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	<title>Abietti si Nasce &#187; Racconti</title>
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	<description>Reality is a Matter of Perception, Dreams are a Matter of Choice</description>
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		<title>Il Ponte</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2007 03:12:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il villaggio di Roccabianca era l’unico insediamento del Regno al di là della Foresta. Non che i suoi abitanti fossero particolarmente avventurosi o coraggiosi: solo la necessità li aveva fatti arrivare tanto lontano. Erano stati spinti dalle invasioni che avevano vessato quelle contrade nel corso dei secoli e, alla fine, si erano ritrovati all’ombra delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.abietto.net/wordpress/wp-content/uploads/2008/03/misty_bridge.jpg" alt="Il Ponte" align="right" />Il villaggio di Roccabianca era l’unico insediamento del Regno al di là della Foresta. Non che i suoi abitanti fossero particolarmente avventurosi o coraggiosi: solo la necessità li aveva fatti arrivare tanto lontano. Erano stati spinti dalle invasioni che avevano vessato quelle contrade nel corso dei secoli e, alla fine, si erano ritrovati all’ombra delle imponenti querce che delimitavano il confine settentrionale di quella valle. Il popolo che per tempi immemorabili aveva abitato una pianura gentile e fertile era stato cacciato: occhi neri avevano spinto via i loro occhi azzurri. Capelli scuri avevano preso il posto delle loro fluenti chiome bionde. Prima delle grandi guerre contro i barbari, nessuno si sarebbe mai sognato di avvicinarsi alla Foresta: in quel luogo oscuro e malevolo vivevano creature mostruose e infide. Ma quando il pericolo è concreto e visibile, le leggende diventano improvvisamente meno allarmanti. Quelli che sarebbero diventati i fondatori di Roccabianca si spinsero sotto le fronde degli alberi e continuarono a camminare, giorno dopo giorno, per generazioni. La Foresta era immensa: sembrava coprire un regno intero, e le leggende affermavano che fosse proprio così. Lì, nel cuore più profondo della vegetazione, dove la pallida luce solare diventava verde e le ombre disegnavano cose strane, si nascondevano Loro. Fu così, per sfuggire alle fin troppo materiali lame delle lance e delle spade nemiche, che i profughi affrontarono l’ignoto e, dopo anni di viaggio, arrivarono al di là della Foresta.<br />
A nord di Roccabianca, l’immensa massa verde, ondeggiante e sussurrante, si estendeva per chilometri e chilometri, oltre le sponde di un grande fiume. A sud, scogliere ripide e alte cadevano sulle rocce spumeggianti della costa. A est e ad ovest c’erano solo colline paludose e le propaggini della Foresta, che sembrava avanzare anno dopo anno, come a voler circondare completamente le case di legno e mattoni. Come a stringerle in un abbraccio, tra i lunghi rami scheletrici che sembravano mani di mostri notturni.<br />
L’unica cosa che poteva tener lontane le creature del bosco era l’acciaio. Non si vedevano Elfi o Folletti nelle pianure conquistate dall’Uomo: gli Uomini amano usare l’acciaio per difendersi, si fasciano di questa lega preziosa e imbracciano lunghe lame affilate, che maneggiano con perizia da dietro enormi scudi. Loro non potevano resistere al tocco dell’acciaio.</p>
<p>I primi tempi a Roccabianca furono molto duri. All’inizio era poco più che un piccolo gruppo di case di terra e fango, con tetti di paglia. I bambini svanivano dalle loro culle nella notte e le bestie morivano dissanguate in mezzo ai pascoli, senza impronte o segni di alcun tipo nei dintorni. Non che gli abitanti del villaggio avessero bisogno di queste tracce per sapere chi fossero i responsabili. Erano Loro, naturalmente.<br />
