dati, come una frequenza aggiuntiva che non ho mai visto prima.
-Davvero? Beh, l’apparecchio è piuttosto vecchio, può anche darsi che si tratti di dati incoerenti. In ogni caso controllali per bene, mi raccomando. E in fretta, non c’è tempo da perdere.
-Certo dottore. – Il giovane astronomo si mise all’opera di fronte a tre monitor, armeggiando su una tastiera.
Qualche minuto dopo un Ricardo Jimenez piuttosto pallido entrò nell’ufficio del dottor Henriques con un tabulato in mano. Senza profferir parola lo porse al suo superiore come se volesse sbarazzarsene rapidamente.
Il dottor Henriques diede una scorsa alle cifre e alle lettere dei diagrammi stampati sul lungo foglio di carta e poi guardò Jimenez con aria interrogativa.
-In fondo… guardi in fondo. – Si limitò a dire quest’ultimo.
Henriques prese l’ultimo foglio e guardò una breve scritta che non faceva parte del flusso di dati principali.
-È quel segnale a cui accennavi prima? – L’altro si limitò ad annuire vigorosamente.
Il vecchio scienziato lesse attentamente la scritta e poi scosse la testa, attonito.
-Diavolo, – disse – questa non so proprio come la prenderanno a Washington!

Washington D. C. – Quartier Generale NASA
29 Aprile 2001 – 14:50 (GMT)

-Un segnale extraterrestre? È sicuro di quello che sta dicendo? – Harvey Coulthard, segretario particolare del Presidente degli Stati Uniti d’America aveva gli occhi sgranati e sentiva improvvisamente un gran caldo nella stanza.
-Assolutamente, signore – rispose Barry Basher – abbiamo ricontrollato i dati dozzine di volte, chiedendo la collaborazione di tutti i radiotelescopi del globo terracqueo. Non è uno scherzo e non ci possono essere errori.
-Miodio, volete dirmi che qualcuno ha usato la portante del P10 per inviare un messaggio sulla Terra?
-Esattamente.
-Devo avvertire all’istante il Presidente, il Congresso, il Pentagono… – L’agitazione di Coulthard sfiorava l’isterismo. -Non è una cosa da prendere sottogamba… Potrebbe essere una dichiarazione di guerra, l’inizio di un’invasione su vasta scala!
-Ehm… non proprio, Signore.
-Avete tradotto il messaggio?
-Sì, è scritto in un codice matematico tale per cui siamo riusciti a estrapolare facilmente i concetti di base… In pratica è come se gli extraterrestri ci avessero fornito una Stele di Rosetta con cui interpretare…
-Non mi interessano i dettagli tecnici, mi perdoni. Si può sapere, in sintesi, cosa dice e basta?
-Beh, ecco… Lo può vedere con i suoi occhi.
Basher accese un monitor e premette alcuni pulsanti su una tastiera colorata.
Sullo schermo comparve l’ultima parte del messaggio inviato sulla Terra dal Pioneer 10:

Da: Ufficio Controllo e Vigilanza
A: Governo degli Stati Uniti d’America, Sol 3
Oggetto: Riparazioni e Accertamento d’Infrazione
Data standard: 05510110 – 0198:223

Gentili signori,
Siamo spiacenti di informarvi che il vostro mezzo ha subito un guasto tecnico che siamo stati in grado di riparare su una delle nostre stazioni di rifornimento in orbita attorno al vostro sistema solare.
Il satellite da voi inviato ha inoltre oltrepassato una zona a traffico limitato, infrangendo svariate norme del codice di navigazione interstellare.
Vi inviamo, pertanto, questo accertamento con i dettagli delle spese e delle sanzioni amministrative.
Distinti saluti.

Gmok T’Haran
Agente 08974 UCV – Settore Sol

Coulthard rimase a bocca aperta.
Riuscì soltanto a sussurrare: -Oh, santo cielo. Voglio proprio vedere in che nota spese l’amministrazione riuscirà a infilare questa!

