Concerto di Peter Gabriel

May 9th, 2003 by abietto

A testa in giù sopra la Luna

Scrivere la recensione di un concerto di Peter Gabriel è una cosa molto difficile, per tanti motivi. In primo luogo perché l’istinto iniziale sarebbe quello di cercare un certo distacco emotivo e di scrivere in modo razionale, per la qualità delle canzoni, della performance della band, dell’interpretazione del mitico frontman. Ma questo non è possibile: non si può avere un distacco emotivo da un’esperienza che è principalmente se non esclusivamente emotiva, da un’esperienza tanto immersiva, totalizzante e coinvolgente da farti saltare sulle sedie a ogni secondo, uno show in cui ogni pezzo sembra sempre più incredibile di quello precedente, in cui ogni singola mossa è stata studiata tanto attentamente e nel dettaglio da risultare ormai assolutamente naturale, quasi improvvisata.
Fare l’elenco delle canzoni che l’ex-cantante dei Genesis ha portato sul palco del Forum di Assago, qui a Milano, non è molto utile per comprendere l’evento. Potrei dire che ha cominciato in modo assolutamente folle secondo gli standard della scaletta di qualsiasi gruppo rock che si rispetti, con un pezzo lento, solo piano e voce, tratto da Peter Gabriel, primo disco da solista dopo aver lasciato il gruppo progressive nel 1977. Eppure questo pezzo è stato importante per molti motivi: è stato il pezzo con cui Gabriel ha deciso di chiudere il mini-concerto milanese di qualche mese fa tenutosi all’Alcatraz… È un pezzo che, inoltre, mostra come le “trovate sceniche” per cui va tanto famoso non servono certo per ovviare a carenze tecniche o interpretative. E ha mostrato anche quanto carisma e quanta capacità di ipnotizzare il pubblico abbia quest’uomo, senza bisogno di effetti speciali di nessun tipo.
The Barry Williams ShowPotrei dire che ha continuato con Darkness, prima traccia del nuovo disco, e poi ha aperto in pompa magna le ostilità con Secret World. Potrei citare altri pezzi, tra il nuovo e il vecchio, come The Barry Williams Show, In Your Eyes, Solsbury Hill, Father, Son, Downside Up, Growing Up, Come Talk To Me (con cui aveva aperto alla grande il concerto di dieci anni fa a Modena che è finito nei CD audio, nelle videocassette e nel DVD del Secret World Live Tour), Digging in the Dirt, Sky Blue o More Than This, nonché l’immancabile Sledgehammer. Ma tutto questo non sarebbe comunque sufficiente a trasmettere il livello di spettacolarità e di intensità emotiva in cui ha fatto immergere l’intero Forum, gremito di persone che hanno ballato, sudato, cantato, urlato, fischiato e intonato cori entusiastici per questo grande interprete, per oltre due ore e mezza di musica e spettacolo del massimo livello concepibile.
Downside UpDiciamocelo: il ventesimo secolo ha visto tantissimi bravi artisti, tanti bravi compositori, tanti bravi cantanti, eccezionali frontmen ed eccellenti scrittori di lyrics. Ma poche persone possono dire di essere tutte queste cose insieme. E Peter Gabriel (insieme a pochissimi altri, come ad esempio - a mio modesto parere - Freddie Mercury) è uno di questi. Artisti completi, poeti che trascinano il pubblico perché credono fermamente nella qualità e nella precisione del loro lavoro, ma anche nella capacità di tastare il polso del pubblico e di seguire l’onda emotiva che scaturisce immancabilmente in modo diverso in ogni serata.
Growing Up, nella sfera rimbalzante, come nella performance al Festival di San RemoIl pubblico milanese (alla faccia di chi dice che “al nord sono freddi”) è stato estremamente caldo e collaborativo: bastavano due battute della base ritmica per riconoscere una canzone e cominciare a sentire un coro da stadio che intonava il ritornello o la linea melodica dell’introduzione. E poi c’è stata Animal Nation, una canzone scritta da scimpanzé e gorilla (non è una figura retorica: è proprio così): Peter Gabriel ne ha scritto il testo e l’ha portata in concerto in tutto il mondo. Il pubblico ha continuato a cantare la linea melodica del ritornello finale per minuti e minuti dopo la fine della canzone, particolarmente colpito da questo pezzo insolito e divertente, e all’artista non è rimasto che assecondare i desideri di migliaia di fan impazziti, presentando tutti gli artisti seguendo la stessa linea melodica e facendo fare il “coro” di saluto a ognuno di loro.
In Your EyesLe trovate sceniche (come si può vedere dalle foto in questa pagina) sono state più spettacolari e divertenti che mai. Peter, questo signore che è ormai più vicino alla sessantina che alla cinquantina, temo, è riuscito a cantare per due ore e mezza e più ballando, correndo, andando in bicicletta sul palco, saltando dentro a una sfera di plastica gonfiabile gigantesca, appeso a testa in giù alla parte superiore del palco e via di questo passo. Tutto il concerto ha avuto un ritmo circolare: è finito con la canzone con cui è iniziato, ad esempio, e la sfera usata durante Downside Up è stata prima usata come fiore che sboccia, come luna, come palla di fuoco, come cilindro su cui proiettare raggi laser e scariche elettriche… Il senso della storia e del ritorno, della possibilità di crescere (Growing Up) a qualsiasi età è stato certamente uno dei temi centrali, raccontato con la verve e l’ironia, ma anche con la sensibilità poetica semplice e toccante, che da sempre caratterizza questo monumentale artista dei nostri tempi.
Perché allora non “100%”? Perché ci sono state delle piccole mancanze: tutti si aspettavano che i tempi fossero ormai maturi per rivedere in concerto pezzi come Don’t Give Up o Steam o ancora Shock the Monkey e soprattutto Biko. Purtroppo non abbiamo avuto l’onore di risentire dal vivo queste canzoni immortali, ed è stato un vero peccato. Ma si tratta di voler cercare a tutti i costi il pelo nell’uovo, considerato quanto il gruppo e i tecnici hanno realizzato per la resa di questo spettacolo.
Che altro dire… Una delle serate più belle della mia vita nonché, sicuramente, il più bel concerto che ho mai visto e che vedrò mai. Speriamo solo che non debbano passare altri dieci anni prima di poter avere l’occasione di vedere Peter calcare le scene.

