Il Grafico

April 21st, 2003 by Lucy

Il mondo del grafico di stampa o “DTP” come si suol dire è tanto triste perché:

  1. Se lo scorda il WYSIWYG (What you see is what you get) nel suo lavoro; in verità, deve gestire un sacco di problemi sapendo a priori quello che verrà fuori dalla stampa.
  2. Ha grossissime responsabilità economiche sulle sue spalle (tipico incubo: correzione della cianografica, a pag. 4 ti scappa uno spazio prima della virgola, il capoverso si allarga di una riga ed il testo scorre, scorre, scorre… fino a pag. 212 dove ti trovi accumulata l’intera divina commedia. Se qualcosa non va in un sito internet, si può correggere e rimettere on line, ma se qualcosa non va in una stampa…)
  3. Solitamente, lavora con perfetti idioti di varia tipologia:
    • Modello INTELLETTUALE REGRESSO: arriva con 20 libri polverosi (ognuno dei quali ha almeno 56 post-it gialli che segnano vari spezzoni), la tesi di laurea di Foucault scritta su un tovagliolo cerato da bar + le foto mortuarie incorniciate di 20 sfigati xy ancora sotto vetro (le foto, non gli sfigati) che non si possono aprire ma che devono venire bene perché si deve leggere il numero di matricola invisibile sul colletto…
    • Modello INTELLETTUALE PROGRESSO: prepara un perfetto impaginato su A4 (uno dei formati più usati nell’editoria, direi) con un bel carattere graziato, tanto di note a piè di pagina, sommari, bibliografie celesti etc… Il tutto in un comodissimo file di MICROSOFT WORD! Le immagini sono rigorosamente 20 pixel x 20 presentate in un jpg ad altissima compressione che dovranno diventare un manifesto murale 70 cm x 100.
    • Modello COMMERCIANTE DI CATTIVO GUSTO: predilige sfondi colorati che sfumano dal fuxia al verde pisello nonché fonts illeggibili e di dubbia origine; userebbe immagini di topone insaziabili anche per pubblicizzare sua nonna.
    • Modello COMMERCIANTE FRETTOLOSO: sì e no ti dice il contenuto di quello che devi scrivere nei suoi volantini e ti rimanda sempre a siti internet inesistenti per qualsiasi materiale. Immancabilmente contesta il lavoro sulla soglia della Tipografia. Paga a 360 giorni alla consegna.
    • Modello RAPPRESENTANTE DI ISTITUZIONE PUBBLICA: ti fa cambiare progetto grafico almeno 12 volte, pur non avendo assolutamente idea di cosa voglia afferma di averne un chiaro quadro; asserisce che gli errori lessicali e di grammatica rinvenuti a stampa finita siano opera tua o del programma che hai usato [effettivamente, io passo le nottate a cambiare le “é” in “è” alle congiunzioni (PERCHè, AFFINCHè) o ad aggiungere le “i” a parole quali “FRECCiE” o “BOCCiE”]
    • Modello ILLUSTRATORE IN ERBA: rovescia il caffè sul suo disegnino da terza elementare, ci fa scarabocchiare suo figlio, ci appoggia preservativi usati, lo ricopre di ceralacca e poi viene da te con quello sguardo di sfida “tu non sei un artista, tu sei solo un operaio dell’immagine” a dirTI, tu-che-hai-lo-scanner, di togliere l’appiccicume e far tornare la tavola agli antichi splendori. Davanti alla tua risata incredula, ribatte che suo nipote di 12 anni sa usare un software con il quale è riuscito a ricostruire la Cappella Sistina. Questo è il motivo per cui di solito sono i ragazzini di 12 anni ad impaginare i lavori degli illustratori e non i grafici dtp.
  4. Si rovina la salute, stando sempre davanti al computer (come i colleghi del web) e rischiando l’infarto ogni volta che scarta tutto quello che arriva dalla tipografia (cfr. punti 1 e 2)
  5. È una delle categorie assolutamente più sottopagate, grazie anche al fatto che l’home-made scredita la sua competenza (qualsiasi mona al giorno d’oggi si spaccia per GRAFICO dopo aver frequentato un mezzo corso F.S.E. usando il pc di casa)
  6. “Lavoro creativo”? pronto??? pronto??!?