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L’Esame

March 29th, 2001 by abietto

Jonathan Levi aggrottò la fronte imperlata di sudore. Si passò rapidamente, quasi con un gesto stizzito, una mano sopra le sopracciglia. Faceva caldo, lì dentro. La temperatura e l’odore di disinfettante, forte e decisamente sgradevole, lo mettevano a disagio, eppure il sentimento prevalente in lui, in quel momento, era la speranza. Fece qualche passo, avanti e indietro, davanti alla sedia ergonomica fissata al muro da una barra di metallo su cui non si potevano scorgere viti o bulloni, e al tavolino su cui era posato un deck audiovisivo e un comunicatore. Se c’era una cosa che Levi odiava fino alla nausea, erano decisamente le attese.
Alla fine si sedette di nuovo e fece per infilare il deck. Si era quasi arreso alla possibilità di ingannare ancora un po’ di tempo guardandosi un film o ascoltando le ultime notizie, quando vide accendersi una luce verde sul comunicatore. Era finalmente giunto il momento di cominciare? Lo avrebbe scoperto subito: premette un pulsante sotto la spia che si illuminava a intermittenza, senza emettere alcun suono, e parlò.
- Sì?
- Signor Levi?
- Mi dica.
- Mi dispiace di averla fatta aspettare tanto, solo alcune domande di rito e poi potremo cominciare con l’esame olistico.
- D’accordo. – Ancora attese! Ancora domande! Non avrebbero mai finito di chiedergli le stesse identiche cose?
- Dobbiamo essere certi, prima di cominciare l’esame, che le sue sinapsi siano nella giusta configurazione conscia. Le domande che le farò potranno sembrarle stupide, ma non è tanto il contenuto delle risposte che lei ci darà a essere importante, quanto le singole parole che sceglierà, le inflessioni, il tempo di reazione, le possibili pause, capisce?
- Quanto ci vorrà per analizzare le mie risposte?
- Pochi minuti. La registrazione viene inserita direttamente nel Polivac. Poi potremo cominciare con l’esame vero e proprio.
- Va bene. Cominci pure, sono pronto.
Ci fu una piccola pausa dall’altra parte del comunicatore, accompagnata da un rumore di cartelle e fogli che venivano spostati. L’interlocutore riprese a parlare di lì a poco.
- Il suo nome?
- Jonathan Levi.
- Qual è il suo colore preferito?
- Ma che diamine!..
- La prego, risponda alla domanda… gliel’ho detto che all’apparenza possono sembrare stupide.
- Oh, al diavolo, d’accordo. Il Rosso.
- Ha un numero fortunato?
- Il sette mi è sempre stato piuttosto simpatico.
- Su quale pianeta si trova?
- Su Arturo II.
- Sa dirmi in che anno siamo, secondo il metodo di registrazione STT?
- Siamo nel 456 STT, che poi sarebbe il 2401 a. D., il 7908 dell’Era Bizantina, il 6160 del Calendario Ebraico, il 3152 ab Urbe condita, il 1819 del Calendario Islamico…
- Va bene, signor Levi, penso che possa bastare.
- Prego, si figuri. La prossima domanda?
- Solo poche altre, stia tranquillo. Come si sente in questo momento? Voglio dire… è affamato? Ha sonno? Altre sensazioni di questo tipo?
-No.
- Rispose Levi bruscamente.
- C’è qualche persona che vorrebbe avere al suo fianco?
- Dio, no! Ci mancherebbe altro.
- Le piaccono i rettili?
- Non particolarmente.
Levi si appoggiò allo schienale della sedia, sperando ardentemente che quelle domande finissero il prima possibile. Venne esaudito all’istante, quando la voce nel comunicatore affermò: – Le domande sono state inserite nel Polivac, signor Levi. Tra pochi minuti la richiamerò. Cerchi di avere ancora un po’ di pazienza.
- Grazie. – Riuscì soltanto a dire Levi. La lucetta verde intermittente si spense e non si riaccese più. Lui continuò a fissarla ancora per qualche secondo, come se temesse che il suo interlocutore si fosse dimenticato qualcosa all’ultimo minuto. Poi si rilassò e riprese in mano il deck audiovisivo. Lo portò alla testa e fece scorrere i programmi memorizzati, cercando di ammazzare il tempo.
Stava di nuovo passeggiando avanti e indietro, davanti al tavolino, passando da una porta all’altra, le uniche due uscite da quella stanza asettica e bianca, quando la spia verde si illuminò di nuovo.
- Pronto? – Disse Levi, stavolta con una nota decisamente più ansiosa nella voce.
- Signor Levi, eccomi di nuovo a lei.
- Com’è andato il test preliminare? Che cosa ha risposto il vostro cervellone?
- È tutto a posto. Lei sembra nelle giuste condizioni psicofisiche per affrontare l’esame olistico senza inquinare sostanzialmente i dati. La prego di oltrepassare la Porta Due e di entrare nella sala diagnostica.
Ora che il momento era arrivato, Levi si sentiva spaventato. Sperava tanto che quell’esame potesse rappresentare per lui la speranza di una cura o che, per lo meno, i medici scoprissero esattamente quel era il morbo di cui era affetto. Ma ora che era giunto il momento di varcare quella soglia si sentiva come pietrificato, con il dito ancora posato sul pulsante del comunicatore. Il sudore cominciò di nuovo a imperlargli la fronte e stavolta non ebbe nemmeno la presenza di spirito di asciugarlo con un frettoloso gesto della mano.
- Signor Levi?..
- Sì, mi scusi. Posso davvero entrare? È tutto a posto?
- Certo. Entri subito, la prego. Stiamo cominciando a scaldare i circuiti per i test.
- D’accordo. – Levi tolse il dito dal comunicatore, la lucetta si spense, la voce tacque nuovamente.
Si girò a osservare la porta come se potesse animarsi davanti ai suoi occhi e trasformarsi in un predatore Arturiano, lanciandosi su di lui con le fauci spalancate. Poi, lentamente, fece il primo passo nella sua direzione.

