Prendimi l’Anima

February 16th, 2003 by Reckall

Anima e animus

La locandina del filmIl contenuto del nuovo film di Faenza è ormai così noto a tutti che i poveri Jung e Freud si staranno rivoltando nella tomba, considerando i loro comprensibili sforzi per tenere nascosti gli eventi :o)
Nel 1904 al giovane dottor Jung (Iain Glen), non ancora “Junghiano”, ma ancora legato a Freud, viene affidata una giovane paziente ebrea di origine russa, Sabina Spielrein (Emilia Fox), sofferente di “isteria e nevrosi”. Per Jung è la prima seria occasione di applicare il “nuovo” metodo psicanalitico che lui e Freud stanno sviluppando. Ma poi accade qualcosa di inaspettato: dapprima Sabina si innamora di Jung, e poi lui, come trascinato in un gorgo inatteso, la ricambia (pur essendo sposato), dando inizio a una relazione che rischia di provocare uno scandalo intorno alla “nuova scienza”. Alla fine Jung e Sabina si lasciano, la ragazza completa la sua cura presso Freud, torna in Russia e diventa ella stessa una delle pioniere dell’analisi applicata ai bambini - solo per vedere dapprima il suo lavoro represso dallo stalinismo e quindi la sua stessa vita terminare a causa della sua origine ebrea, in seguito all’invasione tedesca.

“Analizzare” (pun unintended ^_^) una pellicola come “Prendimi l’Anima” non è semplice. Il film, a mio avviso, ha due problemi. Il primo è che la pellicola non sembra decidersi se raccontare la prima parte o la seconda. Appare ovvio, almeno a me, che la relazione tra Jung e Sabina era MOLTO più interessante della didascalica e INCREDIBILMENTE PREVEDIBILE narrazione di cosa accadde alla ragazza dopo il suo ritorno in Russia (tra l’altro i documenti ritrovati negli anni ‘70 avrebbero permesso una descrizione più estesa e corposa del rapporto tra i due - descrizione che a mio avviso sarebbe stata resa ancora più interessante dal coinvolgimento di Freud - magari interpretato da Alan Arkin ^_^).

Emilia Fox nei panni di Sabina SpielreinAddirittura, il perdersi dietro le vicende di Sabina in Russia non lascia neppure lo spazio per farci comprendere esattamente *quali* fossero le cause delle sue nevrosi (se non vaghi riferimenti ai suoi rapporti familiari) e soprattutto *come* prima Jung e poi Freud definitivamente la curarono - saltando invece di un botto da una Sabina ancora palesemente malata che fa interessanti discorsi sulla vita su Marte, a una pimpante Sabina “ormai guarita” e fin troppo piena di vitalità. La parte della decodifica del suo malessere interno e del suo cammino verso la guarigione che sarebbe stata certamente tra le piu’ interessanti del film. (Visto che ultimamente se ne è parlato molto, si tratta di ciò che, per esempio, Tolkien fa magnificamente in una singola pagina de Il Signore degli Anelli, nei due dialoghi in cui il personaggio di Faramir riesce a portare alla luce di Éowyn il profondo “male oscuro” della ragazza).

Il secondo problema, e qui spero di non rendermi inviso implicando cose che non intendo, è che si tratta in parte di un film per “iniziati” - ovvero di un film non pienamente comprensibile a chi non ha almeno un’infarinatura del pensiero Junghiano.
Jung, nel punto centrale del film, regala a Sabina la sua Anima. Nel pensiero Junghiano, l’”Anima” è la parte femminile della psiche maschile - una parte che l’uomo deve raggiungere se vorrà avere un rapporto pieno, completo e sensibile con l’altro sesso (nella donna la controparte maschile viene chiamata “Animus”). Tale raggiungimento, però, talvolta è lungo, doloroso e pieno di insidie e false illusioni. L’”Anima può essere incarnata sia in un’ideale immaginario sia in una donna reale, e a questo punto possono accadere due cose: o essa diventa una “musa” (amore idealizzato), e il cammino di raggiungimento ha come “sottoprodotto” la creatività (come Laura per Petrarca - ovvero il tentativo di incarnazione attraverso l’arte) oppure scoppia un amore reale che però amore non è, ma solo il desiderio di raggiungere “l’altro sé” prima di essere infine pronti per il vero amore.

Jung e la Spielrein nell'ospedaleCosa sottende questa parte del film, che Sabina era in verità l’”Anima” di Jung e Jung l’”Animus” di Sabina? Vari indizi lo fanno pensare: Sabina, staccatasi da Jung, ne rimane amica, si sposa poco tempo dopo, ha una figlia, e diventa molto “junghiana” nel suo aprire l’Asilo Bianco in Russia. Il film, purtroppo, taglia sulle conseguenze su Jung (inciso: tra l’altro non mostrandoci chiaramente come egli “guarì” e risolse il suo rapporto con Sabina, e lasciandolo così come “lo stronzo” - fatto che lascia saldamente incomprensibile perché Sabina gli rimase amica). Sappiamo però che la moglie lo perdonò, e che egli visse in seguito una vita affettiva felice nella quale l’arte e l’interpretazione della stessa (base del meccanismo di “proiezione” per cui la nostra interpretazione dell’oggetto in realtà parla di noi, e scena nel film molto “sabinesca”) entrarono sempre di più.

Tutta questa possibile chiave di lettura del film, sia che sia vera, sia che me la sia immaginata io, inevitabilmente però sfugge a chi appunto non conosce almeno le basi del pensiero di Jung. Diventa quindi facile cogliere di Prendimi l’Anima solo la superficialità di un melodrammone di miglior collocazione televisiva che pare parlare solo di un medico che si innamora della sua paziente - in una versione laica del Padre Ralph di Uccelli di Rovo. Una mia amica, un po’ altezzosa e armata delle sue tre lauree, su questo punto ha scrollato le spalle commentando: “Beh, certo, il popolino rischia di cogliere solo questo”, ma io non sono affatto d’accordo: mentre sono il primo a oppormi a quei film che paiono strangolarsi nel tentativo di “spiegare la spiegazione”, un film o qualsiasi altra opera dovrebbe comunque sempre contenere tutti gli elementi necessari da permettere a chiunque di coglierne i significati più importanti (magari anche dopo parecchia riflessione e commenti con gli amici - vedi Memento o Arancia Meccanica) - senza che lo spettatore medio debba vergognarsi per non essere in possesso di una laurea. E questo, purtroppo, la pellicola di Faenza non lo fa.

Ciò conduce anche a un’altra osservazione, paradossale ma vera: siamo nel 1904, la psicanalisi era agli inizi, tutto era sperimentale. I pericoli di un metodo che consisteva nell’entrare in intimo contatto con il paziente non erano completamente noti - e in verità furono incidenti come questi a renderli noti! In sintesi, sia Sabina che Jung erano “soli”: vessata da metodi di cura “tradizionali” lei, incapace di capire cosa gli stava accadendo e - soprattutto - senza nessuno a cui rivolgersi, lui. Può sembrare una battuta, ma era una triste realtà: Jung non poteva andare dall’analista, (e il film tra le altre cose omette purtroppo le sue incertezze nel rivolgersi a Freud, per timore di perdere il proprio status di “pupillo”, cosi’ come omette lo sforzo quasi cinico di Freud di soffocare lo scandalo per non compromettere la validità della nascente scienza psicoanalitica, oltre che l’immagine del suo protetto). Lasciando nel vago anche questo aspetto del problema, Faenza a mio avviso non fa altro che rafforzare l’immagine dell’irresponsabile stronzaggine di Jung (il significato di una delle frasi per me più belle di tutto il film, Jung che, nel chiedere a Sabina di interrompere la relazione dice “Io ti ho compresa nella tua malattia… Ti prego, ora comprendi me nella mia…” risulta così avulsa dal contesto costruito intorno da parere null’altro che il classico piagnucolamento di serie B della consueta soap-opera preserale).

Un’ultima parola sugli attori principali: li ho trovati tutti e due davvero bravi, tranne in quelle parti (inutili) in cui il regista li costringe a calcare un po’ sul melodramma (vedi la sceneggiata a teatro o le shakespeariane martellate sul kranio della statua). Che Iain Glen sia il figaccione di Tomb Raider pare incredibile, ma è così, e mi sembra che incarni bene una delle poche descrizioni che conosco di Jung “un uomo non bello, ma molto interessante, molto affascinante, e in fondo molto timido”.

In definitiva, Prendimi l’Anima è un film con alti e bassi, con gli alti che meritano di essere visti, e fanno in parte perdonare i bassi. Ma, una volta di più, una focalizzazione totale su Jung e Sabina, accompagnata da una maggiore esplicitazione dei sottintesi del film avrebbe prodotto un’opera a mio avviso davvero MOLTO più interessante - e in questo Prendimi l’Anima dà la sensazione finale di una terapia purtroppo interrotta a metà.

P.S. Noterete che nella rece non ho accennato alla vicenda contemporanea che fa da cornice al film. L’ho trovata così inutile che non l’ho neppure considerata. Ha più, nella seconda parte, la funzione di raccontare cosa accadde a Sabina in Russia attraverso le memorie dell’anziano ex-allievo della ragazza. Forse Faenza non ha voluto rinunciare a questa parte perché rispecchia le *sue* personali ricerche sulla vicenda, che sono state lunghe e laboriose, ma nell’economia del film sarebbe bastato un cartello alla fine con il racconto degli ultimi eventi in Russia di Sabina - e ciò avrebbe concesso parecchio più spazio a tutte quelle cose interessanti che sono rimaste nella penna.

DUE NOTE NON MOLTO ATTINENTI E SALTABILI SENZA PROBLEMI

Un’altra cosa che mi ha dato fastidio è che a tratti il film cade un po’nell’errore di voler mostrare come tutti gli aspetti chiave della vita di un personaggio famoso possano essere ricondotti a un unico evento. Per esempio, Sabina a un certo punto parla di “Alchimia”, ma Jung iniziò a interessarsi a questa “pseudoscienza” solo molto più tardi, e per cause molto diverse. Anche elementi come la “proiezione”, sono comunque posteriori al 1904 nel pensiero Junghiano - almeno nei testi pubblicati. Ma qui potremmo accettare la licenza poetica che tutto iniziò “per quella scena davanti al quadro” che Jung ebbe in gioventu’ :o)Sabina SpielreinInoltre, per quanto ne so, Jung non aveva poteri extrasensoriali! Nella tesi di dottorato (citata anche nel film) Jung si occupa di “Patologia e Psichiatria dei Cosiddetti Fenomeni Occulti” (1) ma limitandosi ai problemi strettamente patologici che possono dare origine a fenomeni simili a quelli descritti dalle scienze occulte - e alla fine della tesi ammonisce come tali fenomeni non debbano essere scartati a priori, ma considerati per la loro importanza da un punto di vista *medico* (fatto che nel film omette a Sabina, lasciandole credere che il suo interesse era per un sovrannaturale “genuino”). L’unico momento, per quella che è la mia conoscenza dei suoi testi, in cui realmente sfiora il sovrannaturale è l’idea che l’Inconscio, nei sogni che precedono la morte del corpo, prepari l’uomo a una sorta di “passaggio” verso “qualcos’altro”, ovvero che alla morte del copro non corrisponda la fine dell’esistenza (2). Anche Freud riconosceva il contenuto di tali sogni, ma lo attribuiva a un fatuo “desiderio” di immortalità dell’uomo che veniva quindi incarnato nel sogno. Secondo Jung, invece, l’inconscio non mente, e quindi tale passaggio è reale. Ciò porta Jung sulla soglia di un mistero che va al di là del mondo sensibile, soglia sulla quale, però, egli alla fine volontariamente si ferma.

(1) In C.G. Jung - Studi Psichiatrici - Opere vol. 1 - Ed. Bollati Boringhieri.
(2) M.L. von Franz - La Morte e i Sogni - Ed. Bollati Boringhieri.

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The Return of the King

February 13th, 2003 by abietto

Un po’ Disney, un po’ Re Artù

La locandina del filmVi siete spaventati, eh? No, non è il terzo film di Peter Jackson… bensì…
Nel 1980 uscì un “seguito non ufficiale” al famoso Signore degli Anelli d’animazione, girato da Ralph Bakshi con innovative tecniche di rotoscoping che riproducevano il movimento degli attori (a pensarci bene, Ralph la sapeva ben lunga… se consideriamo che è più o meno quello che ha fatto Peter Jackson con Andy Serkis per Gollum, con l’aiuto di un computer!). Questo film, che si intitolava come il terzo libro della trilogia tolkieniana (The Return of the King, appunto), aveva però numerose differenze rispetto al film di Bakshi, così come The Hobbit, girato due anni prima. Le principali differenze di questi due titoli rispetto al più noto Signore degli Anelli riguardano il registro narrativo scelto e il target che si è voluto raggiungere. Mentre il film di Bakshi era fondamentalmente realistico e ricco di scene crude e violente, con una certa ricercatezza artistica quasi surrealista (splendidi i momenti dell’attacco dei Cavalieri Neri a Brea o l’inseguimento di Frodo fino al guado di Rivendell), quello di Bass & Rankin Jr. era dichiaratamente un film d’animazione per bambini che incarnava tutto ciò che Tolkien aveva sempre temuto dall’industria cinematografica: un approccio “favolistico” alla Disney alla sua storia (ci sono dichiarazioni esplicite dell’autore in questo senso nella sua corrispondenza privata, pubblicata in seguito dal figlio Cristopher).
AragornPer “approccio disneyano” intendiamo, ovviamente, una sorta di abbellimento di tutto ciò che potrebbe spaventare un bambino: niente sangue, orchetti buffi, gollum che sembra una rana, e via discorrendo. E canzoni, tante belle canzoni folkeggianti cantate da un bardo che suona di fronte a Elrond, Gandalf e compagnia bella la saga di “Frodo dalle Nove Dita e l’Anello del Potere” (questa scena, effettivamente, c’è anche nel libro!).
La storia parte direttamente dall’arrivo di Frodo e Sam a Mordor. Shelob viene completamente saltata (dovrebbe, in effetti, fare parte de Le Due Torri) e cominciamo a vedere i nostri eroi alle prese con gli Orchetti di Cirith-Ungol (pronunciata, erroneamente, Sìrit-àngol: la pronuncia corretta è Kìrit-ùngol). Le illusioni di Sam che viene tentato dall’anello non sono male, se non fosse per un continuo ritorno di certi temi musicali “chitarra-e-voce” che dopo un po’, sinceramente, sfrantecano un po’ il bassoventre. La sequenza dei “Guardiani” della torre, però, è davvero carina, così come gli effetti del “portale invisibile”.
Théoden, Re di RohanSull’altro fronte, ci troviamo già in pieno assedio di Minas Tirith (anche qui, pronunciata erroneamente Màinas-tirit, mentre si dovrebbe dire semplicemente Mìnas, proprio come in Italiano), e vediamo Pipino e Gandalf che osservano l’arrivo di Grond, il terribile ariete dalla testa di lupo preparato dal Signor Sauron in persona che sta per distruggere le porte della città. I due scendono per affrontare gli invasori, ed ecco che scende dal cielo, in arcione a un improbabile cavallo alato nero, il Signore dei Nazgûl, che dirige l’attacco in prima persona.
Il Re NegromanteNel frattempo, le canzoni mostrano qualche benvenuta variazione di tema: gli inni degli Orchetti sono davvero divertenti, rozzi e ingenui quanto quelli che Tolkien stesso suggerisce nel libro. Ma i nostri Hobbit? Ebbene, dopo essere fuggiti da Cirith Ungol travestiti da Orchetti (con un bell’elmo con un occhione rosso spataccato sopra, che viene indossato orgogliosamente da TUTTI i cattivi del film), vengono scambiati per disertori da un gruppo di servitori di Sauron… Ma tutto sommato, il resto della storia lo conoscete (o se non lo conoscete, non voglio rovinarvi le sorprese che verranno: tuttavia mi rendo conto che è un po’ come non voler fare uno spoiler sul fatto che Dante, all’Inferno, incontra Paolo e Francesca…). Voglio solo dire che, per quanto kitsch e decisamente predigerito, il film continua con un buon ritmo e con degli effetti di animazione apprezzabili…
Éowyn, nipote di ThéodenL’arrivo dei Cavalieri di Rohan e lo scontro di “voi-sapete-chi” con “voi-sapete-chi-ma-quell’altro” sono resi in maniera gloriosa, anche se forse un po’ troppo brevi data la drammaticità del momento. C’è da dire che, dato il taglio che si è voluto dare al film e il target scelto, sono tutte scelte che possono passare. Sono certo, in ogni caso, che se avessi visto questo film quando avevo undici anni, invece de Il Signore degli Anelli di Bakshi, non credo proprio che la storia mi avrebbe altrettanto conquistato. Il fatto è che la banalizzazione viene perfettamente percepita anche dai bambini, che sono soltanto esseri umani più piccoli, non più stupidi o meno sensibili (capito gentaglia della censura di Rai e Mediaset?).
La nave che si allontana dai Rifugi OscuriVi ho detto che la storia viene raccontata in forma di “ballata” da un menestrello? Ebbene, ciò accade alla “festa di compleanno” (il 129, in effetti) di Bilbo Baggins, alla presenza di Frodo, Sam, Merry, Pipino, Gandalf ed Elrond Mezzelfo (presumibilmente a Gran Burrone). Ed è qui che torniamo alla fine del film, per l’inevitabile conclusione con la partenza della grande nave bianca dai Rifugi Oscuri che veleggia verso le Terre Immortali a Occidente. Perché, nonostante i tagli e il linguaggio molto addomesticato della sceneggiatura, bisogna dire che la storia è stata riprodotta molto fedelmente rispetto a quanto riportato nell’opera originale. Molto più fedelmente anche rispetto alla trilogia cinematografica di Peter Jackson, o al film d’animazione di Bakshi. Non che questo sia un “bene” o un “male” in assoluto: dipende sempre da come si gestiscono certe scelte.
In ogni caso, se siete in astinenza da Signore degli Anelli e l’idea di aspettare l’anno prossimo per vedere Il Ritorno del Re vi fa impazzire, questo (nonché The Hobbit) può essere un buon passatempo. E se avete qualche cuginetto piccolo, è proprio il film che fa per lui.

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Le Due Torri

February 12th, 2003 by Reckall

Salvate il Soldato Tolkien

Le Due Torri è il seguito de La Compagnia dell’Anello, e sposta l’azione su una scala più vasta. Non sono più i singoli personaggi, i loro viaggi e le loro battaglie a definire il corso degli eventi, ma il mobilitarsi di interi regni e gli scontri di interi eserciti. In ciò sta l’anima positiva e negativa del film: chi si era affezionato alle avventure di un gruppo di personaggi legati dal filo del destino ne La Compagnia troverà pochissimo spazio per questo genere di sentimenti ne Le Due Torri. Chi, d’altro canto, non vedeva l’ora di vedere al cinema una guerra fantasy realizzata Come Dio Comanda, non troverà nessun altro esempio cinematografico che possa paragonarsi al nuovo film di Jackson.

Le Due Torri non ha alcun riassunto, e inizia dove La Compagnia ci aveva lasciato. Se non avete visto il primo film, preparatevi a trovarvi a una festa dove tutti parlano di cose che non sapete.

Nelle Due Torri il tema non è più il viaggio di una compagnia di personaggi, e il complesso sviluppo dei loro rapporti. Il quadro si allarga, e il tema centrale del film diventa la guerra. Più precisamente, il “conflitto”, che tra nazioni diventa guerra. Vi è conflitto tra amici, conflitto tra sentimenti, conflitto tra gli stessi eroi sulle scelte da compiere. Ma, su scala più vasta, ovviamente vi è la guerra. La compagnia si è divisa, i protagonisti hanno preso strade diverse, e nei loro viaggi entrano in contatto con i diversi aspetti di tale realtà, che come un incendio si sta allargando su tutta la Terra di Mezzo.

È stato questo, probabilmente, l’aspetto che più mi ha colpito de Le Due Torri. Film come Salvate il Soldato Ryan o Blackhawk Down si concentrano su un luogo e un momento ben precisi all’interno di un conflitto. Le Due Torri, al contrario, mostra l’intera estensione dello stesso, in tutte le sue forme e in tutte le regioni che ha invaso: dalle imboscate dei ranger di Gondor agli scontri “secondari” tra la cavalleria che scorta dei civili e gli orchetti cavalcalupi nelle pianure di Rohan, agli assedi - profondamente diversi in geografia e natura, del Fosso di Helm e di Osgiliath. Sembra che non una singola regione della Terra di Mezzo, se non la fortunata Contea a settentrione, non sia avvolta dalle fiamme della guerra. Una guerra rappresentata realisticamente, con estrema violenza (una compagnia di uomini del sud viene massacrata in un’imboscata con una freddezza degna di un azione militare reale) e ben poca gloria. Ciò rende Le Due Torri un film cupo e crepuscolare, che solo l’occasionale momento comico offerto da Gimli il Nano riesce a rischiarare.

Visivamente e spettacolarmente il film lascia senza fiato. Laddove L’Attacco dei Cloni me lo ricordo a tutt’oggi come un enorme candito in CG senza né capo né coda, Le Due Torri mi ha lasciato una serie di immagini che, mentre scrivo, si stagliano nella mia mente come quadri. Tutto ciò però ha un prezzo, ed è una minore definizione dei personaggi ed un perdersi della linea narrativa che scorreva nitida nella Compagnia dell’Anello.

Cinematograficamente parlando, infatti, il finale della Compagnia indicava chiaramente le due linee narrative sulle quali sarebbe dovuta proseguire la storia: il viaggio di Frodo verso Mordor e quello di Aragorn verso Gondor, dopo il dialogo finale con Boromr. Ciò, sempre da un punto di vista cinematografico, avrebbe condotto subito al Ritorno del Re. Il risultato è che Le Due Torri diventa un film superfluo. La prima parte introduce i personaggi e la trama, mentre ovviamente nella terza ci saranno i Veri Botti ™. Ciò riduce un po’ la seconda a un momento di passaggio nel quale, a ben pensarci, non vediamo nulla che abbiamo visto prima o non vedremo dopo. In sintesi, Le Due Torri non è L’Impero Colpisce Ancora.

Viggo Mortensen nei panni di AragornGli stessi personaggi sembrano “congelarsi”: Aragorn vive un’evoluzione ben precisa - e molto bella - ne La Compagnia, qui diventa un capo guerriero, ma non ha alcuna vera crescita psicologica. Chi conosce i libri sa che tale evoluzione riprenderà nella terza parte. Frodo, è vero, è sempre più preda dell’Anello, ma la linea narrativa scelta per la sua vicenda nelle Due Torri ha “RIEMPITIVO” scritto lontano un miglio, e in effetti tolta qualche scena avrebbe avuto più senso vederlo affrontare Mordor - soprattutto considerando che con cosa accadrà là le robe da raccontare non sarebbero mancate.

Gli attori: tra i nuovi, sopra a tutti, ho preferito Bernard Hill come Théoden e (OVVIAMENTE!) Brad Dourif come Vermilinguo (ma quand’è che a Brad faranno interpretare per una volta un personaggio alla Vin Disel? ^__^) Théoden è tra l’altro il mio personaggio preferito nel libro. David Whenam come Faramir è un passo indietro, ma più che altro per la caratterizzazione poco chiara del suo personaggio - la sua somiglianza con Boromir è davvero impressionante. Infine, Karl Urban come Éomer fa davvero troppo poco per dare un giudizio, e penso si vedrà di più nel terzo film. Ah, non posso fare a meno di menzionare come, per qualche ragione, ho trovato MOLTO più azzeccato qui l’Agente Smith (Hugo Weaving) nei panni di Elrond di quanto non lo fosse nel primo film.

Sospirone...Un discorso a parte, e più lungo, merita Miranda Otto come Éowyn. Mentre praticamente tutto il mondo sa che per me la Éowyn dei libri è Milla Jovovich, occorre dire che l’interpretazione che Jackson dà del personaggio è diversa da quella che dà Tolkien. Questo è però un punto importante per la mitologia tolkieniana: Éowyn viene spesso citata dagli studiosi di Tolkien come la dimostrazione che “l’anziano (e secondo alcuni misogino) professore di Oxford” aveva in realtà una sensibilità molto umana verso i problemi delle donne e i loro sentimenti a una certa età. La natura del suo amore per Aragorn non è mai realmente rivelata nel libro, ed è in realtà Aragorn stesso a giustificarlo come “un amore non per me ma per ciò che rappresento: libertà, autodeterminazione, il non essere prigioniero in una gabbia dorata“. Forse è così, ma è certo che la cotta di Éowyn per Aragorn fosse ben reale e, nell’usare non a caso il termine cotta, tale sentimento avrebbe dovuto puntare verso un personaggio di età ben diversa da quella di Miranda (”fredda come la nebbia di un mattino d’inverno, e non ancora maturata in donna” la descrive Tolkien). Invece la Éowyn di Jackson sembra già di base accettare il suo amore come espressione di ciò che Aragorn simboleggia - inclusa la fedeltà verso la donna che Aragorn ama (come mostra la sua radiosa scelta di recitazione in un momento al Fosso di Helm in cui il sentimento di Aragorn per Arwen viene mostrato in modo semplice ma intenso). Scelta questa interpretazione del personaggio, allora prendiamoci pure Miranda Otto, con la sua maggiore maturità. Ciò non toglie che, nel terzo film, a andare a spaccare il kulo a Chi-Sappiamo-Noi ™ TRAVESTITA DA UOMO avrei voluto vedere la Milla (che tra l’altro immagino sappia prendersi cotte e travestirsi da uomo molto meglio di Miranda). Pazienza, non si puo’ sempre vincere…

DUE discorsi a parte li meritano invece Gollum e gli Ent, anche se più brevi. Gollum è il più bel personaggio in CG che sia mai stato creato. Lo hanno già detto tutti e ora posso solo dire: guardatevelo! So che può sembrare ingiusto dedicare due righe alla cosa più bella del film, ma davvero non ho altro da dire: guardatelo! ^__^

Gli Ent mi hanno lasciato meno soddisfatto, ma in effetti gli Ent sono una di quelle cose che funzionano nell’immaginazione suscitata dalla parola scritta, ma che poi diventano un incubo da rappresentare visivamente. Dato questo problema, credo che Jackson e i suoi abbiano fatto uno tra i migliori lavori possibili (sicuramente ce n’erano altri).

L’assedio del Fosso di Helm verrà ricordato, senza dubbio, come una pietra miliare nell’arte di rappresentare la guerra al cinema. L’accostamento che più spesso è stato fatto è quello con i capolavori bellici di Akira Kurosawa (Ran, Kagemusha…). Trovo che questo accostamento sia assolutamente corretto, anche se a favore del maestro giapponese gioca un merito in più: Kurosawa doveva davvero organizzare e comandare i suoi eserciti di comparse, mentre Jackson ha potuto avvalersi delle piu’ moderne tecnologie digitali.

Detto questo, l’intera sequenza dell’attacco al Fosso è tanto superiore (per fare un confronto qualsiasi) alla battaglia finale de L’Attacco dei Cloni quanto la portaerei Nimitz può esserlo del canotto che avevo al mare da bambino: il campo di battaglia è ben definito, i piani di battaglia dei due schieramenti sono chiari (più sofisticato quello dei difensori, più rozzo ma con un suo senso quello degli attaccanti). Lo svolgersi della battaglia è sempre nitido, con assalti, ritirate e cambiamenti di strategia da parte dei comandanti che mostrano sempre una logica chiaramente identificabile in base a cosa sta accadendo. In sostanza, lo scontro finale di Ramelle di Salvate il Soldato Ryan moltiplicato per diecimila.

In definitiva, forse alla fine Jackson ha cercato di sostenere visivamente e con l’azione un film che narrativamente rappresentava un momento di cedimento, e, in questo senso vi è riuscito in modo STELLARE: a noi umani viene permesso di assistere a una serie di scene che in altri film da sole avrebbero costituito il momento clou. Ma ora un po’ ora aspetto i Veri Botti ™ nel Ritorno del Re, un po’ mi manca il piccolo mondo di relazioni tra i personaggi de La Compagnia dell’Anello, un po’ non condivido molte variazioni e scelte rispetto al libro, un po’ volevo la Milla… e un po’ mi manca Boromir.