In conclusione, io penso che il grafico di stampa ci ha davero un triste lavoro, perciò io da grande volio lavorare nelle discoteche e guadagniare tanti euri con le mancie.

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Il Vicino di Casa

April 21st, 2003 by Pablo

Che avrà più di me il mio vicino di casa?

Voglio dire: non che io sia invidioso, per carità, però c’è qualcosa di strano, qualcosa che non capisco e che mi irrita perchè ci rende diversi.
Lui ha qualcosa più di me e non riesco a capire cosa. Lui ha qualcosa che lo rende felice, allegro, attivo partecipe della vita sociale condominiale e del quartiere, ha qualcosa che lo distingue dagli altri, e soprattutto da me.

Ecco stasera per esempio: io torno a casa, orario normale per altro, saranno state le sette, settemmezza al massimo. Parcheggio davanti a quella gabbia di matti dove abito, sbatto lo sportello della macchina che stenta a chiudersi e che solleva un’ondata di polvere peggio dei vestiti di Trinità, entro nel palazzo, distolgo lo sguardo dal portinaio che ancora mi guarda di traverso per quella faccenda di Gesù Bambino e di Picaciù (*), anche se ancora il porco non ha la matematica certezza che sotto al passamontagna ci fossi io. E mi imbatto in Lui. Lui, l’essere perfetto. Il vicino di casa modello, quello che tutti vorrebbero incontrare quando tornano a casa dopo una lunga giornata passata a fare un cazzo in ufficio.

Eppure siamo coetanei, diciamo più o meno sulla trentina entrambi.
Lui bello, anzi bellissimo, col suo blazer blu, il vestito firmato, la barba fatta (alle sette di sera?), senza una piega sulla camicia, con in mano un cellulare da un milione e mezzo di euri che parla con persone importantissime di cose estremamente delicate e costose.
Sfodera un sorriso perfetto (ovviamente non sa cosa sia un dentista) mentre con la mano che non regge il cellulare apre l’ascensore per far salire me e quella gran figa della sua fidanzata perfettissima e biondissima che ci vogliono due settimane per scoparla tutta.

Entro in ascensore già leggermente contrariato, con in mano il frontalino dell’autoradio (scommetto che nella sua macchina c’è un coro gregoriano che canta quando vuole distrarsi) che ovviamente mi cade e per un pelo non si infila in quel piccolo pertuso che c’è tra la cabina dell’ascensore e la colonna.
Naturalmente mi vola una bestemmia che comunque le sue orecchie non sentono in quanto dotate dell’ultima versione del filtro anti volgarità che ha un buffer di memoria di un mese nel caso incontrasse uno come me in gionata no.
Mentre raccolgo il cazzo di frontalino, faccio scivolare lo sguardo sulle gambe della Sua fidanzata perfettissima e biondissima cercando di raccogliere quanto più materiale mnemonico-masturbatorio possibile per i momenti difficili, quando inevitabilmente alzo gli occhi e l’orrore mi travolge di colpo, come un freddo calcio in pancia.

Lo specchio.

Sapevo che quando la fottuta assemblea condominiale aveva deciso di installare gli specchi nelle ascensori stava facendo una cazzata colossale, ma tutt’al più pensavo che la gente si sarebbe schiacciata i brufoli in ascensore lasciando per il prossimo sventurato passeggero dei simpatici pallini gialli attaccati alla superficie vetrosa, che tanto poi quel porco del portinaio passa col lanciafiamme e i bambini possono usare l’ascensore nuovamente senza prendere la leptospirosi. Ma non averi mai immaginato un uso tanto crudele di un oggetto così comune: il confronto.