Poi gli Uomini trovarono vene di ferro che affioravano dalle rocce delle alte scogliere, e cominciarono a scavare, a estrarre, a temprare. Ma le armi non erano sufficienti: quando si è circondati dal nemico e si può contare solo su pochi soldati della guardia volontaria, una spada o una lancia non costituiscono una difesa efficace. Le cose migliorarono, ma di poco e temporaneamente. Gli Uomini cominciarono a costruire alte mura attorno al villaggio, a erigere case di legno e di pietra, a mettere radici, per così dire. Dove non crescevano alberi, poteva attecchire l’Uomo. Fu un momento felice, in cui gli abitanti pensarono di poter battere la Foresta, di poterla ricacciare indietro, con tutte le creature paurose che nascondeva.<br />
Ma non era così: i bambini ripresero a sparire e con loro alcuni soldati. Le armi si potevano sempre recuperare: Loro non le portavano via… Non le toccavano neppure. Ma non stava rimanendo più nessuno in grado di brandirle.<br />
Pensarono a una soluzione definitiva, qualcosa che tenesse lontani quei mostri per sempre. E cominciarono a estrarre più metallo di quanto non si fosse mai visto nel Regno intero. Con un lavoro che avrebbe meritato un ricordo imperituro e innumerevoli canti dei bardi, costruirono un immenso, possente ponte che scavalcava il fiume, totalmente realizzato con le gigantesche barre d’acciaio temprato che i fabbri producevano a ritmo continuo. Molti Uomini morirono durante i lavori… Qualcuno per un incidente, altri per stanchezza, fame e consunzione. Ma alla fine, il ponte fu terminato. Si poté quasi sentire l’urlo di disappunto della Foresta quando anche l’ultimo pezzo venne saldato. Loro non avrebbero mai più potuto passare il fiume e arrivare a Roccabianca. Il villaggio era finalmente salvo.<br />
Non ci fu gloria per tale costruzione: nessuno passava per quelle contrade. Chiunque volesse viaggiare passava a nord, al di là della Foresta, oltre le paludi… E le navi approdavano in zone lontane, dove le coste erano meno inospitali e il mare meno imprevedibile. Nessuno seppe mai di questa meraviglia creata dalla testardaggine e dall’ingegno umano, nonché dal suo inesauribile istinto di sopravvivenza.<br />
E così la pace regnò su Roccabianca per anni.</p>
<p>La notte era fredda e chiara. Il vento gelido sferzava il cappuccio di Kevin e gli faceva lacrimare gli occhi. Avvolto nel suo mantello grigio scuro, stretto nelle braccia, il ragazzo camminava avanti e indietro al limitare del villaggio, osservando distrattamente l’estremità del Ponte. Era di guardia, quella sera. Da solo, come era usanza della sua gente. Non servivano due guardie… In realtà non ne serviva nemmeno una: nessuno di Loro avrebbe mai potuto toccare quell’acciaio. La prudenza, però, non è mai troppa. E l’Uomo che ha subito molti assalti, stenta a sentirsi al sicuro, anche protetto dalle difese più efficaci. Kevin andava da un’estremità all’altra della Porta di Roccabianca, fermandosi ogni tanto dietro a una merlatura per ripararsi dal vento, sfregando le mani avvolte nei caldi guanti di pelliccia. Non c’era una nube in cielo e la Luna piena gettava una strana luce ambrata che rendeva la scena quasi irreale. Si poteva distinguere ogni dettaglio sul Ponte, eppure era buio. Una cosa che capita solo nei sogni.<br />
Nonostante ciò, il giovane stentò a credere ai suoi occhi quando vide una figura esile, immobile, proprio tra le arcate di metallo. Una figura che sembrava fissarlo.<br />
Sbarrò gli occhi, poi li chiuse e se li sfregò vigorosamente. Li riaprì. La figura era ancora lì, dove l’aveva vista poco prima, e non accennava affatto a svanire o ad andarsene. Era un Uomo… No, non proprio. Più che altro sembrava l’idea di un Uomo che un bambino poteva esprimere in un disegno frettoloso. Gli arti erano linee sottili, la testa un ovale nero con due stelle luminose al posto degli occhi. Le dita delle mani si aprivano come rami di betulle secche, lunghissime e filiformi.<br />
Kevin fece a tempo a rendersi conto di ciò che stava vedendo e a sentire i peli della nuca rizzarsi sotto il cappuccio, quando la figura cominciò a camminare. Verso di lui.<br />