P.S. Ci sono dei ringraziamenti che devo assolutamente fare: Alice Gabrielli (persona squisita, peraltro) ha un papà il quale ha un amico che a sua volta è amico intimo di PG. Grazie a loro sono riuscito a passare nell’aftershow e a conoscere PG di persona per pochi istanti, e a scattare la foto che vedete qui sopra. Grazie ragazzi, mi avete regalato un momento che non scorderò mai.

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The Eye

May 5th, 2003 by abietto

Più di quanto colpisca l’occhio

Sto gelaaaaando...Apri gli occhi, direbbe Amenabar. E anche l’oftalmologo che sta cercando di ridare la vista a Wong Kar Mun (la modella Lee Sin-je), rimasta cieca dall’età di due anni e arrivata attorno alla ventina vivendo sempre nell’oscurità più assoluta. L’operazione di trapianto della cornea ha successo e la giovane Wong torna a vedere, all’inizio attraverso ombre e luci sfocate e poi sempre più nitidamente, il mondo che la circonda. Un mondo che, però, visivamente lei non conosce e deve imparare a reinterpretare da zero. Come dice anche Oliver Sacks in alcuni suoi libri, in effetti, chi riacquista la vista dopo tanti anni di cecità (soprattutto se tale cecità è cominciata in età molto verde), non possiede un “vocabolario visivo” per poter riconoscere e dare un senso alle immagini che colpiscono la retina. È come un film psichedelico che improvvisamente ti colpisce il cervello e all’interno del quale non si riesce a trovare nessun ordine apparente. Solo con la rieducazione si può ritornare a vedere “davvero”. Purtroppo, questa rieducazione viene solo sfiorata all’inizio del film, quando Wong va da uno psicologo (nipote dell’oftalmologo di cui sopra) e questi le fa vedere una banale cucitrice. Lei non riesce a riconoscerla come tale finché non la tocca: il suo vocabolario di interpretazione della realtà, infatti, è puramente tattile, nonostante l’improvviso ritorno del senso perduto. Questo tema avrebbe potuto dare una svolta personale molto interessante, e porre sempre un dubbio: ciò che vede Wong è vero oppure sono i suoi sensi che non riescono a interpretare la realtà correttamente?

Ocio: qui cominciano gli spoiler duri

Uno spettro affamatoSì, perché Wong vede cose che gli altri sembrano non poter vedere, cose terribili che, ovviamente, vengono scambiate per allucinazioni. Malauguratamente questa ambiguità viene abbandonata quasi subito per passare a una realtà dichiarata: lei effettivamente vede gli spettri dei trapassati, un po’ (un po’ tanto) come il bambino de Il Sesto Senso. Un vero peccato, appunto, perché io avrei trovato molto più interessante (e terrorizzante) un’interpretazione più ambigua e psicologica del fenomeno. Ma andiamo oltre.
Lo spettro nell'ascensoreLa prima metà del film, in ogni caso, è diretta molto bene, in modo attento a ogni dettaglio, quasi delicato: uno stile di regia davvero notevole ed esperto che rende ancora più terrificante l’apparizione di uno spettro, per contrasto. Le scene nell’ascensore o nella scuola di calligrafia sono notevoli, ma il primo spettro (nell’ospedale) è imbattibile. Un archetipo perfetto gestito con una tempistica e un mestiere davvero eccezionali.
La protagonistaIl vero film comincia quando Wong e il dottor Lo (lo psicologo nipote dell’oftalmologo, che si innamora - ovviamente - della bellissima protagonista) decidono di capire perché lei abbia queste visioni, e cominciano a indagare sulla donatrice, su colei che ha fornito le cornee per l’operazione. Anche perché Wong si rende conto che il viso che vede allo specchio non è il suo… Se l’inizio dell’indagine in The Ring è il fulcro della narrazione e l’inizio di una discesa nel terrore che si fa sempre più ripida, purtroppo in The Eye è soltanto la scoperta della più classica trama da ghost-story. Ovviamente le cornee appartenevano a una “veggente”, ovviamente questa veggente è lo spettro che sta cercando di comunicare con Wong, ovviamente ha assistito a un terribile disastro, eccetera eccetera.
Tutto è bene quel che finisce bene… O no? Ci aspetta un finale a “sorpresa” (le virgolette sono d’obbligo) in una scena che è un mix dell’incidente d’auto alla fine de Il Sesto Senso e della scena del ponte di The Mothman Prophecies.

Un drammatico flashbackPersonalmente, ho trovato veramente deludente uno sviluppo così stereotipato e “già visto” di una storia cominciata in modo così efficace e originale. Il ritmo tende a diventare man mano meno efficace, fino a una conclusione “consolatoria” e di ritorno alla normalità che, date le premesse, lascia un po’ a bocca asciutta. In ogni caso The Eye vale sicuramente la pena di essere visto, se non altro perché è l’ennesimo esempio di come la fiction thriller e horror dell’Estremo Oriente riesca a eguagliare e, spesso, a superare la stanca tradizione horror hollywoodiana. Una spinta positiva a questo genere che non potrà che avere effetti positivi ovunque. Tranne che in Italia, ovvio…

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