Il Centro di Medicina e Xenobiologia di Arturo II era famoso in tutta la Galassia conosciuta. Gli Arturiani erano una razza nota per le incredibili capacità intuitive ed empatiche dei suoi medici, nonché per l’indubbio primato di offrire i migliori chirurghi in tutto lo spazio colonizzato.
Levi entrò in quella stanza diagnostica e capì immediatamente perché. Non si può dire che non fosse inquietante, in un certo senso, ma in fondo ciò che inquietava le persone che vi entravano era il carico di paure e di aspettative che portavano con loro, più di ciò che vi trovavano dentro. La stanza era quasi completamente vuota, eccettuato un cilindro di fibroplastica trasparente con un’apertura ovale sul lato direttamente di fronte alla porta. Alcuni pannelli strumentali sibilavano piano e accendevano piccole luci colorate sulle pareti, mentre un fascio enorme di cavi usciva dalla sommità del cilindro e spariva nelle piastre metalliche del soffitto. La stanza era illuminata debolmente da una serie di luci poste a intervalli regolari in cima alle quattro pareti.
- Si tolga tutti i vestiti, prego, ed entri nel cilindro sensoriale, signor Levi.
La voce, che proveniva da un punto imprecisato sopra di lui, lo fece trasalire. Cominciò a spogliarsi e ad appoggiare i suoi indumenti su un ripiano che sporgeva dalla parete di fianco alla porta. L’ultimo pensiero che poteva preoccuparlo in quel momento era che qualcuno potesse osservarlo mentre si denudava.
Quando fu completamente svestito si avvicinò al cilindro. Rimase per un attimo fermo a osservare gli strumenti che sporgevano dai cavi, penzolanti dalla sua sommità. Poteva notare un respiratore, una pinza e quello che sembrava l’emettitore di una siringa spray.
Levi si fece coraggio ed entrò. Non appena fu all’interno, posizionato in piedi al centro del cilindro, una lastra fibroplastica praticamente invisibile chiuse ermeticamente l’apertura. Ora era completamente isolato dal resto dell’universo. Ci fu un violento e rumoroso soffio di disinfettante non alcolico proveniente da ogni direzione, in contemporanea. Era molto caldo, tanto che Levi temette di scottarsi. In men che non si dica, qualunque organismo estraneo avesse fatto entrare nel cilindro con sé, ipotesi peraltro piuttosto remota, dato che era stato scansionato dalla macchina di biofeedback più volte prima di entrare in quella stanza, era stato distrutto senza pietà. C’era solo lui, lì dentro, con il suo morbo sconosciuto.
La maschera del respiratore scese lentamente fino ad arrivare all’altezza del suo volto. Nel frattempo, da microscopici buchi alla base, del liquido caldo cominciò a fluire dentro la cavità. Levi sentì i piedi bagnati. Era abbastanza ovvio quello che sarebbe successo di lì a poco, quello che doveva fare, quindi si infilò il respiratore che cominciò a emettere aria a ogni sua inspirazione. In breve tempo il liquido riempì completamente il cilindro e lui si trovò a osservare l’esterno della stanza attraverso una lente rosea e leggermente distorta. La sensazione era tutt’altro che spiacevole, quasi come un utero artificiale in cui riposarsi. Si sentì assonnato, un effetto del narcotico miscelato all’area della bombola, suppose. Decise di arrendersi alle sensazioni che gli venivano suggerite e chiuse gli occhi. Quando le siringhe spray ipodermiche arrivarono a toccare il suo derma, prelevando campioni di DNA, di tessuti organici e di sangue, era già quasi completamente in stato di incoscienza.

Si svegliò senza poter dire per quanto tempo fosse rimasto addormentato. Il livello del liquido stava già calando. Evidentemente avevano inserito nel respiratore qualcosa per svegliarlo. Non aveva avuto alcuna coscienza della dematerializzazione e della scansione olistica completa che i raggi laser avevano compiuto su ogni sua singola cellula, su ogni porzione di DNA, su ogni connessione neurale, su ogni atomo del suo corpo. Per un breve momento era stato disintegrato e mischiato al liquido amniotico del cilindro, che ne aveva assunto le proprietà biochimiche, clonando ogni sua caratteristica e trasmettendo i dati ai raggi che erano collegati, a loro volta, con il cervello positronico di Polivac. Un pensiero senza dubbio inquietante, ecco perché gli Arturiani non lo pubblicizzavano molto con i loro pazienti, ed ecco perché la gente veniva addormentata durante il processo. Levi lo sapeva molto bene, ovviamente, ma sapere razionalmente qualcosa e provarla sulla propria pelle erano due cose diverse. Levi sapeva molto bene anche questo.
Quando il livello del liquido scese sotto il suo mento, Levi si tolse cautamente la maschera del respiratore e prese una lunga e profonda boccata di aria che sapeva ancora di disinfettante e soluzioni fisiologiche. Non aveva mai amato gli ospedali, e gli odori, in particolar modo, lo rendevano nervoso, lo facevano sentire profondamente a disagio. In quel momento, tuttavia, non ci fece molto caso. Il liquido continuò a defluire dal cilindro, aspirato presumibilmente dagli stessi fori che lo avevano immesso, e quando fu completamente scomparso, una doccia tiepida d’acqua pulita ripulì completamente il suo corpo. Un getto d’aria calda, quindi, lo asciugò, facendolo sentire come un bambino a cui un genitore robotico ha appena fatto un bagno caldo, sfregandolo energicamente ma con cura e attenzione su tutto il corpo. Infine la porta del cilindro si riaprì e lui poté uscire di nuovo nella stanza.
La voce, come lui si era aspettato, disse semplicemente: -Signor Levi, l’esame olistico è concluso. La preghiamo di rivestirsi e di tornare nella sala d’attesa. Entro poco tempo potremo darle una risposta.
Gli Arturiani erano indubbiamente molto efficienti. Non si poteva dire, tuttavia, che fossero molto esperti nella complessa arte della comunicazione sociale umana.