Gli parve di sentire una risata lontana, provenire dalla Foresta. Quella caricatura d’Uomo continuò ad avanzare lentamente, come se avesse tutto il tempo dell’universo per compiere i pochi passi che la dividevano dalle mura del villaggio. Mentre s’avvicinava, a Kevin parve di scorgere un ghigno sotto quegli occhi scintillanti, come la bocca zannuta di uno squalo.<br />
La sua mente sembrò incendiarsi di colpo. Doveva fare qualcosa, ma cosa? Non c’era un vero piano d’emergenza per un’eventualità che tutti consideravano impossibile. Kevin cercò a tentoni l’elsa della propria spada, assicurata alla cintura. Poi si guardò attorno e vide la campana che era stata fissata al muro dietro di lui. Ma certo, doveva suonare l’allarme! Si girò per afferrare la catena, con l’intenzione di scuoterla violentemente, quando sentì un sibilo alle sue spalle. Si voltò e vide la figura nera proprio sotto la Porta, a pochi metri da lui. Rimase paralizzato dal terrore. Non poteva essersi mossa così in fretta e così all’improvviso! Indietreggiò di un passo, e cominciò a sentire lacrime rigargli il volto. Lacrime che non erano causate dal vento.<br />
Ma come era possibile? Loro non potevano toccare l’acciaio! Non potevano nemmeno avvicinarsi! Come aveva potuto quella figura scheletrica avanzare superando l’intero Ponte e arrivare alle porte di Roccabianca? Non riusciva a capire: non era semplicemente ammissibile!<br />
Poi i suoi occhi colsero qualcosa che prima non avevano registrato, dei dettagli dissonanti, particolari fuori posto. Qualcosa che non quadrava. Il mostro lo stava osservando con i suoi strani occhi luminosi di un intenso colore azzurro da sotto una cascata di capelli che, sotto lo sporco, erano indiscutibilmente biondi. Trascinava dietro di sé qualcosa, nell’ombra. Kevin strinse gli occhi e vide che teneva per mano una bambola di pezza, del tutto identica a quelle con le quali giocavano i bambini del villaggio.<br />
Allora capì. Allora cominciò ad urlare.</p>
<p>I bambini rapiti erano cresciuti.<br />
E stavano tornando a casa.</p>
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		<title>Pensiero Laterale</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Mar 2006 03:11:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Kardax chiuse la porta con uno schianto che fece sobbalzare tutti i presenti, lui compreso. Aveva i quattro occhi iniettati di sangue violaceo ed era palesemente in uno stato di grande agitazione. Le scaglie sulle spalle e sulla fronte erano tutte ritte e frementi. -Kar! Che c&#8217;è? Cos&#8217;è questa furia?- disse Xaabras, un Vegano magrolino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.abietto.net/pics/articoli/aliens.jpg" align="right" />Kardax chiuse la porta con uno schianto che fece sobbalzare tutti i presenti, lui compreso. Aveva i quattro occhi iniettati di sangue violaceo ed era palesemente in uno stato di grande agitazione. Le scaglie sulle spalle e sulla fronte erano tutte ritte e frementi.<br />
-Kar! Che c&#8217;è? Cos&#8217;è questa furia?- disse Xaabras, un Vegano magrolino con quattro grosse lenti elettro-ottiche sugli occhi e il cranio quasi completamente privo di scaglie. Era iscritto a psicofisioenergetica ed era davvero molto in gamba, il primo del suo corso. Studiava di continuo, sembrava quasi che non facesse altro nella vita, e infatti anche ora era immerso tra decine e decine di olodischi, con un paio di proiettori accesi, attorniato da altri quattro o cinque Vegani che stavano consultando gli appunti presi a lezione sui loro Olomax.<br />
Kardax si guardò attorno con aria smarrita, poi si avvicinò a Xaabras e gli sussurrò: -Hai un momento?<br />
-Sì… certo…- rispose l&#8217;amico, spegnendo i visori e alzandosi di malavoglia dal suo posto preferito nell&#8217;oloteca, -Ma che succede, si può sapere?<br />
-Seguimi. – disse l&#8217;altro per tutta risposta, e si diresse verso la porta dell&#8217;archivio interno in tutta fretta.</p>
<p>-Allora, Kar? – chiese Xaabras subito dopo essersi chiuso la porta alle spalle.<br />
-Ho appena ricevuto una notizia terribile, davvero terribile! La peggiore notizia del mondo! Non puoi neanche immaginare!&#8230;<br />