Per cominciare è alto almeno una spanna più di me, quello si vede subito. Ha un buon odore. Cazzo vi rendete conto? Questo tizio alle sette di sera ha un buon odore! A differenza mia che sembro aver spalato letame tutto il giorno (con la faccia però, che se no non si spiegherebbero gli occhi da fatto con cui mi sto guardando nello specchio).
Nella migliore delle ipotesi sembro sdrucito rispetto alla disinvolta nonchalanche con cui gli cascano i vestiti, nella peggiore, a lui cascano bene, a me cascano e basta.
Ho la barba sfatta, l’alito che sembro una guida alpina per via del rum di ieri sera, un mal di testa da competizione e a fatica trattengo dei rutti solo perchè aumenterebbero inevitabilmente la mia acidità di stomaco. Ho le scarpe sporche (e forse ho pure schiacciato uno stronzo) e quando sto per chiedergli a che piano va, lui ha già premuto il pulsante del mio (ovviamente il bastardo se lo ricorda il mio piano, io non so nemmeno se sono nella scala giusta). Lo ringrazio con voce rotta e sottotono e lui mi risponde abbagliandomi con l’ennesimo perfetto sorriso a cui cerco di ricambiare con un’alitata che manco in Africa.
Lui ovviamente non la sente perchè ha la versione aggiornatissima del filtro narico-duodenodeo che blocca tutti gli odori che non sono nella gamma degli abre magique della collezione 2003.

Atterrito, non fingo nemmeno di attaccare bottone con inutili conversazioni da ascensore, ma mi chiudo nel mio dolore e mi guardo le sporche punte delle scarpe tutto l’interminabile viaggio.

Al mio piano, nemmeno a dirlo, lui mi apre la porta di trecento chili dell’ascensore con un solo movimento del pollice, saluta cordialmente con l’intonazione di chi è appena uscito dal ventre della Canalis, sorride (’fanculo, la prossima volta mi tengo pure gli occhiali da sole), e quando la porta dell’ascensore si richude, non fa nemmeno rumore. Un istante dopo è sparito con la valchiria verso chissà quale strano mondo di elfi che lui chiamerà casa. Pure l’ascensore mi pare che sia ripartito più velocemente del solito.

E io torno a casa, con l’erba in soggiorno, pregando - sapendo anche che non avverrà mai - che si trancino i cavi dell’ascensore e che gli possa capitare una morte altrettanto perfetta.

(*) Una sordida storia di sesso e droga avvenuta nel mio palazzo dalle parti di Natale che non racconto perché non è ancora caduta in prescrizione.

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La Sala d’Aspetto

April 21st, 2003 by abietto

L’Umanità al suo peggio

L’altro giorno ho accompagnato una persona al pronto soccorso*, sebbene non sia uno dei posti che amo frequentare assiduamente, devo dire che l’ospedale in questione è appena stato rimodernato, quindi meno tetro del solito.
Una nota di merito per la sala d’aspetto. Pareti color pastello, televisione, distributori di tutto, tendine alle finestre, insomma una cosa chic. Fin qui tutto bene. Il primo impatto decente.
Ma, come tutte le cose, c’è il rovescio della medaglia.
Cominciamo con la gente che c’era. Nell’ordine:

  • Sciura sulla cinquantina con pellicciotto in finta lepre moribonda (temperatura media 35 gradi) con tanto di quell’oro addosso che neanche la madonna dell’assunta di Santa Maria Capua Vetere nella processione di Ferragosto. Il più piccolo degli anelli era grosso come un caco e per giunta dello stesso colore.
  • Mandria di bambini, di età e razza imprecisati che giocavano a calcetto (cinque contro cinque). Data l’età mi sono schierato in porta naturalmente.
  • Due tizi sulla trentina completamente vestiti militari con sguardo truce. Hanno passato venti minuti in adorazione, come se teletrasportassero me , l’abietto e il Pablo sulla plancia dell’ Enterprise, il problema è che loro erano davanti al distributore di merendine. Ho creduto volessero sodomizzarlo.
  • Ed infine la televisione. Non si può cambiare canale e non si può spegnere. Stavano trasmettendo la trasmissione della De Filippas, in cui dieci pupazzi vestiti a festa tacchinavano in maniera patetica una tizia più simile ad un viados della cinconvalla che a una donna.

Dopo un’ora ho gettato la spugna e sono uscito a fumarmi una sigaretta.
Comunque, per la cronaca, abbiamo vinto 6 a 4 e settimana prossima torno per la rivincita.

* (non era il Pablo con la solita lampada nel culo, don’t worry).

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I Golfisti

April 21st, 2003 by BlueJeans

La Golf!Razzista io? Sono loro che hanno la Golf!

Una volta, per mandare a fare in culo qualcuno, per un sorpasso azzardato o per una precedenza non rispettata si faceva fede alla targa automobilistica, difatti alcuni conducenti non disdegnavano apprezzamenti del tipo “comasco di merda” o similiari.
Dopo anni di peregrinazioni sulle strade cittadine ho affinato l’intuito per gli imbecilli al volante prendendo come atto distintivo non solo la targa ma anche la marca e il modello di alcune macchine: in particolare le golf.
Ebbene sì, i golfisti. Ci sono delle peculiarità caratteristiche che contraddistinguono l’automobilista medio dall’imbecille sulla golf, per esempio:

  • La coda, colonna o fila, chiamatela come vi pare, non ha alcun significato per un golfista. Molti tendono a saltare da destra a sinistra in quello spazio che normalmente si apre al defluire del riavvio della circolazione. Alcuni, si dice, dopo aver preso il tempo da semaforo a semaforo nell’ora di punta in centro a milano di un golfista, li hanno segnalati come possibili candidati alla squadra di slalom gigante di sci alpino per le prossime olimpiadi. Altri più crudi, quindi non capaci di deliziarci con il saltellamento appena citato, prendono direttamente la via del marciapiede, con tutta la macchina se la larghezza glielo consente, altrimenti inclinati con due ruote in strada, tranciando via alberi, nonne con carrozzine, amabili pedoni, e alcune volte edicole, che si trovavano in quel posto sin dall’epoca in cui l’uomo ha inventato la carta stampata.
  • Altro segno distintivo è la musica. Il golfista medio ha un impianto audio che farebbe rabbrividire le casse dei concerti, il cui valore di solito, è esattamente il doppio dell’automobile sui cui è montato. La radio, per motivi ancora ignoti, è bloccata e non modificabile, su stazioni radio tipo Studio Zeta a quattrocentottanta decibel. Il golfista gode a far venire la tachicardia con conseguente infarto al conducente dell’auto accanto e la perdita di tutte le protesi dentali di quella davanti, con successivo ingorgo.
  • L’allestimento dell’autovettura è un altro segno distintivo. I golfisti più radicali tendono a montare oltre alle classiche minigonne, assetto, e alettoni vari (neanche dovessero decollare da Aviano) chicche estetiche degne di platinette. Tendine parasole con raffigurata Marilin in pose osé, dadoni multicolori appesi allo specchietto retrovisore (in realtà sono sanpietrini riadattati in caso di rissa), wood sotto la macchina per lasciare quella gradevole scia blu (indispensabile nelle notti di pioggia), scarichi rubati da una formula uno che hanno un impatto sull’inquinamento acustico pari a una pioggia di meteoriti.

Notate poi che, più la golf è datata, più il conducente è accanito a mantenere fede al ruolo che gli è stato assegnato.
Detto questo, la prossima volta che un’imbecille vi taglierà la strada, prima di allungare il dito medio fuori dal finestrino e menzionare la dubbia moralità della madre, guardate che macchina ha sotto il culo: se dovesse risultare una golf, lasciate stare, la natura e già stata abbastanza crudele.

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