Levi si sentiva svuotato. L’unica cosa che gli rimaneva, mentre camminava avanti e indietro nella saletta d’attesa, sedendosi ogni tanto e illudendo se stesso di riuscire a guardare qualcosa con il deck audiovisivo, era la paura. Ormai non c’era altro che la paura di sentirsi comunicare la diagnosi che Polivac avrebbe estratto dai dati dell’esame olistico appena concluso. Era incredibile che una tale quantità di informazioni potesse essere processata in così breve tempo. Forse il computer poteva sbagliarsi… Forse qualche dato avrebbe potuto essere infilato nell’equazione errata, o forse, considerata la mole di lavoro, avrebbe potuto esserci un margine d’errore di qualche genere.
Ma in fondo Levi sapeva benissimo che questi pensieri erano dettati dal suo timore: un Polivac, che si sapesse, non aveva mai sbagliato un singolo calcolo in tutta la storia della produzione di quel modello di elaboratore positronico. Gli eventuali sbagli o scorrettezze (le poche che la storia aveva registrato) erano sempre e inevitabilmente state imputate a un errore umano. Ma gli Arturiani non erano esseri umani.
Inoltre la programmazione dell’esame olistico era una sorgente aperta di libero dominio in tutta la Galassia conosciuta ed era nota per la sua eleganza e la sua estrema, quasi maniacale, precisione.
No, non potevano esserci errori: sarebbe stato decisamente meglio spogliarsi la mente da una simile illusione. Era meglio accettare il verdetto del Polivac come un dogma di fede, una verità assoluta. Almeno al livello delle attuali conoscenze tecnologiche e mediche.
Mentre stava riflettendo su questo punto accadde quello che aveva temuto: si accese nuovamente la lucetta verde intermittente del comunicatore a interfono posizionato sul tavolino della sala d’attesa. Levi si lisciò i capelli, si passò la lingua sulle labbra, mordicchiandosi l’interno della guancia, quindi si sedette sulla sedia e lentamente premette il tasto corrispondente per accendere la comunicazione.
La mano gli stava tremando.
- Signor Levi?
- Sì, sono qui.
- Abbiamo appena ricevuto i dati processati dal Polivac, la diagnosi formulata in seguito al suo esame olistico.
Levi non riuscì a profferir parola. Rimase in attesa, in silenzio, quasi trattenendo il respiro. Alla fine, con un immane sforzo di volontà, riuscì appena a spiccicare nel comunicatore un: – Ebbene?
- Ebbene, devo informarla che lei è perfettamente sano. Non c’è traccia nelle sue cellule di qualsivoglia tipo di decadimento biologico. Stiamo riesaminando i dati per essere certi della loro esattezza, ma, come capirà, si tratta di una indagine di routine. I dati sono esatti, questo è certo.
Levi si appoggiò alla sedia e sospirò forte. Guardò il soffitto mentre la voce continuava a parlare.
- Non sappiamo come sia possibile. Non c’è nessuna spiegazione scientifica nota per questo fenomeno. Mi dispiace dirlo, ma né noi né Polivac abbiamo la più pallida idea della causa del suo… ehm… disturbo. E quindi, ovviamente, non possiamo avere nemmeno idea di come trovare una terapia adatta.
- Capisco… – Le orecchie gli stavano ronzando e la testa gli girava. Dovette fare uno sforzo per tornare ad appoggiarsi sul tavolino e parlare al comunicatore.
- Tuttavia siamo fiduciosi che questo esame possa fornire una documentazione interessante per la ricerca medica. Senza dubbio la sua scansione olistica potrà spingere le indagini su terreni finora sconosciuti. Sono certo che nell’arco di pochi decenni, o forse pochi secoli, riusciremo a trovare il metodo migliore per terminare la sua esistenza. Allo stato attuale delle cose, comunque, capirà che siamo molto spiacenti di non poter soddisfare la sua domanda di eutanasia. Ora, se non le dispiace, dovrebbe tornare alla Segreteria Centrale per sbrigare le ultime formalità. Buona giornata.
La lucetta verde si spense.
Levi si alzò e si avviò verso la Porta Uno.
Nemmeno le più avanzate tecniche mediche Arturiane del venticinquesimo secolo erano riuscite a trovare una risposta per la sua immortalità. Avrebbe dovuto attendere ancora. Pochi decenni. Forse pochi secoli.
Ma se c’era una cosa che Levi odiava fino alla nausea, erano decisamente le attese.

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Memento

March 29th, 2001 by abietto

Marco si svegliò di botto. L’immagine davanti ai suoi occhi sembrò sovrapporsi a qualcos’altro, qualcosa che si era portato dietro dal regno di Morfeo, uscendone così, di corsa, sbattendo la porta.
Erica stava dormendo della grossa, non si era accorta di nulla. Per un secondo o due parve a Marco che i suoi lineamenti fossero in dissolvenza incrociata con quelli di qualcun altro, di un’altra donna.
Si tirò su a sedere e si passò una mano fra i capelli, grattandosi il cranio. Prese gli occhiali dal comodino e li inforcò. Si alzò e si diresse, inquieto e nervoso, verso il bagno.
Si sedette sulla tazza senza che dovesse espletare alcun bisogno fisiologico, senza calarsi i pantaloni del pigiama. C’era decisamente qualcosa che non andava. E la cosa peggiore era che sentiva alla bocca dello stomaco una sensazione di calore e di vuoto che sembrava proprio senso di colpa, anche se non riusciva a capire per che cosa.
Le sue narici gli trasmettevano un curioso melange di aromi… neve, resina, legno. Era qualcosa che apparteneva al sogno, non c’era altra spiegazione. Può la nostra mente lasciare una testa di ponte dall’altra parte, nei momenti di veglia, e fare segnali di fumo?
Si alzò e si sciacquò il viso nel lavandino, poi si guardò riluttante allo specchio, come se l’immagine riflessa potesse dargli alcune delle risposte che stava cercando, o quanto meno fornirgli qualche indizio per risolvere quell’enigma. Ma lui non aveva neanche idea di quali fossero le domande e, dall’altra parte del cristallo, un Marco altrettanto sbigottito lo osservava con evidenti tracce di occhiaie e di germogli di barba sulle gote.
Tornò in camera da letto e si sedette, pronto a rimettersi sotto il piumone, a tentare di riprendere sonno. Giudicò che fossero passati solo quattro o cinque minuti dal suo improvviso risveglio e, posando gli occhiali sul comodino, diede un’occhiata alla sveglia digitale lì di fianco. L’una e diciassette minuti.
E tutto a un tratto un nome si formò nella sua mente, in modo del tutto spontaneo: Leda.
Non ci fu più verso di prendere sonno.

La macchina sobbalzava un po’. Non si potevano neanche chiamare veri tornanti quelli che portavano al paesino in cui i suoi avevano la piccola casa che sfruttavano per le vacanze, sia in estate che in inverno. Marco, a dire la verità, non ci faceva neanche caso: in genere soffriva la macchina, soprattutto nelle strade tortuose di campagna, ma in quelle occasioni era davvero troppo eccitato per rendersene conto. Arrivarono all’ora di pranzo e i suoi non fecero in tempo a gridargli qualche raccomandazione che lui stava già correndo verso la piazza del paese per incontrare i suoi amici di sempre.
La notò subito e, d’altronde, nel piccolo gruppo di facce conosciute, quel volto nuovo risaltava come se fosse stato sottolineato da una luce diversa. Giocò con i suoi amici per tutto il giorno, incurante degli orari, felice di quel nuovo grazioso acquisto che, come lui, veniva da Milano e che si chiamava Leda.
I dieci giorni di vacanze di Natale in quel piccolo paese passarono allegramente e rapidamente. Sciarono e si dettero all’esplorazione sistematica del circondario. Era da tempo che Marco e i suoi amici disegnavano cartine molto personali della zona. Uno scantinato, una casa abbandonata, un campo innevato, un anfratto tra le rocce delle montagne… gli adulti in tutto questo vedono soltanto un posto in cui mettere le cose vecchie, un’area edificabile, una zona in cui fare sci da fondo o un luogo sporco e maleodorante da evitare. Ma a quattordici anni è tutto diverso: ogni scusa è buona per immaginarsi incredibili avventure o improvvisarsi esploratori. Un amico di Marco, dopo molte insistenze, si era fatto prestare dal padre un coltellino dell’Esercito Svizzero, pieno di lame e strumenti di ogni sorta. L’aveva perso durante una battaglia di palle di neve e si era sorbito una lavata di capo senza precedenti. Da allora, la zona in cui era avvenuto “l’incidente” era stata soprannominata “La Valle del Coltello Perso”. E quando avevano visto un cavallo trottare su un prato distante, l’estate precedente, avevano deciso di rinominare quella conca “Il Prato dei Cavalli Bradi”, anche se sapevano perfettamente che, con tutta probabilità, si trattava di un puledro domestico al pascolo.
Marco era il maestro di questo gioco, quello che aveva le folli idee che poi tutti gli altri, entusiasticamente, facevano proprie e seguivano. Aveva qualcosa in più rispetto a tutti gli altri ragazzini della sua età che lo circondavano, qualcosa che andava oltre la semplice voglia di avventura di tutti gli adolescenti: l’autentica fantasia, la capacità di immaginare o di vedere oltre ciò che appare a prima vista che è propria degli scienziati o dei poeti.