-Avanti, su… dimmi di che si tratta, stai facendo agitare anche me!<br />
-E infatti dovresti essere agitato! Nessuno su questo pianeta dovrebbe essere calmo, in un momento come questo!<br />
Kardax girava attorno a lunghi e bassi scaffali pieni di olodischi divisi per materia e per ordine alfacromatico. Sembrava che non riuscisse a stare fermo sugli artigli. Si asciugò le scaglie della fronte con un gesto nervoso, quindi si girò verso Xaabras ed esclamò: -I Blastar stanno per attaccare Vega!<br />
-Cosa?<br />
-Hai sentito bene! I Blastar stanno per attaccare Vega! Non abbiamo scampo! Siamo finiti!<br />
-Aspetta un attimo, come fai a sapere una cosa del genere?<br />
-Lo sai che ho delle conoscenze allo spazioporto… Mi prendi sempre in giro perché frequento quegli ambienti, ma a quanto pare si sono rivelati più utili che stare inchiodato su una sedia in oloteca!<br />
-Che c&#8217;entra lo spazioporto?<br />
-C&#8217;entra! Ci sono fonti di ogni genere… Mercanti indipendenti, cacciatori di taglie, contrabbandieri, ufficiali di linea… E molte di queste fonti affermano la stessa cosa: la flotta Blastar si sta dirigendo verso questo sistema stellare!<br />
-Andiamo, Kardax… Sai meglio di me che non si tratta di fonti attendibili. Dopo qualche dado alcolico nei locali dello spazioporto si può sentire qualunque cosa! Ti ricordi quella volta che affermavi con grande convinzione che il sole di Mizar stava per esplodere? E quell&#8217;altra volta in cui ti eri spaventato a morte per un presunto Drago Stellare? Suvvia&#8230;<br />
-No, stavolta è diverso! Non si tratta di chiacchiere da taverna, che diamine! Devi avere fiducia in me! Ho sentito capitani della Flotta Commerciale giurare di essere riusciti a portare il cargo a terra per un soffio poco oltre questo sistema! Indovina un po&#8217; da chi erano stati attaccati?<br />
-Ma Kardax, ragiona! Una notizia di questo genere arriverebbe forse allo spazioporto e non alle autorità militari? Pensi che i sensori a lungo raggio e le navi di ricognizione non abbiano rilevato nulla?<br />
-Ci ho pensato anche io, che ti credi? Non sono mica uno stupido, anche se non sto tutto il giorno a studiare e mi piace ogni tanto mangiare qualche dado! Magari sanno già tutto ma non hanno detto nulla per non scatenare il panico tra la popolazione! Tanto a che servirebbe? Non avremmo la minima speranza. Oppure non sanno proprio un bel niente! Non lo sai, forse, che i Blastar hanno dei dispositivi capaci di deviare il raggio dei sensori? Riescono a rendersi visibili soltanto poco prima di lanciare i loro attacchi, per questo sono ben pochi quelli che possono raccontare di essere sopravvissuti a un loro assalto! Non conosci la loro fama?<br />
-Come ti ho già detto tante volte, non do molto retta alle storie che si raccontano allo spazioporto.<br />
-Beh, dovresti! I Blastar sono un popolo di guerrieri! Sfidano le altre civiltà a battersi fino all&#8217;ultimo uomo! Hanno distrutto interi mondi! Possibile che tu non sappia nulla di tutto questo, con tutti gli olodischi che divori qua dentro?<br />
-Studio altre cose. E poi mi sembra che sia tutto così improbabile&#8230;<br />
-Già, probabilmente lo pensavano anche le popolazioni degli altri pianeti che sono stati attaccati. Lo sai quanto ha resistito Gamma Hydra contro il loro attacco? E bada bene che quel sistema aveva difese planetarie di prim&#8217;ordine e una flotta da battaglia con i fiocchi!<br />
-Quanto?<br />
-Un ciclo e mezzo! Da quando i Blastar sono entrati nel loro sistema, non hanno fatto a tempo a vedere sorgere il sole due volte! Sono stati completamente massacrati! Ti rendi conto?<br />
-Non so&#8230; come ti ho già detto non credo che una cosa simile sia possibile. In ogni caso penso che sarebbe giusto cercare di avvertire le autorità. Noi di certo non abbiamo né le difese planetarie né la flotta di guerra di Gamma Hydra. Non resisteremmo nemmeno un ciclo di fronte a un attacco di questo tipo.<br />
-Avvertire le autorità? E a che scopo? