Peti e Piste
La scoreggia dello sciatore
Oggi mi è arrivata via posta una di quelle solite cazzate che girano in rete a suon di forward tra amici. Trattasi del word-file con la classificazione delle scoreggie, con tanto di esempio in “.wav”. Una roba della serie “bonjour finesse”…
La particolare situazione intestinale di questo periodo (io adoro le castagne! cosacidevofare…) associata anche al fatto che ieri sera qui nevischiava fine fine, mi ha riportato alla mente un episodio dell’inverno scorso, mentre ero a LaThuile in uno dei miei consueti sabati in montagna, praticamente una conferma di uno dei punti di quell’elenco di cui sopra: la “loffa dello sciatore”.
È troppo vera!
Stavo scivolando giù dal Belvedere verso il lago Verney (chi c’è stato sa dov’è), ed ecco che… insomma… ecco che si presenta lo “stimolo”.
Dal momento che sto sulle piste, che sono praticamente solo e che a LaThuile, soprattutto nella zona verso il confine italo-francese, c’è sempre un po’ di vento, fresco e pungente, ho convenuto che non era proprio quel gran problema se… mi lasciavo andare un momentino.
Beh, ragazzi: non fatelo!
Il motivo è semplice: è esattamente in queste situazioni che ha inizio l’atroce tormento della “loffa dello sciatore”.
Per inciso: la “loffa” è quel particolare tipo di esalazione sfinterica che non fa alcun rumore, è caldissima ed è letale all’olfatto.
In quella situazione, da *quel momento* in poi provi una sensazione come di… di… di “lubrificazione”.
Insomma… vai avanti a sciare con una nuova sensazione di *viscido* tra le chiappe, dapprima con l’idea che “massì, dai, tra un po’ passa”, dopo (ma mica tanto dopo) nella tua mente quell’idea comincia lentamente a prendere un altro aspetto, e pensi che… sostanzialmente… ti sei cagato addosso!
La convinzione di saper gestire bene il tuo corpo in quei frangenti, dovuta anche alla decennale esperienza ormai maturata, ti porta però a percorrere svariate piste, prendendo svariati impianti di risalita, prima di cedere davvero a quella strana sensazione e a quell’idea che come un tarlo ti macina il cerebro, e volgere le punte degli sci verso il primo rifugio dotato di cesso, per andare a verificare che è successo. Anche perchè a quel punto, ormai sei tragicamente convinto che stai sciando con la classica ‘frenata’ nei boxer… e non solo.
Ecco, qui comincia un’altro tipo di calvario, soprattutto se, come successe a me, questa cosa ti capita intorno a mezzogiorno, periodo della giornata in cui il 60/70% degli altri sciatori si ferma a mangiare (…e dove hai le piste libere!!!).
Intanto se ti va bene parcheggi gli sci a 50 m dal rifugio, quindi non bastava il movimento tipico dello sci a tallone libero ad enfatizzare quella sensazione di cui sopra. Ci voleva anche il lungo tragitto a piedi verso il cesso.
Poi – mica finita – la coda. Eeeh sì, perchè non è pieno solo il ristorante…
E allora stai lì, buono buono, in coda, con le chiappe strette, cerchi di muoverti poco, mentre ti viene in mente ogni genere di sega mentale, tipo: “cazzo, si sentirà?!”, “mannò, figurati, con l’odore di spezzatino che gira qui e con le narici congelate dal freddo non è possibile…”, “e se fossi solo io quello che non sente?”, e cose di questo genere.
10 minuti (10!!!) di coda dopo riesci a guadagnare la porta di quel benedetto cesso, la chiudi, chiudendo fuori il mondo intero per un momento, ti apri tutto l’armamentario di Gore-Tex, polipropilene e quant’altro per trovare… (suspàns…) …
Non c’è niente!!! È tutto fottutamente occhèi!!! (sì, occhèi tutto, tranne l’amico Fritz che dal freddo si è ritirato a tal punto che sembra il moccolo di un sigaro appena spento…) L’avevo detto io! Ma com’è possibile??! Tutto sto casìno, tutte ste discese perdute per… niente!!!Beh, esiste una spiegazione scientifica a tutto questo, ed è scientifica proprio perchè è verificabile e ripetibile, che ho formulato durante le discese appena successive all’inutile tappa-cesso: l’altitudine, come si sa, comporta un abbassamento della pressione atmosferica e per la legge di Boyle & Mariotte genera una dilatazione dei gas in maniera direttamente proporzionale all’abbassamento della pressione.