Leda non era da meno, pensò, mentre finiva il suo caffè macchiato nel bicchiere di plastica del distributore automatico dell’ufficio. Si sentiva strano, fuori posto, come se il sogno fosse da questa parte e non da quell’altra. Ma non puoi svegliarti dalla veglia, giusto?
Tornò alla sua scrivania e si impose di rimettersi al lavoro ma, nonostante il terzo caffè della mattina e le sue buone intenzioni, la sua mente continuava a tornare alle immagini del sogno che si erano fatte, al contrario di quanto accade di solito, via via sempre più chiare e distinte dopo la rivelazione di quel nome, durante la notte.
Era nella sua vecchia scuola, la scuola in cui andava anche Leda. L’atmosfera di gioiosa attesa, come quando lo squillo della campanella si faceva, minuto dopo minuto, sempre più vicino, era quella di un sabato mattina. Lei era lì, in un corridoio, ma era grande e vestita in modo elegante. Non c’erano segni di sbucciature sulle ginocchia, non c’erano cerchietti a tenere i capelli castani lontani dalla fronte, né scarpe da ginnastica. Lei lo guardava avvicinarsi con fare divertito.
-Cosa hai dimenticato? – Gli chiedeva nel sogno.
E lui non sapeva rispondere, come quando veniva interrogato e non aveva studiato la lezione. Si sentiva imbarazzato e abbassava lo sguardo. Lei rideva allegramente, come se tutto questo non importasse, e invece lui aveva la netta sensazione che fosse di importanza vitale.
Si sforzava di rialzare gli occhi, e allora Erica, sua moglie, lo guardava dolcemente e gli chiedeva con aria molto seria: -Cosa hai dimenticato?

No, Leda non era da meno. Era stata lei infatti, a scoprire il muretto coperto di rami di edera mezzi rinsecchiti che delimitava il vecchio cimitero abbandonato di un paese poco distante da quello in cui abitavano, alla fine di un’escursione che era durata tutta la mattina. Fu lei a suggerire che forse i corpi non erano stati ancora spostati e a insistere per andare a fare un sopralluogo nottetempo. Persino Marco rimase scosso da quell’idea, che sentiva un po’ profana e pericolosa, per chissà quale motivo. Lei insistette a lungo e infine quasi tutti acconsentirono.
In realtà, una volta giunti nello stesso luogo, nel tardo pomeriggio, quando il sole era già calato da tempo oltre il profilo dei monti, soltanto Marco e lei erano riusciti a vincere la paura e a varcarne il cancelletto di ferro arrugginito. Gli altri tre loro compagni di avventure avevano prudentemente deciso di aspettarli fuori, nascosti agli occhi di un eventuale adulto che passasse da quelle parti.
Naturalmente, a parte il brivido che si prova sempre in certi luoghi, soprattutto se si ha un’immaginazione fertile, non era capitato proprio nulla. Ma loro due erano stati seduti su una vecchia pietra tombale coperta di neve per un po’ di tempo a parlare, guardando le stelle che si accendevano pigramente a oriente. Quella coltre bianca e soffice rendeva un’avventura paurosa qualcosa di diverso, e quel luogo a prima vista lugubre, accogliente e sereno.
Forse si rese conto lì, mentre parlavano, mentre gli altri cercavano di spaventarli lanciando rametti oltre il muro e sghignazzando, che avrebbe voluto tanto darle un bacio.

I sogni continuarono nelle notti successive. Erica non sembrò accorgersi di questi improvvisi risvegli, della sua sempre più frequente assenza nel talamo nuziale, durante le ore notturne. Marco cercava di ricordarsi ogni dettaglio, anche il più insignificante, ma era come se qualcosa mancasse. Come se qualche particolare si tenesse sempre oltre la sua portata.
Quando non riusciva a ricordare il sogno in modo completo, cioè la maggior parte delle volte, inevitabilmente la sua mente cercava di riempire i buchi con i suoi ricordi coscienti di quello che era successo.

Lui e Leda andavano allo stesso liceo. Una volta tornati a Milano e ricominciata la scuola si rividero e cominciarono a uscire insieme: in fondo era la naturale continuazione di quanto successo in vacanza. Con lei si sentiva elettrizzato, ricco di energia fresca e nuova che non sapeva nemmeno come impiegare. Era entusiasta. Di tutto.
Un giorno, durante una passeggiata al parco, si sedettero su una panchina e lei sembrava stranamente pensierosa. Lui si sentiva in imbarazzo e quella strana sensazione che aveva provato nel cimitero abbandonato, quella notte, tornò a bussare. Passarono qualche minuto in completo silenzio, mentre i cani giocavano incuranti del freddo ancora intenso. Poi Marco raccolse tutto il coraggio di cui poteva disporre e le girò il viso con una carezza. Lei lo guardò negli occhi e a lui parve leggervi dentro “Cosa aspetti?”. La baciò.
Si sentì molto orgoglioso di se stesso per tutta la camminata che lo riportò a casa sua, non lontano da lì. Era stato un bacio vero. Un bacio da adulto.

Quattro settimane. Soltanto quattro settimane. Ecco quanto era durato il loro “fidanzamento”. Poi, senza un reale motivo, si lasciarono, così come si erano messi insieme. Fu lei, a dire la verità, a prendere l’iniziativa, così come aveva fatto in montagna, in vacanza. Non fu molto gentile, lasciarlo per telefono, ma fu molto… Da quattordicenne. Forse una ragazza a quell’età ha bisogno di qualcuno che sia più grande, più maturo. Non poteva certo fargliene una colpa. Eppure in quei giorni di disturbi notturni e di ricordi inquietanti che emergevano dallo stanzino delle scope come un sinistro babau, lui si rendeva conto che gliene faceva una colpa eccome. Che una parte di lui era ancora arrabbiata e offesa, che pensava di non esserselo meritato affatto.
Ma naturalmente, frequentando lo stesso liceo, dovevano trovare in qualche modo il sistema di convivere pacificamente. Lui continuò a vederla, infatti, e a fingere che tutto andasse bene. Sospettava che lei facesse lo stesso.
Due anni dopo aveva conosciuto Erica. Si erano innamorati subito e si erano messi insieme. Man mano che gli anni passavano il ricordo di Leda sembrava sbiadire, diventare più tenue e privo di colori, mentre il rapporto con quella che sarebbe diventata sua moglie continuava, sempre più lanciati su binari paralleli che sembravano essere stati tracciati da qualcun altro. Sembrava a tutti assolutamente naturale che continuassero a stare insieme e che si sposassero. Erano sempre stati insieme. Quasi nessuno sapeva che la sua prima donna, il suo primo amore, era stata Leda.
Ma tanto cosa importava? In fondo era stato quello che sua madre avrebbe definito un “filarino”, una storiella da ragazzini. Quattro settimane. Soltanto quattro settimane. Pochi baci, niente di più.
Che peso può avere tutto questo di fronte a dodici anni con la stessa persona? A un rapporto adulto, concreto? Era soltanto un ricordo romantico e dolce, un momento di tenerezza. Niente di più. Ma allora da dove venivano questi sogni? Cosa c’era che non andava?

È fermo in mezzo a un incrocio. Le strade sono buie, i lampioni sembrano non funzionare. Lui la sta cercando. Sa che lei è l’unica che possa dargli una spiegazione, l’unica che sappia. Prende d’improvviso una decisione, imbocca una strada e si mette a correre. Le strade sono strane… Sembrano quelle familiari di sempre e contemporaneamente sono diversissime. Dettagli, minuscoli insignificanti dettagli. Ma llei dov’è? Non è angoscia quella che lo sta prendendo, è più che altro… Ansia? Preoccupazione? Come definire questo strano sentimento? Forse è una delle altre cose che lei può spiegargli. La chiama, ma gli risponde soltanto l’oscura eco della strada. Sembra che abbia piovuto: l’asfalto è lucido e riflette la luce delle stelle e della luna. Fa freddo e lei non si trova, non si trova da nessuna parte. Urla il suo nome ancora più forte, correndo.
Si svegliò di soprassalto, come tante altre volte ormai, e riuscì a malapena a controllarsi, all’ultimo istante, per non continuare a chiamarla nella sua camera da letto, in piena notte.

Un giorno staccò prima dall’ufficio per fare alcune commissioni e prese il tram che lo riportava verso casa. Ormai il pensiero di Leda sembrava riempire ogni momento di calma, ogni instante, e si insinuava prepotentemente anche nelle situazioni in cui avrebbe dovuto pensare a tutt’altro. Osservò le persone attorno a lui con un’aria di triste distacco. Non riusciva a capire perché.
Sì, è vero, l’aveva sognata anche altre volte, nel corso degli anni, ma mai con questa frequenza, con questa insistenza. Con questa enigmatica sensazione.
Sentì il trillo di un cellulare: una signora lo tirò fuori dalla borsetta e rispose.
-Pronto? Ciao Leda! Come stai? Tutto bene?
Marco si sentì mancare. Aveva sentito bene? Com’era possibile? Cercò di farsi avanti chiedendo: -Permesso, permesso… – fingendo di andare verso l’uscita, per avvicinarsi, provare a cogliere altri pezzi di quella telefonata. Arrivò la sua fermata, il mezzo si fermò e le porte si aprirono. Avrebbe dovuto scendere ma decise di rimanere sul tram, di seguire quasi istintivamente quell’impulso.
-Sì, sì, ho ricevuto il tuo messaggio, – continuava la signora – non so se sarò in grado di raggiungervi in montagna, ho dovuto dare la reperibilità…
Un’infermiera? E Leda era una sua collega? Aveva detto “raggiungervi in montagna”? Forse Leda andava ancora in vacanza in quel paesino della loro infanzia!
-No, aspetta un attimo, razionalizziamo, – si disse. -Quante “Leda” ci saranno a Milano? Decine e decine! Quali probabilità ci sono che si tratti proprio di lei?
Eppure no, era lei, ne era certo. Non poteva essere altrimenti.
Stava per girarsi verso la signora e chiederglielo, raccogliendo tutto il coraggio di cui disponeva, come aveva fatto quella volta al parco, ma la sentì dire: -Pronto? Pronto? Accidenti, questi affari!…
La comunicazione era caduta. Fermò il suo gesto a mezz’aria, con la bocca semiaperta. Espirò l’aria che aveva trattenuto nei polmoni per parlare. Avrebbe dovuto camminare un po’ più del previsto per andare a fare la spesa e per tornare a casa dove lo attendeva sua moglie. Scese dal tram con una sensazione di felicità e di malinconia che non sentiva da tempo. Tirò un forte sospiro trattenendo per un secondo l’aria gelida nei polmoni.

Rintracciarla non fu difficile. Al giorno d’oggi basta una ricerca su Internet, magari usando il computer dell’ufficio durante la pausa pranzo. Pochi minuti, se sai dove cercare. Dopo aver capito dove lavorava e aver fatto qualche domanda, riuscì a trovare anche il suo numero di telefono di casa. Scrisse tutti i suoi dati su un biglietto e non se ne separò per diversi giorni, indeciso sul da farsi. Che senso avrebbe avuto, in ogni caso, chiamarla dopo tutti questi anni? Il gesto avrebbe anche potuto essere male interpretato.
O forse no? Forse sarebbe stato interpretato nell’unico modo possibile. O forse non era questo di cui si stava preoccupando, in realtà… Forse era quello che aveva sognato a metterlo a disagio.
Cosa aveva dimenticato?
Niente.
Non aveva dimenticato proprio niente.
Si ricordava ogni cosa, ogni momento. Si ricordava di quando, emozionato, le aveva detto che l’amava e si ricordava che lei gli aveva risposto la stessa cosa. Si ricordava di quelle passeggiate nel parco. Si ricordava che non era stato un mese particolarmente magico o speciale, forse per la sua insicurezza, la sua inesperienza. Sapeva che se avesse avuto la possibilità di tornare indietro avrebbe agito diversamente. E si ricordava di quel pomeriggio, al telefono, in cui aveva ricevuto il benservito. E si ricordava, soprattutto, di come si era sentito. Di tutto quello che avrebbe voluto dire, che avrebbe voluto fare. Ma perché diavolo non aveva fatto niente? Per quieto vivere? Per paura? Per vergogna, forse?
No, non si trattava di rimpianti. Ma era finita così… poco elegantemente… così all’improvviso. Era un cerchio aperto e forse qualcosa nella sua vita glielo stava riportando alla luce perché lui lo chiudesse, perché finalmente ci facesse qualcosa.

-Pronto, parlo con Leda? – Il cuore batteva a mille fino a poco tempo prima. Ora, stranamente, era calmo. Tranquillo.
-Sì, chi parla? – Era lei. Era incredibile come avesse immediatamente riconosciuto la sua voce a distanza di anni.
-Sono Marco, ti ricordi di me?
Un attimo di silenzio dall’altra parte. Marco poteva sentire distintamente gli ingranaggi mentali di lei che pensavano ai vari “Marco” che conosceva (e sicuramente ne conosceva più di uno, il suo era un nome piuttosto comune), e che li scartava via via, un po’ per la voce, un po’ per quello che aveva detto e per il tono che aveva usato.
-Marco? Oh, santo cielo… Marco! Diomio, quanto tempo è passato!
-Già, come stai?
-Bene! Bene, sono davvero felice di sentirti… ma tu guarda un po’! E’ proprio un caso strano questo, lo sai? Pensa che in questi ultimi mesi mi è capitato di…
-Lo so. – Disse lui interrompendola. – O meglio, lo immagino. È capitato anche a me.
Si sentivano i respiri di lei nella cornetta. Lui la immaginava davanti a uno specchio, nel corridoio di casa sua, mentre si guardava, con un’aria interrogativa dipinta sul volto, emozionata e imbarazzata.
-Senti Leda, volevo chiederti una cosa.
-Dimmi – disse lei con un sussurro.
-Sei felice?
Un’altra breve pausa. Le serviva per metabolizzare completamente tutte le implicazioni di quella domanda, all’apparenza tanto semplice.
-Come chiunque altro, credo, – rispose – ma faccio del mio meglio.
-Ti capisco molto bene. – Disse lui.
-Senti, Marco… Io volevo dirti che… Per quello che è successo…
-Non c’è nulla da dire Leda. Eravamo bambini. Nessuno di noi ha nulla da farsi perdonare.
-Sì… Hai ragione.
-Ti amo, Leda. Ti ho sempre amata e ti amerò per sempre.
Lei si sentì gelare il cuore.
-Forse è meglio non sentirsi mai più… Ti prego, cerca di capirmi. Però… Però certe cose vanno dette. – Continuò lui. Sembrava che un masso enorme gli fosse stato tolto dalle spalle. Una specie di oppressione allo sterno che gli era stata levata di botto.
-Capisco. – Disse infine lei. -Capisco quello che stai facendo. Grazie.
-Sii felice. – Prima di poter cambiare idea o di dire qualcos’altro, riuscì a mettere giù la cornetta.
Leda sentì il click dall’altra parte. Dopo qualche secondo premette il tasto sul chordless che teneva in mano, nel corridoio di casa sua, davanti allo specchio. Poi andò nella sua camera, si sedette sul letto e pianse.

Marco tornò a casa dall’ufficio. Era allegro. Cucinò per Erica e poi si sdraiarono sul divano, abbracciati, a guardare un film preso a noleggio. Non riuscirono a vederne la fine. Si ritrovarono, mentre la videocassetta mostrava le immagini del secondo tempo, a letto, con i vestiti sparsi per tutto il tragitto, a fare l’amore appassionatamente. Si addormentarono abbracciati.
Marco si svegliò in ritardo.
Non era riuscito a sentire la sveglia.

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