OSSERVAZIONI SPARSE

- Una menzione speciale nonché un delirante applauso va all’Orchetto Tedoforo (se avete visto il film capirete). Secondo alcuni in realtà erano tre o quattro, che si sono passati la torcia da Isengard al Fosso di Helm - un’immagine meravigliosa.
Cose notevoli della scena: splendida l’idea di girarla come il momento epico/drammatico di un film sportivo di serie B; assolutamente delirante come la chiave di volta del piano d’attacco dei cattivi si basi su uno (e uno solo) che deve arrivare alle mine portando la torcia SENZA ARMATURA e con i compagni intorno che applaudono (invece che coprirlo scagliando frecce verso i nemici) e dove già in primo luogo non si capisce perché non abbiano usato una freccia infuocata; surreale infine che l’eroe orchetto sopravviva a DUE frecciate di Legolas sparate da due passi laddove NULLA in due film è mai sopravvissuto a una frecciata di Legolas (perfino nella Compagnia aveva sparato la freccia decisiva che aveva ammazzato il troll).
- Sempre parlando della stessa scena, non ho capito neppure perché le mine di Saruman fossero uguali a quelle che posavano gli U-Boat nella prima guerra mondiale (con pure gli spuntoni per attivare il congegno esplosivo quando impattavano contro una nave); forse anche per questo mi è un po’ mancata su di esse la scritta ACME: WAR SURPLUS.
- Parlando di cose che mi sono mancate, Gandalf che recita “IL POTERE DEI VALAR TI ESPELLE!!!” mentre Théoden si alza in volo a braccia aperte. Anche la testa del re che si girava di 180 gradi e iniziava a parlare con la voce di Saruman non sarebbe stata male.
- Parlando invece di “WAR SURPLUS”: le bestie volanti dei Nazgûl. Sono grandi come F-14 ma si beccano UNA freccia e volano via terrorizzate! Chissà come saranno contenti i Nazgûl di averle in dotazione…
- Un’altra scena che mi è mancata: Haldir che arriva al Fosso di Helm e saluta Théoden: “Siamo venuti a onovave l’alleanza tva gli elfi e il coraggioso popolo dei cavalli!“. E Theoden, indicando fuori dalle mura: “Gettate questo frocio fuori dal mio castello“. “AAAAAAAH!“. Scena identica a quando gettano fuori Vermilinguo…).
- Gli arcieri elfici sono un po’ nazisti… un po’ SS, diciamo… Un po’ sì, dai…
- La “conversione” di Faramir: per tre ore David Wenham dà un’interpretazione del personaggio che non ha nulla a che vedere con il libro, ma che almeno è coerente con sé stessa. Poi, di colpo, assiste alla scena di Frodo che sta per dare l’Anello al primo Nazgûl che passa, ed esclama “Come ho potuto essere così cieco! Ma ora ho visto la luce! Vi libero e vi mando da soli con l’Anello (e Gollum) verso le terre di Mordor!“. Se lo dice lui…
- Sempre parlando di Faramir, o ha poteri psichici o è saltato qualcosa nel montaggio: come fa a sapere della morte di Boromir? Nel libro lo intuisce, perché vede una notte lo spettro della barca funebre di suo fratello passare sull’Anduin, ma nel film di questa scena non vi è traccia. Escludendo i poteri psichici, propendo per il fatto che la vedremo nel DVD. Ma perché tagliarla?
- Qualcuno vuole spiegarmi CHI, in un momento in cui ipotizziamo che il Re di Rohan fosse ancora in possesso delle sue facoltà mentali, ha assunto BRAD DOURIF come suo consigliere?!? O____o
- Re Théoden sarà anche stato esorcizzato e liberato, ma non ne imbrocca comunque una: “Al Fosso di Helm saremo al sicuro! Mai le mura sono cadute! Il Trombatorrione non è mai stato preso!“. E ogni volta viene sbugiardato nel giro di pochi secondi. Ma perché non l’hanno imbavagliato?
- Visto che il Signore degli Anelli è (respiro profondo) “Fascista, Comunista, Femminista, Misogino, Ecologista, No-Global” ecc… Vi propongo una nuova interpretazione: FILOIRACHENO. “Non rischierò una guerra aperta!“, dice Théoden. “La Guerra aperta vi arriverà addosso che voi lo vogliate o meno” risponde Aragorn - e si trovano assediati 20 a 1 da un nemico tecnologicamente superiore. E vincono!!! Saddam potrebbe distribuirlo alle truppe come propaganda…
- Ho gia’ detto che come Eowyn volevo Milla? Beh, beccatevela qui:
(a Edoras)… e qui:
(nel “Ritorno del Re“).
Come quella del pugnale di Morgul, questa è una ferita da cui non guarirò mai…

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Le Due Torri

February 11th, 2003 by abietto

È tempo d’eroi!

Il cast del secondo capitoloIl Signore degli Anelli - Le Due Torri, secondo capitolo della trilogia cinematografica di Peter Jackson ispirata all’omonima saga di High Fantasy di J. R. R. Tolkien, è finalmente giunto sugli schermi. Come al solito ho voluto aspettare qualche tempo prima di scriverne la recensione, perché volevo digerire per bene le sensazioni, le emozioni, i dubbi… Tuttavia, già dal voto, avrete intuito che il secondo capitolo non mi ha convinto completamente quanto il primo.
Il fatto è che La Compagnia dell’Anello aveva una certa unità, una certa continuità narrativa e qualitativa che la rendeva una pellicola di facile valutazione. Le Due Torri, invece, presenta alcune caratteristiche addirittura superiori al capitolo precedente, ma presenta anche alcuni problemi non da poco. Questo fa sì che il raggio qualitativo si ampli moltissimo, e renda difficile valutare il film nel suo complesso. Certo, alla fine ho voluto premiarlo con un voto molto alto, ma quel dieci percento in meno rispetto alla Compagnia è giustificato, come cercherò di dimostrare immediatamente. Cominciando con il parlare dei nuovi personaggi…

Éowyn
Miranda Otto nei panni di ÉowynCominciamo subito col dire che Miranda Otto a me *piace*, sia da un punto di vista estetico, sia dal punto di vista recitativo. Tuttavia mi rendo conto che ha scontentato moltissime persone, che si aspettavano di vedere nel personaggio di Éowyn qualcuno di più duro e freddo. In effetti, nel libro Éowyn viene presentata come un autentico ghiacciolo, fredda e tagliente come la lama di un coltello, dotata di un’ironia acuta e tra le righe che non risparmia nemmeno il suo amato Aragorn, un personaggio degno di essere citato come antesignano del movimento femminista. Nel film, invece, Éowyn è una ragazza che mostra molto di più il suo lato dolce, debole, fragile… In molte scene ride calorosamente o piange disperatamente (come quando è al capezzale di Théodred). Peter Jackson, insomma, sembra aver voluto una Éowyn più “umana”, più sentimentale e ricca di emozioni positive. Questo, in effetti, avrebbe senso nell’economia del film, dato che potrebbe costituire un’alternativa per Aragorn alla lontana ed elfica Arwen (Liv Tyler). Tuttavia la cosa sembra non funzionare. Aragorn, infatti, non sembra affatto “tentato” dalla nipote di Théoden, e senza questo tentennamento, senza questa tentazione, lo scopo narrativo di questo cambio di registro per il personaggio non ha più molto senso. Un confronto tra la Éowyn del cartone animato e quella del film di PJDal punto di vista estetico, ci troviamo di fronte a una ragazza graziosa “della porta accanto”, con abiti semplici e lisci, con lunghi capelli mossi biondi. Un’immagine che ci ricorda in modo sospetto l’interpretazione del personaggio fatta nella produzione a cartoni animati The Return of the King del 1980 (cfr. immagine). Forse Peter Jackson si è lasciato influenzare da una versione del personaggio che lo ha colpito dal punto di vista grafico quando ha visto questo film? Inoltre Miranda Otto sembra troppo matura per questo ruolo: una ragazzina che si invaghisce del “cavaliere di ventura” può aver senso, ma una donna fatta risulta un po’ fuori luogo e anacronistica. Nel complesso, ho avuto la sensazione che Peter Jackson non abbia avuto il coraggio di “osare fino in fondo” un vero e proprio cambio di trama e del carattere dei personaggi, facendo marcia indietro alla fine. Certo, rimane il fatto che tutto ciò andrà giudicato alla luce di quanto vedremo accadere ne Il Ritorno del Re, ma dovendo giudicare il film in quanto tale, mi sembra che questo personaggio non sia completamente “azzeccato”. Milla Jovovich nei panni di Giovanna d'ArcoSoprattutto se consideriamo che nel terzo film Éowyn dovrebbe tagliarsi i capelli e indossare armi e armature maschili, andando alla guerra con il padre, spacciandosi per un soldato. E sarà proprio lei a distruggere il Signore dei Nazgûl, insieme a Merry, nell’Assedio di Minas Tirith. Personalmente, una Milla Jovovich come abbiamo imparato a conoscerla in film come Giovanna d’Arco di Luc Besson mi sembra una scelta più azzeccata per un personaggio che deve essere contemporaneamente molto femminile e molto duro e aggressivo.

Faramir
Anche il personaggio di Faramir è stato modificato rispetto alla sua versione originale nel romanzo di Tolkien. Non ho intenzione di giudicare il film in base al libro, questo sarebbe un terribile errore. Tuttavia, se nel libro certi elementi narrativi sono stati combinati in un certo modo, è perché ciò ha un senso ben preciso nella mente dell’autore. Cambiarli, significa voler imporre un’altra idea altrettanto precisa, e può anche essere una buona idea. Il problema è quando gli elementi si cambiano senza avere in mente un’idea tanto precisa. Così, qui, al posto del contraltare naturale di Boromir, cioè al fratello calmo, riflessivo, scevro dai sogni di potere e di smania di controllo del figlio prediletto di Denethor, ci troviamo di fronte a una sorta di Boromir in miniatura, che fa prigioniero Frodo e lo porta a Osgiliath per inviarlo dal padre, a Minas Tirith, in modo da consegnargli l’Anello del Potere e cambiare le sorti della guerra. Che senso ha tutto ciò? Il fatto di farci capire che nessuno può resistere alla tentazione dell’Anello del Potere? Mi sembra un tentativo un po’ maldestro, poiché pochi attimi dopo (e, inspiegabilmente, dopo che Frodo sta per mettersi l’Anello di fronte a un Nazgûl!!!), Faramir decide di lasciarlo andare, rischiando la vita per una fantomatica “legge” di suo padre che, però, non viene spiegata. Inoltre: come fa Faramir a sapere che suo fratello Boromir è morto, dato che gli unici testimoni dell’accaduto, nel film precedente, sono stati Legolas, Gimli e Aragorn? Nel libro questa intuizione ha una spiegazione ben precisa, che qui viene tagliata e si trasforma in un buco logico di sceneggiatura. Nel complesso, anche Faramir sembra essere un personaggio non molto ben identificato nella mente del regista. Un vero peccato, perché proprio Faramir ed Éowyn sono due personaggi centrali ne Le Due Torri e saranno molto importanti anche ne Il Ritorno del Re, e sono personaggi atipici e molto interessanti nel libro, mentre nel film sono stati trattati con sufficienza e superficialità.

Gli Ent
Ahimé, un’altra nota dolente: i “pastori di alberi” vengono sbrigativamente presentati e sono presenti in pochissime scene. Tutte le parti riguardanti la “casa” di Barbalbero, l’acqua degli Ent che farà crescere Pipino e Merry fino a farli diventare gli Hobbit più alti della Contea (nonché praticamente l’intero Entaconsulta) sono state tagliate. Il punto è: cosa rimane di interessante nel personaggio degli Ent se si tolgono tutti gli elementi che possono descriverli e farli conoscere all’audience? Un altra possibilità sprecata. Un ottimo uso della CGI, senza dubbio, e qualche buona battuta, ma nulla di più.

Gollum
Finalmente arriviamo alle note positive del film. E sono note positive di grandissimo valore. Gollum è semplicemente la creatura digitale più complessa, bella e drammaticamente interessante che si sia mai vista su uno schermo cinematografico. Cancella completamente Yoda o Jar-Jar Binks (nel secondo caso, non che ci volesse molto) e determina un autentico nuovo standard di recitazione al computer. Non si tratta di un pupazzo o di un dinosauro che si limita a ruggire, ma di un vero e proprio personaggio dotato non solo di una personalità, bensì di due! “Servile” e “Scurrile” (o “Sméagol” e “Gollum”) si alternano in continuazione, in un caleidoscopio di melodrammaticità degno di un teatro shakespeariano. Gollum è davvero un colpo da maestro che risolleva, in molti punti, le sorti del ritmo narrativo del film. Fa commuovere, fa ridere, fa paura, fa compassione. E, incredibilmente, sono solo pixel controllati al computer tramite l’uso delle movenze e della voce dell’attore Andy Serkis. Questo Gollum digitale verrà ricordato molto a lungo come il primo *vero* attore digitale, e non vedo l’ora di vederne l’interpretazione ne Il Ritorno del Re, poiché, come sanno bene coloro che hanno letto il libro, Gandalf aveva perfettamente ragione quando affermava che “avrà ancora una parte in tutto questo, nel bene o nel male”…

Le battaglie
Aragorn e Re Théoden sugli spalti del Fosso di HelmNon c’è alcun dubbio che Le Due Torri siano l’apertura narrativa di grande respiro che porterà naturalmente agli scontri finali de Il Ritorno del Re. Mentre il primo film era sì corale, ma concentrato sulle azioni di un singolo gruppo di eroi, questo capitolo mostra la guerra in tutte le sue forme e ci dà un’idea dell’ampiezza e della portata del conflitto mondiale che si sta preparando. Le razzie dei cavalcalupi nei villaggi della Rohan settentrionale, la battaglia di Osgiliath, gli scontri con i cavalieri di Rohan, gli Uruk-Hai di Saruman e gli Orchi di Sauron e, ovviamente, l’assedio del Fosso di Helm, mostrano una guerra combattuta con intelligenza e attenzione alla tattica su molti fronti.
Ma la forza di queste scene di battaglia è la spettacolarità incredibile, il realismo e l’ampiezza della scala presa in considerazione. Non si sono mai viste prima scene di guerra tanto crude e vaste, tanto varie ed emozionanti. Il Fosso di Helm è stato ricreato fedelmente secondo le descrizioni di Tolkien, e si nota chiaramente, osservando i movimenti delle truppe, un’intelligenza all’opera nella creazione di piani precisi, nell’utilizzo di tattiche e controtattiche. L’arrivo di Haldir (sigh) al Fosso di Helm, dà la possibilità ad Aragorn di utilizzare arcieri elfici contro gli Uruk-Hai, e i Cavalieri di Rohan, quando tutto sembra perduto, si lanciano in carica dagli accampamenti improvvisati delle grotte dietro il Trombatorrione. Forse l’unica nota un po’ curiosa (ma comunque spettacolare) è quello che è stato soprannominato “l’Orchetto Tedoforo” che parte con una torcia in mano senza armatura per accendere delle enormi bombe in stile Prima Guerra Mondiale preparate da Saruman, resistendo alle frecce di Legolas quando nessuno (nemmeno il Troll della Compagnia) c’era mai riuscito prima. Una freccia incendiaria non sarebbe stata più sicura?

Conclusioni
Le Due Torri non è un film perfetto: ci sono dei momenti in cui la narrazione ha delle cadute di tono (i passaggi a Gran Burrone, l’inspiegabile e inutile caduta di Aragorn in un fiume mentre combatte con i Cavalcalupi, eccetera) e alcuni punti focali della trama non sono stati centrati perfettamente. Tuttavia, l’amore e la dedizione di tutto il cast si respirano chiaramente, e le battaglie sono davvero senza precedenti. C’è da dire che il secondo capitolo della trilogia tolkieniana è senza dubbio il più debole, una sorta di anello di congiunzione tra il primo e il terzo, dove verranno tirate tutte le fila narrative. Non era facile realizzare un film di passaggio, come questo, ma direi che Peter Jackson è riuscito a fare del suo meglio. Inoltre, insistenti voci sulla rete affermano che il montaggio che abbiamo visto al cinema non è quello voluto dall’autore, che ha avuto delle discussioni molto serie con la produzione. Peter Jackson avrebbe voluto presentare un film di tre ore e mezza in versione cinematografica, ma la New Line ha voluto ridurlo a tre ore e rimontare alcune scene. Se questo è vero (e a giudicare dalle evidenti ingenuità di montaggio, io penso proprio che lo sia) allora non ci resta che attendere il DVD che uscirà prima di Natale, in cui potremo vedere l’edizione completa in quattro dischi del film, con il montaggio del regista ripristinato e tutte le scene tagliate al posto giusto. Può darsi che si tratterà di un prodotto completamente diverso e, auspicabilmente, molto migliore.

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Broken Bow

February 10th, 2003 by abietto

It’s been a long road…

Scott Bakula nei panni del capitano Jonathan ArcherCominciamo con il dire che, senza alcun dubbio, Broken Bow è uno dei migliori Pilot mai visti per le varie serie di Star Trek. Non è noioso, non è troppo autocelebrativo, non è troppo cerebrale… Gli autori, insomma, sembra siano riusciti a trovare il giusto equilibrio e il giusto mix di elementi per raccontare una storia affascinante e divertente per tutti gli amanti della saga.
Non c’è dubbio che molti fan abbiano storto il naso o abbiano accolto con un certo scetticismo l’uscita di questa quinta serie, un prequel ambientato cento anni prima della missione quinquennale storica del famoso Capitano James T. Kirk. Uno scetticismo che ha la sua ragion d’essere: con tutto quello che sta succedendo tra il Quadrante Gamma e il Quadrante Delta nel ventiquattresimo secolo, era il caso di fare una serie ambientata nel ventiduesimo?
Jolene Blalock nei panni di T'PolPer molti anni ci sono state due serie di Star Trek contemporanee nei network americani e internazionali (prima TNG e DS9, poi DS9 e Voyager), la Paramount si sta forse preparando, dunque, a lanciare una sesta serie? Questi e altri dubbi hanno fatto perdere il sonno a milioni di fan in tutto il mondo. Ma c’è dell’altro, ed è quello che proveremo ad andare a esaminare nel dettaglio qui di seguito…

Problemi di Continuity
Durante gli anni settanta e ottanta, la Marvel Comics si rese conto che il proliferare di numerose serie riguardanti personaggi e gruppi di personaggi, stava creando dei problemi di continuità narrativa. Quello che succedeva all’Uomo-Ragno in una testata non veniva necessariamente riflesso in un’altra testata in cui compariva lo stesso eroe, per non parlare dei problemi dei Vendicatori o dei vari gruppi di mutanti. Per questo motivo è stato creato un nuovo ruolo professionale che è proprio quello del responsabile alla continuity.
L'Enterprise NX-01 in tutto il suo splendoreAnche i produttori di Star Trek dovrebbero avere qualcuno che faccia questo lavoro. E se ce l’hanno, dovrebbero licenziarlo. Almeno dopo aver visto Broken Bow.
Cominciamo dalla più grossa di tutte: in tutti i manuali, i riferimenti nei film e nei telefilm, i libri ufficiali, la timeline ufficiale prodotta ai fan da Michael Okuda (che lavora sul set dai tempi di Next Generation), appare chiaro che la PRIMA astronave della Flotta Stellare che porta il nome di Enterprise, viene varata nell’anno 2245. Nelle “ready-room” del Capitano Picard, infatti, notiamo i modellini di tutte le Enterprise precedenti, e la prima è ovviamente la Constitution Class ai comandi del capitano Robert T. April, per una missione quinquennale, quindi del capitano Cristopher Pike (sotto cui Spock divenne primo ufficiale della nave) e quindi dell’ultima missione quinquennale, quella più famosa di tutte, quella del capitano James T. Kirk.
Da dove salta fuori, dunque, questa Enterprise di classe NX ben cento anni prima? Perché gli autori hanno deciso di sbugiardare così grossolanamente tutto il background fornito in precedenza? E non è certo l’ultima volta che accade in Broken Bow, purtroppo.
In tutta la puntata il capitano Jonathan Archer (Scott Bakula) parla dei comandi che arrivano da “Starfleet”. Ma non è certo possibile, considerato (e questa è veramente grossa) che la Federazione dei Pianeti Uniti e la Flotta Stellare vengono fondati ben dieci anni dopo l’inizio delle sue avventure! Il primo volo dell’Enterprise NX, infatti, avviene nel 2151, mentre la Flotta Stellare viene fondata nel 2161. Nel frattempo, gli umani avevano certo avuto molte altre astronavi a velocità curvatura, ma si trattava di generiche “Earth Forces” (Forze Terrestri) e non di una “Federazione” o di una “Flotta Stellare”.
Le due astronavi incriminate a confrontoA questo aggiungiamo il fatto che, sempre secondo il background ufficiale Paramount, nel 2156, cioè in quella che dovrebbe essere la sesta stagione della serie “Enterprise”, scoppieranno le “Guerre Romulane” tra le “Earth Forces” (e non “Starfleet”) e l’Impero Stellare Romulano. James T. Kirk, in una famosa puntata della Serie Originale, dice chiaramente che tutta quella guerra è stata combattuta nello spazio profondo senza che gli Umani o i Romulani potessero vedersi, poiché le astronavi non erano ancora dotate di visore principale sul ponte di comando (mentre invece, ovviamente, l’Enterprise NX-01 ne ha uno bello grosso in piena vista per tutta la puntata pilota). Siamo d’accordo che fare un’intera serie senza un visore del ponte di comando sarebbe stato un po’ noioso, e su questo dettaglio avremmo anche potuto soprassedere, se non fosse per tutto il resto delle incongruenze che rendono Enterprise una sorta di “apocrifo”, di “eresia del continuum” narrativo delle varie serie. Inoltre: come farà questa curiosa “Starfleet” ad affrontare l’Impero Romulano se soli cinque anni prima dello scoppio della guerra dispone soltanto ed esclusivamente di una singola nave da battaglia a curvatura?
E che fine hanno fatto le Guerre Eugenetiche, durate dal 1992 al 1996 secondo il background ufficiale di tutte le serie precedenti? Nella puntata pilota di “Enterprise” i nostri eroi incontrano degli alieni maestri nell’ingegneria genetica e capaci di modificare il fisico dei propri individui in qualsiasi modo per renderli dei perfetti agenti speciali. Possibile che nessuno del cast faccia il minimo riferimento al fatto che solamente centocinquant’anni Le due astronavi viste lateralmenteprima qualcosa di molto simile era accaduto sulla Terra con conseguenze devastanti? Si sono già improvvisamente dimenticati tutti quanti di Khan Noonien Singh e degli altri super-uomini?
Infine, un’ultima altra grande contraddizione: in tutte le fonti reperibili del background ufficiale di Star Trek e della timeline degli eventi principali della storia della Terra, appare chiaro che il primo incontro con un essere di razza Klingon avviene nel 2218, quindi settant’anni dopo la prima avventura dell’Enterprise NX-01. Ma ancora una volta, questo non sembra essere possibile, dato che la prima missione di Archer e company è proprio quella di riportare un guerriero Klingon, incidentalmente caduto sul nostro pianeta, su Qo’onos (Kronos), cioè il suo pianeta natale. A prescindere dal fatto che Kronos è molto distante dalla Terra e che un’astronave a curvatura 4,5 (il massimo raggiungibile dalle astronavi di classe NX) ci metterebbe una vita per arrivarci, (***SPOILER***)l’equipaggio della nave non soltanto compie la missione, ma entrano addirittura nella Sala del Gran Consiglio Klingon!!!
Sinceramente, ci sembra troppo, considerato che abbiamo dovuto aspettare Picard per una simile impresa!
E, sempre per parlare di Klingon… che fine hanno fatto le “creste” sul cranio nella Serie Originale? Perché i Klingon di “Enterprise”, cento anni prima di Kirk, ce le hanno, quelli dell’epoca della missione quinquennale di Kirk invece no, e dall’incidente di V’Ger in poi tornano ad averle?
Sembra che la serie “Enterprise”, almeno, riuscirà a fornire una spiegazione, per quanto raffazzonata, di questa evidente incongruenza…

La nave stellare
La NX Class a confronto con la Daedalus ClassPassiamo ora a parlare dell’Enterprise NX-01, comparsa dal nulla, e della forma che i produttori hanno deciso di darle. Sarebbe logico pensare che si tratti di un’astronave di classe Daedalus, forse con una sezione a disco che in realtà è ancora una “sfera” (prima del raggiungimento di un certo livello tecnologico nella gravità artificiale?), con un tubo dove risiedono gli alloggi principali e l’enorme sala motori con il “warp core” e le due gondole di curvatura dritte e tubolari. Invece ci troviamo di fronte qualcosa che sembra essere una “Akira Class” della Next Generation! Le uniche differenze sono l’attaccatura delle braccia delle gondole a curvatura, più arretrate e simili a quelle di una Constitution Class, e il fatto che la bolla curvatura viene evidentemente creata verso l’alto e non verso il basso. Ma se vediamo la figura dell’astronave dall’alto è difficile riconoscere quale sia una NX-Class e quale un’Akira-Class. Un design, insomma, assolutamente non possibile, almeno per l’epoca, secondo tutte le fonti ufficiali a nostra disposizione!
Perché, dunque, chiamarla Enterprise, quando non poteva assolutamente chiamarsi così? Perché, dunque, darle una forma tanto avanzata come design tecnologico?
Le immagini di questa pagina spiegheranno meglio il mio punto di vista (e di certo non soltanto il mio) di mille altre possibili spiegazioni.

La trama e i personaggi
La Daedalus Class, più probabile forma delle vecchie astronavi terrestriSenza fornirvi ulteriori spoiler, per permettervi di vedere il telefilm e di godere dei suoi colpi di scena, mi limiterò a dire che la trama è ben fatta, e che i personaggi risultano subito molto forti e convincenti.
Mi è sembrato giusto che ci fossero delle differenze nell’attitudine dei protagonisti, rispetto alle più “illuminate” ere della Serie Originale o addirittura di TNG. Qui i personaggi usano parolacce (”harsh language”, come direbbero gli americani), come “asshole”, hanno un modo di fare molto più scazzato e aggressivo, vedono con sufficienza le differenze sociali e culturali con le altre culture… Tutte reazioni perfettamente in linea con il periodo in cui la serie è ambientata e sicuramente realistiche e verosimili per persone che stanno appena cominciando la loro multietnica avventura in un universo sconosciuto.
Anche la sigla iniziale mostra volutamente una differenza sostanziale rispetto alle altre serie: invece del solito brano di musica classica a cui ci siamo abituati, e delle immagini delle astronavi che viaggiano nello spazio profondo, qui abbiamo una canzone rock melodica (”Faith of the Heart” cantata da Russell Watson) e immagini di un lontano passato che si avvicina sempre di più al presente, mostrando le conquiste del genere umano nell’esplorazione del pianeta e dello spazio, con tutte le navi che hanno portato il nome “Enterprise” prima della NX-01 (il veliero inglese, la portaerei nucleare americana, lo shuttle della NASA).
Tre immagini che mostrano bene le incongruenze nell'aspetto dei KlingonUn modo per dire all’audience, fin da subito: “Sì, questo è Star Trek, però forse non è esattamente quello che vi aspettavate”. E devo dire che è stata una sorpresa gradita. Se non fosse, infatti, per i terrificanti errori di continuity rispetto al background ufficiale della saga, non avrei nulla da ridire su questo “pilot”.
Il capitano è un simpatico duro “strong jawed” e ha una formazione tecnica, il primo ufficiale è molto “umano” (in certi momenti sembra un po’ il caro vecchio “Bones”)… Poi abbiamo una giovane giapponese esperta in lingue e un guardiamarina di colore che ha vissuto su alcune colonie spaziali e che sembra saperne quasi di più dei suoi superiori. Per non parlare dell’osservatrice Vulcaniana (la sexyssima Jolene Blalock), mandata sull’astronave per ordine del governo di Vulcano, per assistere questi “bambini” umani che si vogliono a tutti i costi lanciare in missioni nello spazio profondo. Naturalmente, diventerà il prototipo dell’Ufficiale Scientifico, ruolo che poi verrà ricoperto da personaggi come Spock, Valeris o Tuvok.

Conclusioni
Il consiglio del sottoscritto è: comprate le VHS in lingua originale e seguite questa serie (o guardatele in TV se riuscite a beccarle su qualche canale satellitare).
Se, come me, le differenze e le contraddizioni narrative vi danno fastidio, cercate di considerarla un “what if”, una serie di Star Trek ambientata in una dimensione parallela. Anzi, ora che ci penso: se si trattasse non dell’ascesa della Flotta Stellare così come noi la conosciamo, ma dell’Impero Terrestre del “Mirror Universe”, questo non soltanto metterebbe a posto le cose con la continuità (non abbiamo timeline ufficiale dell’universo speculare che abbiamo imparato a conoscere in TOS e in DS9), ma potrebbe rivelarsi un eccezionale colpo di scena durante le puntate finali della settima (presumibilmente) stagione. Il mio giudizio complessivo è molto positivo, e non vedo l’ora di vedere… come andrà a iniziare!

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La Compagnia dell’Anello

February 10th, 2003 by abietto

Episode I: the Phantoms are really a menace!

Gli HobbitPer anni gli uomini hanno sognato di portare la saga di John Ronald Reuel Tolkien al cinema. Lo scrittore di origini sudafricane, che ha insegnato a Oxford letteratura anglosassone ha creato un mondo tanto ricco di dettagli e di sotto-trame, un poema epico corale tanto assiepato di personaggi straordinari, che l’impresa, fino a non molto tempo fa, se non impossibile, sembrava senza alcun dubbio improbabile. I Beatles si erano detti affascinati dalla storia e volevano farne una saga musicale in parte recitata da loro, nei panni degli eroi della Compagnia, in parte a cartoni animati, stile Yellow Submarine. John Boorman (mica il primo stupido: quello che ha fatto Excalibur, per capirci) aveva presentato ai produttori dell’epoca una sceneggiatura per un film in due parti. La proposta, come quella dei Beatles, venne giudicata irrealizzabile per questioni di costi. Poi venne il buon Ralph Bakshi e la sua tecnica di rotoscoping, con la creazione di qualcosa che non si era mai visto prima sullo schermo. Una rappresentazione in parte a cartoni e in parte recitata della storia, molto fedele all’originale tranne alcuni piccoli dettagli trascurabili, come il fatto che la parte di Tom Bombadil, dei tumulilande e della Vecchia Foresta era stata completamente tagiata e che l’elfo che viene a soccorrere Frodo dopo Colle Vento non è Glorfindel, come nel libro, bensì lo stesso Legolas che poi entrerà a far parte della Compagnia dell’Anello. Io vidi per la prima volta questo film a dieci anni circa, e subito dopo decisi che volevo leggere il libro. Anzi, che volevo leggere TUTTO quello che aveva scritto questo strano signore con la pipa. Da allora ho letto cinque volte Il Signore degli Anelli in Italiano più una volta quasi tutto in lingua originale, mi sono riletto cinque o sei volte Lo Hobbit, tre o quattro volte Il Silmarillion, più una serie di altri scritti e libri sparsi (tra i quali il bellissimo Il Cacciatore di Draghi, che vi consiglio caldamente).
Gimli il NanoPoi, qualche anno fa, su Internet salta fuori un’intervista a Peter Jackson, autore che io già conoscevo e ammiravo moltissimo per lavori quali Bad Taste, Braindead e, soprattutto, Heavenly Creatures (Creature del Cielo). Nell’intervista, il buon Jackson ammetteva candidamente che la proposta di una trilogia cinematografica basata sul capolavoro di Tolkien era stata accettata da chi deteneva i diritti per il grande schermo e sarebbe stata prodotta dalla New Line Cinema, completamente girata in Nuova Zelanda e realizzata con effetti speciali fatti “in proprio” (cioè, non dalla ILM, insomma). Penso che, all’epoca, Spielberg e Lucas si fossero mangiati parecchio le mani, anche a giudicare dalle loro dichiarazioni in merito (Spielberg, se non ricordo male, disse che soltanto la ILM avrebbe potuto farlo decentemente. In pratica stava dicendo che questo pischello neozelandese non aveva speranze e che il film sarebbe stato un flop se dietro alla cinepresa non ci fosse stato lui o il suo amico George). Jackson, dal canto suo, non rispose mai alle polemiche e si limitò a lavorare duro, affermando che voleva realizzare qualcosa di diverso da un film “fantasy”. Più che altro aveva in mente un film storico, in cui i reduci delle battaglie del Fosso di Helm o dei Campi del Pelennor sarebbero stati utilizzati come fonte di dati e particolari per la ricreazione di tali battaglie. Un po’ come ha fatto Spielberg per il bellissimo Salvate il Soldato Ryan, insomma. A me sembrava l’approccio giusto, e mi sono commosso leggendo lo stampato di quell’intervista, cominciando già a pregustare il momento in cui sarei entrato nella sala cinematografica.
Ora questo momento è arrivato (anzi, è arrivato già da un po’) e ho voluto aspettare prima di scrivere questa recensione per far decantare le sensazioni che ho provato, per poter dare un giudizio obiettivo a freddo. Anche perché il cervello necessitava di riprendersi da cotale spettacolo. In breve: Peter Jackson è riuscito, naturalmente a modo suo, a dar vita al progetto più volte rifiutato, che tutti ritenevano improbabile se non impossibile. È riuscito a portare al cinema, in modo fedele (se non nei dettagli, sicuramente nello spirito) la saga di Frodo, Gandalf e compagnia.
La regia è strepitosa. Tutti i trucchi del mestiere sono unicamente al servizio della storia. Ci sono effetti che, almeno in questo primo episodio della trilogia, vengono utilizzati solo una volta, in un punto, perché servono proprio lì e da nessun’altra parte. La prima cosa che colpisce è il grande amore per i dettagli in ogni scena che il regista ha voluto esprimere, il grande rispetto verso questa grande saga epica moderna. Gandalf vede sul tavolo di casa dell’Hobbit Bilbo Baggins la mappa incorniciata della sua prima avventura, quella in cui viene recuperato l’oro dei Nani dal Drago Smaug. Le armi, l’Anello, le armature, gli oggetti, sono proprio come ce li si immagina leggendo il libro, fedeli all’iconografia classica che è stata data alla storia da artisti quali John Howe, i fratelli Hildebrandt o Alan Lee (alcuni dei quali, non a caso, sono stati assunti dal regista per fare il character design e la progettazione dei set e degli oggetti di scena).Boromir, sui copri-polsi di armatura di cuoio, ha inciso in bianco il simbolo di Minas Tirith, l’Albero Bianco con le Sette Stelle. La porta di Moria è identica a quella disegnata da Tolkien stesso. E anche Gran Burrone sembra preso direttamente dai disegni che aveva fatto l’autore della storia. Ma tutto questo a Peter Jackson non poteva bastare: dopo aver tentato l’improbabile, ha voluto tentare l’impossibile portando sullo schermo lo stesso Sauron, che mai viene visto direttamente nel libro. Nel “riassunto” iniziale, il Signore Oscuro arriva in battaglia. Enorme, come un dio, coperto interamente da una spigolosa armatura nera, con l’Anello al dito e una grande mazza ferrata nel pugno. Incredibile. Ma assolutamente inserito e in tono con la narrazione.
Gli attori sono stati diretti in modo magistrale e, proprio come nel libro, il risultato è corale. Non c’è nessuno che sia veramente protagonista, nessuno che per interpretazione o parte, sia davvero sopra gli altri. Tuttavia, la morte shakespeariana di Boromir è davvero commovente e ritengo sia una delle scene più belle del film (insieme, insperabilmente, al salvataggio di Frodo da parte di Arwen, quando sussurra in Elfico al fiume di Gran Burrone di levarsi contro i Cavalieri Neri). Ci sono molte differenze con il romanzo, ma sembrano essere tutte giustificate dal mezzo cinematografico: il personaggio di Aragorn, ad esempio, risulta molto più moderno, più umano, più combattuto. Il “Comic Relief” è stato spostato da Sam a Pipino e Merry, che ne combinano di ogni tipo durante il viaggio della Compagnia. Gimli è un altro polo del Comic Relief, anche se si alterna tra momenti comici e momenti di grande drammaticità. Ma la vera sorpresa è sicuramente Legolas: un elfo potente e terribile, bello ma determinato, duro e leggiadro al tempo stesso. Vederlo scagliare frecce più velocemente di quanto un gangster di un film di Tarantino riesce a sparare con la sua calibro 9 è veramente uno spettacolo per gli occhi.
Sicuramente non sarà possibile giudicare approfonditamente questo film, se non alla luce degli altri due. Dovremo aspettare ancora un paio d’anni, prima di poter mettere le mani sul cofanetto in DVD edizione speciale “Director’s Cut” che Peter Jackson ha già annunciato di voler produrre, dove l’intera saga dei personaggi sarà godibile senza soluzione di continuità con più di dieci ore di girato. Io personalmente non vedo l’ora, così come non vedo l’ora di andare alla prima cinematografica de “Le Due Torri”. Sono certo che non ci saranno cali di tono o ripensamenti di sorta, dato che, saggiamente, per abbattere i costi e per avere un ritmo di narrazione più fluido e omogeneo possibile, il regista ha girato i tre film insieme, in un anno e mezzo ininterrotto di lavoro in Nuova Zelanda con tutto il cast. Nel frattempo, caro Peter, per quanto possa valere, goditi il mio voto. Dopo aver pensato a tutti i piccoli difetti degli effetti speciali (la Compagnia che corre nella grande sala delle colonne di Moria, o Legolas che salta sulle spalle del Troll), a tutte le variazioni della storia, a tutti i cambiamenti della trama che Jackson ha voluto inserire, rimane il fatto che questo è un sogno che è diventato realtà.
Un sogno realizzato da un fan del libro per altri fan del libro.
Un sogno realizzato con il rispetto dello spirito della storia.

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L’Attacco dei Cloni

February 10th, 2003 by abietto

Il Lato Oscuro della LucasFilm

La locandina del filmIl vero motivo per cui il film Guerre Stellari - Episodio 2: L’Attacco dei Cloni si chiama così, è che Lucas ha deciso di clonare in questo film tutte le migliori sequenze della cinematografia internazionale degli ultimi anni. Un po’ come Dylan Dog con le sue “citazioni”.
Iniziamo con una lunga sequenza su Coruscant che è la fotocopia delle scene cittadine di apertura de Il Quinto Elemento mixate con la megalopoli di Blade Runner. (D’altronde, Coruscant stessa non è altro che la scopiazzatura di Trantor, capitale dell’Impero di Isaac Asimov). Poi Lucas copia sé stesso (sia nelle inquadrature sia nelle musiche, che in questo capitolo non aggiungono veramente nulla di nuovo a quanto già composto in precedenza da John Williams) con alcune lunghe, monotone, quasi inutili sequenze su Naboo, Coruscant e Tatooine. Poi abbiamo “citazioni” da Il Gladiatore, Braveheart e La Compagnia dell’Anello e infine un combattimento in cui il Maestro Yoda si trasforma in un incrocio tra Goku di DragonBall e Gigi la Trottola, in puro stile Manga (la sequenza dello scontro con il Conte Dooku sembra un videogioco tipo i vecchi Street Fighter).
La trama, unica cosa veramente interessante di questo capitolo, viene raccontata molto male. Molte cose vengono date per scontate e non spiegate adeguatamente (perché un Cavaliere Jedi non può unirsi a una senatrice della Repubblica? L’attaccamento morboso non è certo necessariamente parte di una storia d’amore… E perché i Kaminoani hanno scelto Jango Fett per la clonazione? Le capacità di combattimento non sono mica genetiche… e via di questo passo). Inoltre, uno dei punti di forza in assoluto della “vecchia” trilogia, cioè i dialoghi, qui sono al minimo storico, quasi peggio di quelli di Episodio I.
Le sequenze di combattimento, sempre più spettacolari, come quelle nella battaglia finale tra i cloni e i droidi, spesso risultano talmente “piene” che non si capisce assolutamente nulla di quello che sta succedendo, né si capisce di preciso quali mezzi meccanici facciano parte di una fazione e quali dell’altra. Yoda che si improvvisa colonnello dei Marines e arriva sul campo di battaglia sull’equivalente locale di un elicottero, facendo sbarcare le truppe clonate, è un tale coacervo di contraddizioni che quasi non vale la pena di enunciarle.
Christensen negli improbabili panni di Anakin SkywalkerPer quanto riguarda le “note dolenti”, cioè Hayden Christensen, il peggior attore mai visto in natura (peggio persino di Mark Hammill, e questo è tutto dire) e la storia d’amore del suo personaggio con Amidala, possiamo sicuramente dire che Lucas si è dimenticato come rendere interessanti le situazioni di questo genere. Basti pensare alla storia d’amore di Han Solo e della principessa Leia Organa ne L’Impero Colpisce Ancora, e paragonare quelle sequenze alle scene de L’Attacco dei Cloni per rendersi conto che siamo scesi sotto il livello della sitcom adolescenziale media americana.
E che dire di Obi-Wan Kenobi, che non riesce nemmeno a rendersi conto di una banalità come il fatto che il sistema stellare di Kamino è stato cancellato dagli archivi della biblioteca di Coruscant, e che deve essere imbeccato da un bambino di sei anni per capire una cosa che *tutti* in sala intuiscono almeno cinque minuti prima? Va bene che i Jedi sono in un periodo di corruzione e declino, che il loro legame con la Forza si è sicuramente indebolito e che sono diventati troppo sicuri di sé stessi e presuntuosi… ma non necessariamente STUPIDI. Tutti i Cavalieri Jedi del film, invece, si comportano in modo totalmente imbecille, come i protagonisti di un pessimo horror di serie B, se non peggio.
Jango Fett e quel Boba di suo figlio...Volete un esempio lampante (come se quello precedente non bastasse)? Ecco qui: Obi-Wan Kenobi, maestro di Anakin, capisce che quest’ultimo è fortemente attratto da Amidala, e inoltre crede che sia molto presuntuoso per via del suo grande potere innato (tra l’altro, che fine hanno fatto i midichlorian?). Se ne lamenta con il Maestro Yoda e il Maestro Mace Windu. E questi due cosa decidono di fare un attimo dopo? Di mandare in missione Anakin Skywalker DA SOLO (cosa inedita per un Padawan) a proteggere proprio la Senatrice Amidala! E tutta la vicenda dell’esercito di Cloni non sta in piedi: Obi-Wan arriva su Kamino e tutto gli viene spiegato senza che nessuno gli chieda neanche una credenziale. Il Jedi che avrebbe ordinato questi cloni (con quali soldi o risorse, poi?) è un Maestro morto da dieci anni, eppure nessuno si fa domande, nessuno si stupisce, nessuno si rende conto della strumentalizzazione della cosa… Non solo: ma alla fine l’esercito dei Cloni viene usato PERCHE’ JAR JAR BINKS VOTA A FAVORE! E perché Jar Jar Binks vota a favore? Perché la durissima, irreprensibile, incorruttibile e testarda Senatrice Amidala DELEGA A LUI QUESTA DECISIONE DOPO CHE SONO DIECI ANNI CHE LOTTA IN SENATO OPPONENDOSI A QUESTA LINEA POLITICA!!!
Ewan McGregor nei panni di Obi-Wan KenobiInsomma… è tutto tirato per i capelli e fa acqua da tutte le parti. Non è un vero film di Guerre Stellari… assomiglia più a una parodia dei Monty Python. La scena della morte della madre di Anakin è ridicola, così come il momento in cui Yoda si mette “in posa marziale” alla Bruce Lee… sono cose che fanno venire seri dubbi sulle capacità critiche del regista, degli sceneggiatori e dei produttori della pellicola.
E che dire dei Jedi, che sono sempre stati presentati come cavalieri mistici, monaci, guardiani dell’equilibrio e della pace, e ora vengono presentati, invece, come poliziotti della Repubblica? “Tranquilli, è un lavoro da Jedi, continuate a bere” sembra una battuta uscita da una parodia o da un film come Arma Letale, non certo da un capitolo di Guerre Stellari.
Le contraddizioni filosofiche, i pessimi dialoghi, i buchi di sceneggiatura, le stupidaggini, gli errori… fanno sì che una trama interessante si trasformi in un caleidoscopio inutile di effetti speciali, in cui la storia non viene raccontata, ma dev’essere ricostruita con sforzo d’affetto da parte dei fan e degli spettatori occasionali. Siamo molto lontani dai fasti di Una Nuova Speranza o L’Impero Colpisce Ancora, e siamo decisamente sulla rotta discendente, sempre più ripida, determinata da Il Ritorno dello Jedi (film per cui Gary Kurtz, produttore dei primi due episodi, litigò con Lucas e se ne andò) e, naturalmente La Minaccia Fantasma.
Di questo passo, temo che Episodio III sarà talmente brutto e incoerente con se stesso da farci rimpiangere che non sia stato diretto dai fratelli Zucker o da Mel Brooks.

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L’Attacco dei Cloni - La Parodia

February 10th, 2003 by Reckall

Bim bum bam, fratelli!

Siamo su Coruscant, capitale della Repubblica, e il film inizia con la tipa pagata per prendersi missili al posto di Amidala che si prende un missile al posto di Amidala. “Strasob, perdonatemi perché vi ho deluso!” esala la poverina nell’ultimo respiro, mostrando di avere ancora tutti i denti malgrado si sia presa in bocca un missile che ha distrutto un’intera astronave. “Doveva prendersene due?!” si chiede il pubblico. L’azione si sposta quindi presso Obi-Wan, che arriva con il suo discepolo Anakin. “Anakin! Ma sei davvero tu? Quando mi dicevano che il futuro Darth Vader era diventato più grande di me speravo in Viggo Mortensen… o almeno in Jean Reno - che già volevo farmi quando tu non eri ancora nato!”, pigola una sorpresa Amidala, all’apparizione di una bietola che non c’entra nulla

  • Con Darth Vader da bambino
  • Con Darth Vader in primo luogo

“Oh, principessa, l’ultima volta che ci siamo visti avevo quattro anni, ma già avevo il pisellino duro pensando a voi - un effetto collaterale dei Midichlorian, mi dicono, poco importa se su questo brillante concetto George ha già calato il sipario. Insomma, mi amo e vi tormento… cioè, VI amo e MI tormento…”. “Non parlate così che mi fate ridere”, conclude Amidala arrossendo, e se ne va.

L’occasione dell’incontro è una grave crisi di qualche tipo, sulla quale Amidala non è d’accordo. “Il giorno che la Democrazia finisce, la Democrazia è finita, quindi dobbiamo difenderla a tutti i costi”, proclama pestando il piedino, “e se il New York Times pubblicherà foto che dimostrano che in realtà un tempo facevo la Regina affermerò che è una montatura!” Tutti applaudono, perché nel Senato della Repubblica sono tutti amici, anche se poi si accoltellano sotto il tavolo tipo i DS, e quindi i JEDI addetti alla sua scorta decidono che, se la vita della neo-senatrice è in pericolo, la cosa migliore è farla dormire da sola e senza guardie.

“Acciderba, Anakin, percepisco due millepiedi velenosi nella stanza di Amidala!”, esclama Obi-Wan durante la notte, “e quindi questa dimostrazione della potenza delle percezioni-Jedi dimostra senz’altro che il futuro Imperatore Malvagio non può essere il tipo a due metri da noi, come volevano farci credere!” Contenti di questa conferma, i due Jedi salvano Amidala e si gettano all’inseguimento del killer saettando tra il traffico volante di Coruscant (ed evocando in loro gli spiriti di STARSKY & HUTCH grazie a un nuovo POTERE-JEDI). Dopo alcuni livelli di un videogioco, i due si fermano.

“L’abbiamo perso tra i set del Quinto Elemento e quelli di Blade Runner dannati tu e i tuoi Midichloran!”, fa Obi incazzato. “È vero, ma se nel Quinto Elemento Leeloo saltando nel vuoto a caso centra proprio il taxi di Bruce Willis, allora senz’altro saltando nel vuoto a caso anch’io centrerò qualcosa di interessante, perché io sono un JEDI“, fa Anakin arrogante, e salta, centrando infatti proprio l’auto volante del killer. “E che cazzo, questo è il futuro Darth Vader, eh, mica l’ultimo dei pirla!”, concorda il pubblico.

Dopo altre disavventure i due cuccano il killer, che però muore subito fulminato da BOBA FETT. “C’è qualcosa che non torna”, mugugna Obi. “Primo, perché ha fatto fuori il killer e non noi due, che eravamo senza dubbio una preda migliore? Secondo, cosa ci fa Boba Fett qui? Credevo che fosse un personaggio della seconda trilogia!” “Sarà il papà’”, ipotizza Anakin, “in Guerre Stellari i papà saltano sempre fuori nei momenti più impensati - lo sento”. “Queste tue pirlate saranno la mia morte”, si lamenta Obi. I due tornano quindi da Amidala, sulla cui sorte il Consiglio Jedi sta discutendo.

“C’è venuta una fantastica idea: mandiamo via Amidala, dalla cui sopravvivenza - per ragioni non chiare - dipende la Pace nella Galassia, scortata solo da un apprendista Jedi, con i Midichlorian scombinati, ed esplicitamente rincitrullito dai feromoni di Natalie Portman!” vota all’unanimità il Consiglio. “Ovviamente Amidala partirà in segreto e sotto falsa identità, mentre, per far sì che nessuno si accorga della sua assenza, metteremo al suo posto Jar Jar-Binks”. Tutti concordano, perché se lo dicono i Jedi deve essere una cosa furba, e così vediamo Amidala mentre prende un pullman spaziale per Naboo, tutta travestita e di nascosto, e apertamente scortata in un luogo pubblico da due dei Jedi più noti della galassia. I più attenti noteranno anche un cameo di Bin-Laden che prende lo stesso pullman. Tutti si salutano, e Obi decide di fare visita a un cugino di DANNY AIELLO con quattro braccia.

“Ascolta, per ragioni troppo complicate da spiegare, questo dardo che ha ucciso il sicario mancato mostra un collegamento tra i nemici di Amidala e un misterioso pianeta chiamato Kamino, cancellato da ogni carta stellare”, spiega il cugino di Danny Aiello. “Nun farti fottere dal fatto che nell’Archivio Galattico il pianeta nun ce sta: i fetusi hanno fatto i giochini-Jedi per cancellarlo - fidati di Danny, la migliore cucina regionale su Coruscant”. Armato con questa informazione di prima qualità, Obi confronta Yoda nell’asilo dei piccoli Jedi: “Maestro, in questa olomappa c’è una regione stellare dove dovrebbe esserci un pianeta, ma il pianeta non c’è. Eppure i pianeti vicini mostrano il suo influsso gravitazionale!” “Forse qualcuno ha cancellato il pianeta con il bianchetto!” esclama un piccolo apprendista Jedi, sinceramente sorprendendo i due maestri con la sua acutezza. “È stato un Jedi”, medita Yoda, “Solo un Jedi poteva cancellare il pianeta dalla mappa, ma non togliere il suo influsso gravitazionale sui pianeti vicini - così da rendere la sua assenza un pugno in un occhio per chiunque. Tutto ciò non mi piace: devo meditarci su”. Mentre Yoda medita, Obi decide di andare là a dare un’occhiata.

La trama dunque si divide, seguendo con montaggio alternato le vicende parallele di Obi su Kamino e la storia d’amore su Naboo (la cui attuale Regina, mostrando un regale autocontrollo, non ha sfondato il soffitto nell’apprendere che Jar Jar ha sostituito Amidala al Senato proprio nel mezzo della più grave crisi mai accaduta nella storia della Repubblica). La musica, adattandosi al racconto, culla lo spettatore nel sonno con dolci nenie mentre i due colombi si scambiano frasi trovate nei Baci Perugina, e lo risveglia con marziali tromboni ogni volta che si torna alla parte interessante, ovvero l’indagine di Obi - e tutto ciò dimostra come Williams alla fin fine la veda sempre più lunga di George. Anakin trova comunque il tempo per citare Michael Douglas che fa lo scherzone sul prato in ATTRAZIONE FATALE.

Intanto, su Kamino, Obi si imbatte nella New York sommersa di A.I., popolata dalle stesse creature azzurre che si vedono alla fine del film di Spielberg (e di INCONTRI RAVVICINATI). “Certamente siete qui per quella faccenda là!” lo accoglie una creatura azzurrina. “Uh?” fa Obi, applicando le tecniche di investigazione-Jedi. “Ma sì, quella cosa là, la faccenda dei cloni…”
“Ah, ehm…” fa Obi, “certamente! Portatemi da, uh… Chi volete voi!”, ordina, e grazie alle tecniche di investigazione-Jedi scopre che un Maestro-Jedi morto da dieci anni ha ordinato all’insaputa di tutti un esercito di cloni pagando con la carta di credito aziendale del Consiglio. “Qui c’è qualcosa che non quaglia”, conclude Obi con i suoi poteri di analisi-Jedi “e perciò seguirò Boba Fett e suo figlio, cioè, e suo padre, cioè, lui stesso più da piccolo, in modo da scoprire chi si nasconde dietro a tutto ciò!”.

Intanto Anakin fa alcuni brutti sogni nei quali, mettiamo, vede la sua mamma su Tatooine rapita da predoni tusken. “Devo andare a salvarla”, spiega la mattina dopo a Amidala, “ma devo anche proteggervi, quindi verrete con me: la vostra incolumità è importante per la Pace della Repubblica, e quindi certamente nessuno verrà a cercarvi in uno dei posti più selvaggi, pericolosi e malfamati della galassia”. I due arrivano così su Tatooine, e dopo una lunga indagine-Jedi scoprono che la mamma è stata rapita un mese prima da predoni tusken. “Abbiamo cercato di salvarla partendo in trenta”, spiega il nuovo compagno di mamma, “e siamo tornati in quattro - e le mogli degli altri ventisei mi hanno massacrato di botte perché li ho coinvolti in quell’impresa pericolosa. Perciò ora, come vedete, sono imobilizzato su questa sedia a rotelle, e non posso più fare nulla. Oh, povera moglie mia! Ma tanto, pazienza, perché ormai sarà morta. Burp!” Anakin però ha delle sensazioni-Jedi che gli dicono il contrario, e parte da solo per liberare la mamma, trovandola infine in un ACCAMPAMENTO TALEBANO. Nel frattempo scopriamo anche che Tatooine ha tre lune - una rivelazione in più di questa serie di film.

La mamma di Anakin, in effetti, è ancora viva, e prigioniera dei Talebani tusken, ma purtroppo è messa male. “Oh, figlio mio”, dice piangendo alla vista di Anakin, “da dieci anni non ti vedevo, e poi mi hanno rapita. Ma il mio cuore di mamma mi diceva che se avessi saputo tenere duro dieci anni e un mese, allora ti avrei rivisto. E ora che ti ho rivisto posso anche morì…”, e muore. Tutto ciò fa comprensibilmente girare i coglioni a Anakin che, accompagnato dal tema del Lato Oscuro, accende la sua spada laser in mezzo all’accampamento. “Evvai col massacro etnico!” esclama il pubblico, sistemandosi meglio sulle poltrone in anticipazione della scena. Per tale ragione, tutti rimangono un po’ spiazzati quando il film stacca invece su una scena che non c’entra nulla.

Al Senato e al Consiglio dei Jedi stanno intanto dibattendo un serio problema: qualcuno dovrebbe presentare una mozione che dà al Supremo Cancelliere Palpatine pieni poteri, così che egli possa operare in modo adeguato durante questa crisi - della quale nessuno ha comunque ancora capito nulla. Ma chi può essere così cretino da fare una cosa del genere? Casualmente c’è lì Jar Jar, e questo dà l’occasione a Lucas di congedarsi dal suo personaggio preferito facendogli compiere uno degli atti più importanti dell’intera saga, ovvero la salita definitiva al potere di Palpatine. Ovviamente, però, se i Jedi sono d’accordo, deve essere una cosa furba. “Vista la grave situazione e gli imbecilli che mi circondano”, dichiara solenne Palpatine, “non posso fare a meno di diventare Imperato… di accettare i pieni poteri. E prometto che vi rinuncerò non appena la situazione cambierà”. I fan della Trilogia Classica, ovviamente, sanno che ciò è vero: infatti quando in un remoto futuro arriveranno in scena personaggi solo un po’ più furbi, Palpatine verrà felicemente spazzato via.

Mentre accadevano tutte queste importanti cose, Obi ha inseguito Boba o chi per lui fino a un pianeta circondato da un campo di asteroidi, nell’attraversamento del quale ci ha appena dimostrato di essere un pilota migliore di Han Solo, e di conoscere gli stessi trucchi del contrabbandiere stellare da ben prima che questi nascesse (e quindi, indirettamente, confermando una cosa che tutti già sapevamo, e cioè che se c’era Obi ai comandi del Millenium Falcon invece che Han nel primo Guerre Stellari, col cavolo che si facevano fregare dal radiofaro traente della Morte Nera - mica cazzi).

Arrivato sul pianeta, Obi (che non è stato capace di schermare la sua astronave dalle testate a ricerca automatica dei missili di Fett e quindi non deve avere quel potere-Jedi), decide comunque di atterrare in mezzo a alcuni enormi e misteriosi edifici tecnologici fregandosene di qualunque radar o dispositivo di allarme. “Vedi come si fa a inflitrare agenti a Baghdad senza farsi notare?”, spiega a un suo collega un agente della CIA seduto tra il pubblico, “mandi un elicottero con su l’agente e lo fai atterrare in pieno giorno in una delle piazze della città. Prendi appunti: se lo fanno i Jedi deve essere una cosa furba!” E infatti lo è, perché vediamo come Obi si infiltri tranquillamente nella strana base nemica senza che nessuno se ne accorga. All’interno scopre che i malvagi mercanti del primo film, alleati con dei robot cattivi stile anni ‘30, stanno costruendo un enorme esercito di robot utilizzando l’assistenza e le tecnologie di SARUMAN - il quale, immaginiamo, ha convinto i mercanti sulle sue abilità di assemblatore di eserciti grazie a una brochure su come egli abbia già saputo costruire i temibili Uruk-Hai ne LA COMPAGNIA DELL’ANELLO. “I malvagi mercanti, dei robot cattivi degli anni ‘30 e SARUMAN stanno complottando qualcosa!”, mugugna Obi. Grazie ai soliti poteri analitici-Jedi Obi trae la conclusione che tale cosa non deve essere nulla di buono, e decide di comunicare la cosa ad Anakin e al Consiglio.

