Ipermnesia
Il passato è quella giacca vecchia, un po’ rovinata e lisa, che pensavi di aver perso anni prima e a cui non pensavi neanche più, che risalta fuori a sorpresa da uno scatolone in soffitta, mentre cerchi tutt’altro. E dentro la tasca interna, ormai quasi completamente sfondata, trovi una cosa del tutto insignificante, che fai fatica a mettere a fuoco, fino a che non sfonda a pedate la porta della coscienza e crea mille collegamenti, come un virus informatico, con quel ricordo, quell’odore perduto, e sembra liberare una falena che ti sbatte dentro come se avessi acceso una torcia alla bocca dello stomaco.
Il passato è quella polaroid ingiallita, dai bordi strappati, che si è infilata dietro le guide del cassetto che apri tutti i giorni, come se non esistesse e non fosse mai esistita, eppure sempre presente e vigile, pronta a caderti tra le mani non appena devi fare pulizie. Pronta a farti allargare le pupille e scatenarti un brivido freddo lungo le vertebre, come la scossa di una Kundalini impazzita.
Il passato è il fantasma di ciò che non è stato ma avrebbe potuto, di ciò che avresti dovuto fare e non hai fatto, o di ciò che avresti voluto avere e non hai avuto, uno spettro nero e magrissimo, alto tanto da doversi piegare per non sfiorare il soffitto con la testa liscia e opaca, e con lunghe dita sottili, come i rami degli alberi nei cimiteri in pieno inverno, una presenza costante ma invisibile che può mostrarsi senza preavviso solo in precise concatenazioni di eventi casuali, sotto certe costellazioni e stati d’animo alla deriva.
E tu sei lì, a chiederti perché cazzo stai indossando la giacca. Perché la fotografia sembra percorsa da corrente elettrica ad alto voltaggio, da non riuscire ad aprire le dita e farla cadere. Perché il Magro Notturno ti avvolge in uno stretto abbraccio, con quelle sue dita sepolcrali, che sembra genuinamente affettuoso.
Finché non senti la tenue risata.
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