Questo per spiegare perchè in montagna le scoreggie vengono più facilmente (quindi meglio che i “perbenisti” che han da dire lo sappiano: è questione di fisica, ragazzi. Non è colpa nostra!).
L’effetto della “loffa dello sciatore”, infine, è generato nientemeno che dalla condensa creata dal gas espulso.
Tanto più vi siete coperti e tanto più fuori fa freddo… tanto meno dovete cedere al piacere di rilasciare dei gas in giro per l’ambiente!!!
Fidatevi della fisica.
Non scorreggiate in montagna.
Posted in Articoli | No Comments »

Tagliate una sezione della zuccha tutt’attorno al picciolo. Diciamo che se fosse un mappamondo, dovreste tagliare attorno al circolo polare artico. È importante che il taglio sia in diagonale, perché così poi sarà molto più semplice riuscire a estrarre il “tappo” per poter svuotare la zucca e, una volta terminata la lanterna, inserire la candela.
Svuotare l’interno della zucca è la parte più complicata e faticosa, soprattutto se, come in questo caso, si tratta di una zucca oblunga e alta, per cui è più difficile scavare il fondo. L’interno è particolarmente fibroso, viscido e ricco di semi (le famose “semenzine”). Con un cucchiaio lungo è possibile riuscire ad arrivare a scavare anche il fondo. La cosa importante da ricordare è che non è sufficiente cercare di togliere i semi e le fibre, ma è consigliabile raschiare leggermente le pareti, in modo che risultino pulite ma ancora morbide e umide. Questo farà sì che non dovremo preoccuparci di lasciare una candela accesa all’interno della zucca anche per diverse ore.
A quanto ne so, esistono diversi tipi di zucche arancioni con un contenuto piuttosto differente: se siete fortunati trovate un interno simile a quello mostrato nelle foto, con poca polpa e pochi semi, se siete sfortunati, invece, potete trovare l’interno completamente pieno e la procedura di svuotamento può richiedere parecchio tempo. In ogni caso, appena l’interno della zucca sarà bello liscio e cavo, potremo procedere alle fasi successive della lavorazione.
Ora bisogna decidere che tipo di “volto” dare alla zucca. La cosa migliore, per quanto ho potuto vedere, è procedere in due modi: o disegnare con una matita direttamente sulla superficie esterna della zucca facendo dei tentativi, o disegnare vari design su un foglio, decidendo in seguito quale applicare. Per l’esempio qui esposto abbiamo scelto la seconda via (consigliata anche da Tom di
Una volta fatto questo, prendendo degli spilli lunghi o delle forbicine con la punta sottile e acuminata, potremo fare dei buchi attraverso il foglio di carta e nella superficie della zucca in modo da creare dei punti di riferimento per i tagli successivi e, in questo modo, riprodurre con una ragionevole precisione il disegno originale. Poi togliamo il foglio e guardiamo il risultato:
A questo punto ciò che rimane da fare è molto poco e molto semplice: riprendendo in mano il lungo coltello acuminato e, possibilmente, con la lama seghettata (in modo da poter tagliare la dura scorza della zucca più rapidamente) dovremo collegare i punti di riferimento riproducendo il disegno della faccia, un po’ come si fa nella “pista cifrata” della
Prendete una candela bassa (altrimenti la bocca non verrà molto illuminata, dato che è più in basso e all’altezza della “base”), possibilmente una di quelle mangiafumo contenute in una vaschetta. Potete metterla all’interno della zucca infilandola dall’alto, quindi potrete richiudere tranquillamente la zucca rimettendo il tappo al suo posto. Per accendere la candela, accendete un foglio di carta arrotolato e infilatelo nella bocca della zucca fino a dare fuoco allo stoppino. Non rimane che dare un’occhiata al risultato finale e poi mettere la lanterna cacciastreghe in un punto in cui sia visibile dai vostri vicini, magari su un balcone che dà sulla strada o su una finestra che dà sul cortile interno del vostro palazzo. Ora sì che potrete dormire sonni tranquilli!