Nel frattempo un Anakin un po’ fuori di sé è tornato da Amidala. “Mi hanno ucciso la mamma, e io per vendetta li ho massacrati tutti, uomini, donne e bambini!”, fa, agitando i pugni per aria e inveendo, non si sa perché, anche contro Obi. “Povero Anakin”, pensa Amidala subito coinvolta, “il suo Maestro è un rompipalle, la mamma è morta e io non gliela do - il tutto in un’ora e mezzo di film - non c’è dunque da stupirsi che stia sclerando verso il lato oscuro! Devo pensare a una soluzione diplomatica! Mmm…” (si illumina tutta) “Magari se gliela do si rasserena un po’, e rimane dalla nostra parte!” Scopriamo così che Amidala è preda già “tanto tanto tempo fa in una galassia lontana lontana” dal complesso della crocerossina che in ogni epoca rovina le brave ragazze invaghite del tipo “coi problemi”. Intanto Anakin, che ha percepito le intenzioni di Amidala grazie alle sue intuizioni-Jedi, si rivolge al pubblico strizzando l’occhio: “Vedete come si fa? FINGO un massacro etnico - che se ci fate caso nessuno ha visto - porto a casa il risultato con Natalie e intanto resto ancora per un po’ nel Lato Luminoso. Bim bum bam, amici!”.
“Ma hai capito che figo?” fa il pubblico, al quale il mancato massacro non stava andando giù, ma che ora è sinceramente ammirato, “era tutto un piano-Jedi! Eh, ma infatti questo diventa Darth Vader, mica l’ultimo dei pirla!” e la platea rasserenata si sistema tutta contenta per gustarsi l’ultima mezz’ora.

Proprio mentre Amidala sta per comunicare la sua Scelta d’Amore, però, arriva la comunicazione d’allarme di Obi (la cosa - indirettamente - fa capire perché Obi riesca sempre a stare sui coglioni ad Anakin) “Allarme, su questo pianeta desolato Saruman e i mercanti ne stanno combinando una delle loro, assemblando un enorme esercito di robot. Non solo, ma un robot-guardiano uguali a quelli che ho distrutto a decine in questi due film mi ha appena colto di sorpresa, e, per qualche inspiegabile ragione, contro questo in particolare non ce la sto facendo! Aaaargh! Passo e chiudo”.

“Accidenti, Anakin, dobbiamo liberare il tuo Maestro!” esclama Amidala, la quale ha dopotutto deciso di seguire la regola culturale delle donne di tutti i tempi in base alla quale l’uomo deve provare il proprio valore prima che ella si conceda. “E se lo liberiamo vedrai che ci sarà la sorpresa!” conclude radiosa. Anakin mugugna un po’, vedendo il suo piano disfarsi per colpa di quel cazzone di Obi (fatto che getta saldamente le basi narrative per il loro futuro rapporto nel quarto film della serie), ma alla fine, visto che non c’è altro da fare, finge anche lui radiosità. “Come faremo a infiltrarci se non sappiamo ancora in cosa o dove?”, si informa Amidala. “Atterreremo in mezzo ai primi edifici che troviamo e entriamo dalla porta”, spiega Anakin, “Vedrai che funzionerà: è un antico piano-Jedi che mi ha insegnato il mio Maestro!”. I due dunque partono per aiutare Obi.

Ovviamente anche il Consiglio dei Jedi è preoccupato. “Mettere in stesso paniere uova tutte saggio non è”, sentenzia Yoda-do-Naiscimiento. “Quindi VOI andate a aiutare Obi, mentre IO vado su Kamino a raccattare ’sto esercito di cloni, che dopotutto abbiamo anche già pagato”. Se lo decide Yoda deve essere una cosa saggia, e quindi tutti concordano. I Jedi partono dunque anche loro per salvare Obi. Nella frenesia del momento, nessuno ovviamente trova il tempo di chiedersi CHI avrebbe pagato ’sto esercito di cloni, visto che colui che lo ha ufficialmente ordinato è morto da dieci anni.

Sul pianeta Isengard intanto le cose non vanno mica bene. Anakin e Amidala hanno sbagliato porta, e si sono trovati in un videogioco platform di Supermario. Ciò ha condotto alla loro cattura, e alla condanna, insieme a Obi, ad essere divorati da creature orribili nell’arena del GLADIATORE. Neppure il fatto che si è scoperto che R2-D2 può volare rende la coppia meno depressa. “Qual era la sorpresa?” chiede Anakin, mentre lui e Amidala stanno per essere condotti nell’arena. “Eh?” fa Amidala”, che era distratta. “La sorpresa! Quella di cui parlavi su Tatooine!”, “Ah, sì, che ti amavo! Ma ormai (sospira) non credo che sarà più necessario…”.

I due vengono dunque incatenati insieme a Obi nel centro dell’arena, mentre terribili creature in CG vengono fatte entrare dai cancelli. “Maestro, dobbiamo pensare ad Amidala e proteggerla!”, esclama Anakin, incurante del fatto che un rinoceronte tricornuto grande come un cingolato Jawa sta galoppando verso di lui a quattro volte la velocità del suono. “Non temere!”, lo rassicura Obi, “Ella infatti ha già badato a nascondersi in bocca una graffetta, ad aprire con essa le manette, e a liberarsi, proprio come Anthony Hopkins ne IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI. Inoltre è riuscita a fare tutto ciò nel centro di una arena davanti a un milione di spettatori senza che nessuno si accorgesse di nulla - e questo prova che ha davvero del talento! Ora pensiamo a liberarci anche noi!”

I due, usando il raro e temibile potere del mistico culo-Jedi (lo stesso che permetterà a Luke di centrare proprio un’antenna mentre sta cadendo nel vuoto ne L’IMPERO COLPISCE ANCORA) riescono dunque a liberarsi, e ciò conduce a una battaglia di sapore mitico nella quale si scopre che una normale senatrice della repubblica può tenere testa a creature alte venti metri tanto quanto due Jedi con quarant’anni complessivi di addestramento. Tutto ciò, ovviamente, era già stato previsto dagli spettatori dell’arena, i quali non avrebbero certo pagato il biglietto per lo spettacolo di due minuti di alcuni mostri che mangiano tre incatenati. “Che bello!”, fa Amidala tutta contenta, mentre gli altri due sudano sette camicie, “Leon non mi aveva mai fatto ammazzare nessuno, ma qui posso scatenarmi!” e per le successive due ore spara con un blaster finto contro uno schermo blu sul quale saranno più tardi sovrapposte creature in CG. “Lucas ha più rispetto per i suoi attori di Besson”, concorda il pubblico, che in massa decide che boicotterà il prossimo film del regista francese.

Intanto nell’arena i nostri tre cominciano a essere in difficoltà, ma, niente paura! Infatti, come tutti sapevano, stavano arrivando i Jedi. In verità, molti indizi visivi fanno pensare che essi fossero seduti sugli spalti fin dall’inizio, celati grazie grazie ai soliti trucchi-Jedi, e che non siano intervenuti prima solo perché la battaglia nell’arena era comunque interessante. Sia come sia, i Jedi infine balzano fuori tra lo stupore della platea. “Ma come, in Guerre Stellari Darth Vader percepisce la presenza di Obi-Wan non appena questi mette piede sulla Morte Nera, e qui Saruman non ha percepito la presenza dell’INTERO CONSIGLIO JEDI?!?”, si chiede il pubblico. Saruman in realtà è più furbo di cosi’ “Bwahahah! Siete caduti nella mia trappola, che consisteva nel fare arrivare qui l’intero Consiglio Jedi in modo che le mie armate potessero sterminarlo! Poco importa se i tre che siete venuti a salvare sono qui per un mix di eventi casuali e decisioni imbecilli: tutto ciò dimostra solo che la Forza è dalla mia e che siete dei falliti. Arrendetevi!” “AAAAAH!” Fa il pubblico, “allora C’ERA il piano! Eh, d’altro canto, questo qui è Saruman, Dracula e Sherlock Holmes tutti insieme, mica l’ultimo dei cretini!” e la platea si rimette a sgranocchiare pop-corn di nuovo coinvolta dalla trama, in anticipazione del rush finale.

Nell’arena le cose si mettono di nuovo male, con i Jedi assaltati da ondate su ondate di qualsiasi cosa. Ma, niente paura! Infatti, come tutti sapevano, sta arrivando Yoda con l’armata dei cloni (che, scopriamo, viene venduta con mezzi d’assalto e astronavi da trasporto comprese nel prezzo). Saruman tira fuori le sue truppe e sullo schermo si scatena la più grande guerra tra armate in CG che si sia mai vista al cinema. Già che c’è, SAMUEL JACKSON taglia la testa al cacciatore di taglie con la sua FICHISSIMA SPADA-LASER PORPORA: “You don’t messa with me, yu’mutterfucka, cuz’ I’m a cool badass even when JOHN TRAVOLTA isn’t ’rounda”, digrigna Jackson davanti al corpo decapitato. Questa tragica visione ispira propositi di vendetta a Fett-figlio - propositi che, come sappiamo, si concluderanno in modo non meno ridicolo ne IL RITORNO DELLO JEDI.

Nel frattempo, per Saruman e i suoi accoliti le cose non vanno molto bene. “Questa pruoiezione oluografica palesemuente piruatata da Command & Conquer muostra che le nuostre armuate stuanno vuenenduo muassacrate”, si dispera un mercante con un curioso accento di Kiev. “Beh, magari non è proprio così, questa è ancora una beta-pirata scaricata dal net…” cerca di bluffare Saruman, ma poi, vista la malaparata, decide che è meglio saltare su uno scooter volante e darsela, portando con sé i piani della MORTE NERA (casualmente ideata dai mercanti). Il suo piano di fuga in caso di emergenza, infatti, prevede l’uso di un’astronave nascosta a QUATTROMILA CHILOMETRI da dove l’emergenza avrebbe potuto verificarsi. Obi, Anakin e Amidala si gettano all’inseguimento.

“Accidenti, Maestro, è successo un casino!”, esclama Anakin, “Amidala è caduta dal mezzo con cui stiamo inseguendo Saruman, e ora abbiamo di fronte un grave dilemma morale: seguimo l’amore, e la salviamo, oppure continuiamo a inseguire il cattivo?”
“Seguiamo il cattivo, perché: uno, un cattivo che sta portando con sé i segreti che minano la Pace nella Galassia è senz’altro più importante di Amidala”, ragiona Obi, “e, due, Amidala te la vuoi bombare tu e non io, e quindi chi se ne fotte”. Stroncato dalla logica di Obi, Anakin deve cedere, ma vediamo come in lui i MUGUGNI DEL LATO OSCURO siano ormai palesi.

Infine, i nostri arrivano all’hangar ove Saruman ha celato il veicolo di fuga (incidentalmente, il loro veicolo viene colpito distrutto un secondo dopo che i due saltano giù - ulteriore prova del mistico potere del culo-Jedi). “Ho fatto un mazzo così a Gandalf, non sarete certo voi due a fermarmi”, dichiara però Saruman, trasudando carisma e accendendo la sua spada-laser rossa. E infatti procede subito ad annichilire Obi e Anakin in un duello a metà tra L’IMPERO COLPISCE ANCORA e il momento-strobo del sabato sera in disco.
Già che c’è taglia anche un braccio ad Anakin. Ma quando tutto sembra perduto, sulla scena arriva anche Yoda, che ha evocato in sè con il solito potere-Jedi lo spirito di DRAGONBALL e quello del mago cinese di GROSSO GUAIO A CHINATOWN. Lui e Saruman giocano per un po’ a squash con un paio di fulmini e quindi decidono di passare alle cose serie: “Visto che questo nostro scontro non può essere deciso dalla Forza, verrà deciso da un duello di spade-laser!” proclama Saruman. Questo si configura come un autentico EPOCALE COLPO DI SCENA, in quanto per QUATTRO FILM E MEZZO sia il pubblico che i personaggi stessi del film erano stati convinti che combattere con la spada-laser e usare la Forza per un Jedi fossero la stessa cosa.

Yoda accende dunque la sua spada-laser dalla lama verde (ovviamente in linea con lui stesso), piroetta un po’ insieme a Saruman senza concludere nulla, e infine l’inevitabile momento drammatico arriva: Saruman sta fuggendo sulla sua astronave portando con sé i piani della MORTE NERA, e per coprirsi la ritirata ha fatto crollare un’immensa struttura addosso a Obi e Anakin feriti. Yoda sta tenendo su tale struttura con la Forza, e se si distrae per i due sarà la fine. Cosa farà?

  • Salvera’ i due Jedi o…
  • Colpirà colui che ha con sé i piani e le conoscenze che GETTERANNO LA GALASSIA IN UNA GUERRA TERRIBILE E LUNGHISSIMA CHE PROVOCHERA’ MILIARDI DI VITTIME?

Yoda ovviamente salva i due Jedi, Saruman scappa e, paradossalmente, la cosa ad Anakin non piace: “L’avevo detto che eravate un coglione, cazzo!” salta su strillando e dando addosso a Obi. “Vedete che era più giusto salvare Amidala?” Il fatto che però Amidala arrivi lì proprio in quel momento e gli spari la lingua in bocca davanti a tutti lo rasserena un po’.
“Mi raccomando, Anakin”, lo ammonisce la senatrice, “questo deve restare il nostro segreto!” Tra l’altro, vediamo come anche Amidala deve avere appreso qualche trucco-Jedi: infatti ella ha saputo raggiungere da sola l’hangar, malgrado il fatto che, quando i nostri avevano scoperto il rifugio segreto, la senatrice fosse svenuta e piantata a faccia in avanti in una duna.

Insomma, per una volta non è tutto bene quel che è finito bene. Saruman porta i piani della MORTE NERA al misterioso Sidious (un “enigmatico cattivo”, badate bene, esplicitamente accreditato nei titoli di coda come interpretato dallo stesso attore che impersona Palpatine), e, grazie a Jar Jar, la galassia è precipitata nella guerra civile. Yoda mugugna tra sé, astronavi enormi decollano cariche di truppe e, in un quieto angolo del Lago di Como, don Abbondio sposa Amidala e un triste Anakin. “Abbiamo la tecnologia per clonare miliardi di guerrieri”, spiega Anakin, “ma se mi tagliano un braccio devo rassegnarmi a una protesi meno sofisticata di un braccio di C-3PO…”
I due guardano le acque del lago, e pensano malinconici al futuro che verrà…

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Concerto di Paul Simon

February 7th, 2003 by abietto

Un piccolo grande uomo

Dopo Graceland e The Rythm of the Saints Paul Simon ha scritto e diretto un musical (The Capeman) e ha fatto uscire un disco con le canzoni cantate dai vari attori (Songs from the Capeman, appunto). Questa iniziativa, tuttavia, sia da un punto di vista teatrale che musicale, non è stata accolta particolarmente bene né dalla critica né dal pubblico. Forse per riprendere il discorso cominciato con i due dischi precedenti, ha deciso di far uscire questo nuovo album, You’re the One. Oltre alle sonorità afro-cubane a cui ci aveva abituato, in questo disco si sentono alcune influenze arabeggianti che l’autore riesce, come al solito, a includere in maniera del tutto indolore nel flusso musicale di ritmi brasiliani, di chitarre acustiche, fiati e banjo. Il concerto che c’è stato sabato 28 ottobre 2000 al PalaVobis di Milano è il secondo concerto di Paul Simon in Italia da più di nove anni (l’ultimo, infatti, è stato nell’estate del ‘91 a Firenze). Inevitabile quindi che le aspettative dei fan (me compreso) fossero piuttosto elevate.
Le canzoni del nuovo album appaiono, tuttavia, meno “cariche” ed emozionanti rispetto a quelle di Graceland o di Rythm of the Saints. La versione dal vivo è decisamente più vitale, sanguigna ed entusiasmante di quella registrata in studio, ma è come se Simon avesse deciso di proporre un disco di “basso profilo”, molto meno ambizioso dei precedenti sia da un punto di vista musicale sia dal punto di vista dei testi. Tra i pezzi del nuovo disco inclusi nella scaletta del concerto ricordiamo, in particolar modo, la tite-track You’re the One, That’s Where I Belong (che apre il disco e ha aperto il concerto), la divertente Darling Lorraine e la meravigliosa The Teacher. Ma è naturalmente nella scelta della presentazione dei “pezzi vecchi” che Paul Simon svela la sua sensibilità artistica e umana. Ed è proprio qui che ha deciso di riservare le maggiori sorprese per il pubblico. Il concerto, infatti, ha incluso brani come Homeward Bound, The Boxer e Bridge Over Troubled Water, appartenenti al suo lontano passato artistico con Art Garfunkel. I riarrangiamenti in versione etnica non sono sempre riuscitissimi, come nel caso di quest’ultima canzone che visto svariati remake da parte di Simon e anche di altri autori senza mai raggiungere la bellezza semplice e pura della versione da studio dell’omonimo album del 1969. Simon, poi, ripropone alcuni dei pezzi che hanno fatto la storia della sua personale evoluzione musicale e compositiva, brani quali Me and Julio Down by the Schoolyard, Kodachrome, Still Crazy After All These Years, 50 Ways to Leave Your Lover, Late in the Evening o American Tune, che sono diventati famosi soprattutto grazie alle versioni con Art Garfunkel nel Concert in Central Park del 1981. Curiosa la scelta di inserire alcuni pezzi vecchi poco celebri (ma certamente di grande impatto musicale ed emotivo) come One man’s Ceiling is Another Man’s Floor, del disco There Goes Rhymin’ Simon del 1973, oppure The Late Great Johnny Ace dell’album Hearts and Bones del 1983, una canzone che ha visto Paul Simon protagonista di un particolare episodio durante il sopracitato concerto nel Central Park di New York.
Egli infatti l’aveva presentata in anteprima in quell’occasione, come “preview” del nuovo disco. La canzone parla della morte di Johhny Ace, un cantante americano che lo ha influenzato nella sua adolescenza, ma parla anche della morte di John Lennon, assassinato da un fan. E durante l’esecuzione della canzone, proprio un fan dall’aria spiritata riuscì a salire sul palco del Central Park e riuscì ad avvicinarsi a sufficienza a Simon da dirgli “Paul, I have to talk to you…”. Inutile dire che, dato l’argomento della canzone, Simon si prese un bello spavento e dovette interromperne brevemente l’esecuzione. La canzone, infatti, è stata inclusa nella videocassetta (dove si può intravedere la scena) ma non nel CD doppio. Arrivando a lavori più recenti, il concerto del PalaVobis ha offerto ai fan un’impareggiabile e ineccepibile esecuzione di brani famosissimi tratti da Graceland (la title-track Graceland, The Boy in the Bubble, Diamonds on the Soles of her Shoes, You Can Call Me Al o il bellissimo pezzo cajun That Was Your Mother) e da Rythm of the Saints (The Rythm of the Saints, Proof, The Coast e altri). La cosa che ha sicuramente stupito maggiormente i fan è stata la decisione del cantautore newyorkese di NON includere a termine della serata (come è quasi tradizione) The Sounds of Silence, brano che è stato la fortuna di Simon e di Garfunkel negli anni sessanta e che ha visto mille e mille reinterpretazioni da parte dell’autore e di moltissimi altri artisti in tutto il mondo. Nonostante sia stato un concerto meraviglioso per la scelta dei pezzi presentati e per la loro esecuzione, nonché per l’incredibile figura di questo piccolo, grande uomo che “gioca” a fare la rock star dietro al microfono con la sua chitarra acustica in mano, questa “assenza” ha lasciato un po’ di amaro in bocca ai fan che se ne sono andati dal PalaVobis alle 23:30, dopo circa due ore di musica di altissimo livello. Considerato che per molti fan questa era inevitabilmente la prima occasione di vederlo “live” e non è detto che, con la frequenza con cui organizza delle tournée, ce ne siano altre, una simile esclusione è colpevole e quasi criminale. Chi ha visto il concerto di Firenze nove anni fa si consoli: Sounds of Silence fatta solo con due chitarre elettriche e l’ipnotica voce di Paul Simon non perde nulla della magia delle prime versioni tradizionali a cui i dischi ci hanno abituato.

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Outremer

February 7th, 2003 by abietto

Blu Oltremare

Innanzitutto voglio dire che ho avuto la fortunata opportunità di seguire la genesi di questo albo fin dall’inizio, dai primissimi passi della sua ideazione e creazione, ed è stata un’esperienza interessante ed educativa. Ho potuto parlare con Beretta a lungo della storia che sta alla base degli albi, delle idee sia grafiche che di sceneggiatura che voleva inserire e ho potuto fare una cosa che in genere, in questi casi, non si può fare: telefonare all’autore per fare domande e per ricevere delle risposte. Cos’è, quindi, Outremer? Per scoprirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro nel tempo, nel periodo in cui Beretta scriveva per la Sergio Bonelli Editore una mini-serie fantastica ambientata nell’universo di Martin Mystère e, più precisamente, nella base di Altrove: stiamo parlando, ovviamente, di Magic Patrol. Questo fumetto, uno dei più seguiti della “serie contenitore” Zona X (testata attualmente, purtroppo, chiusa) si è fatto notare non soltanto da migliaia di lettori italiani, ma anche dagli operatori del settore e dai critici oltralpe. I francesi della Albin Michel, infatti, trovarono la serie molto ben fatta, sia da un punto di vista grafico (non dimentichiamoci che è grazie ai disegnatori di Zona X se le serie Bonelli attuali possono contare su una serie di talenti validissimi e che hanno portato sangue fresco nella vecchia e nella nuova carne), sia da un punto di vista contenutistico. I temi trattati nella serie, ma soprattutto come venivano trattati tali temi, hanno fatto pensare ai “boss” della casa editrice francese che quello era proprio lo stile che stavano cercando per alcune “mini-serie” di fumetti fantasy e di fantascienza. Le caratteristiche vincenti erano l’estrema accuratezza per i particolari, la documentazione (carte vincenti, da sempre, in casa Bonelli) ma anche un rinnovato dinamismo che era frutto della golosità letteraria e cinematografica di amplissimo spettro di Beretta e company. I francesi avvicinarono quindi il buon Vincenzo e il buonissimo Giancarlo Alessandrini proponendo loro questa collaborazione. Voglio solo ricordare che, per un autore italiano, lavorare “in Francia” è sempre stato (giustamente) il coronamento di una carriera, non il suo inizio: questo è un caso eccezionale, un caso voluto dall’intuito degli editori francesi. Un intuito che, si capisce fin dalle prime tavole del fumetto, li ha guidati bene sotto ogni aspetto. La coppia Beretta e Alessandrini, quindi, si mise subito all’opera per realizzare una saga fantasy divisa in quattro albi di 56 pagine (più o meno l’equivalente di una storia “doppia” secondo gli standard bonelliani). La storia doveva essere dinamica e con un ritmo narrativo e un gusto più vicino a quello degli autori (e quindi dei lettori) d’oltralpe, ma trattandosi di fantasy avventurosa (per dirla con le parole dell’autore: “Un bel mix fantasy pieno di botti alla D&D vecchio stile…”) questo non rappresentava certo un problema.
La serie ha visto in questi giorni l’uscita del primo albo “Le Portes du Mal”, di cui sto, appunto, scrivendo la recensione. Non mancheranno certo aggiornamenti riguardo alle altre “puntate”, anche perché, ne sono assolutamente certo, sentirete parlare di questa serie da molteplici fonti e potrete così dire “Ah, l’abietto è stato il primo!”. La storia parte con una breve introduzione che ci mostra il background del mondo in cui si svolgeranno le azioni delle tre eroine (una serie tutta al femminile ma potete comprarla: Legs non c’entra niente, tranquilli): una maga, una guerriera elfica e una ladra. L’azione inizia subito, con Lady Arianne (l’elfa) che sventa un rito malvagio e viene raggiunta nell’azione dalla ladra (Celine). Entrambe sono “agenti” di un’organizzazione chiamata, appunto, Outremer, che potrebbe essere l’equivalente fantasy della “Altrove” mysteriosa, o dell’FBI nel nostro mondo. Questa organizzazione ha infatti il compito di far rispettare la legge sui territori sovrani di diversi stati, un tempo in guerra tra di loro e ora unificati sotto un unico consiglio sovrano. Le linee di indagine seguite dalle due eroine, che sembravano non avere nulla a che fare l’una con l’altra, hanno portato allo stesso risultato: è tempo dunque di capirci qualcosa di più, poiché sembra che qualcosa di oscuro e terribile si stia preparando. L’Impero della Fenice, a sud, sta preparando le armate per combattere una dura guerra contro i Cinque Regni (il Reame di Valkinord, gotico e medievaleggiante, con alte montagne e draghi di ogni tipo, le 4 repubbliche marinare, simili a un’Italia rinascimentale, il Regno Elfico di Glorindal, un incrocio tra le tavole “atlantidee” di Martin Mistère e la Grecia antica e, infine, il grande Impero di Khor, a metà tra le civiltà del medio oriente dell’antichità e le megalopoli di Blade Runner). Nel frattempo riti magici oscuri si consumano sui territori dei Regni e strani oggetti magici con poteri sconosciuti appaiono dal nulla.
Allo scopo di comprendere la portata della crisi e cosa si celi dietro a questi eventi strani e inquietanti, viene “arruolata” come consulente speciale un’apprendista maga molto in gamba dell’Università dei Discepoli della Conoscenza di Valkinord, Lucrezia. Questa ragazza, certamente la più giovane, ingenua e dolce delle tre, non è preparata a lasciare i suoi studi per lanciarsi in strane avventure che non capisce in terre dimenticate dagli dei e dagli uomini, ma viene spinta a questa decisione dal padre e da un agente di Outremer di cui più tardi conosceremo l’identità. Le tre eroine, ora legate da un unico scopo (anche se ognuna è ben determinata a perseguirlo soltanto usando i propri metodi, spesso in contrasto con quelli delle altre due), cominciano la loro indagine, prima da un punto di vista accademico, poi lanciandosi direttamente nell’azione. La storia è raccontata in modo molto dinamico, con frequenti cambi di registro narrativo, di punto di vista e di scena. Inutile dire che, come potete ben vedere dalle illustrazioni che Beretta e Alessandrini mi hanno concesso *in esclusiva* (come me la tiro) di pubblicare in queste pagine, le illustrazioni (nonché la colorazione di Leonardo Gajo) sono davvero spettacolari, degne dei migliori fumetti fantastici francesi dei grandi maestri come Moebius. Alessandrini ha decisamente dato il meglio di sé non soltanto seguendo le indicazioni di Beretta (prodigo di descrizioni dettagliate e di documentazione precisa fino al maniacale) ma anche inventando e intervenendo in modo creativo e propositivo nella sceneggiatura, rendendo i movimenti e i cambi di scena ancora più fluidi e drammatici.
L’unica nota negativa, se proprio è necessario trovarne una, è che, avendo sotto mano i dialoghi originali scritti da Beretta, ci si rende conto che la “localizzazione” in francese è stata realizzata in modo leggermente arbitrario. Certi passaggi sono stati tagliati o molto velocizzati, mentre alcune frasi sono state completamente cambiate. Se è vero che questo rende molte scene più rapide e dinamiche, è anche vero che leggendo soltanto l’edizione francese del fumetto si perdono molti dettagli e retroscena del background e della storia, il che la rende forse un po’ troppo semplice e diretta, meno misteriosa. Si respira di meno, insomma, il lavoro fatto dagli autori per creare un mondo coerente e divertente dietro a ogni singola battuta o azione delle protagoniste. Intendiamoci: rimane comunque una storia godibilissima e perfettamente comprensibile, ma certamente l’edizione italiana del fumetto, che recupererà i dialoghi originali, sarà ancora più ricca e corposa (come piace a noi, da questa parte dell’arco alpino). Non so dirvi ancora quando e per quale casa editrice (la Bonelli?) Outremer uscirà nella lingua del sì, ma posso certamente già dirvi questo: compratelo immediatamente, non ve ne pentirete. Chi ama il fumetto, a prescindere dai generi, dagli stili o dalle nazionalità, non può non avere nella propria biblioteca questo esordio internazionale di una coppia di autori che, ho l’impressione, lavoreranno ancora insieme per lungo tempo, con reciproco beneficio.

Se volete saperne di più su Outremer…Homepage di Albin Michel

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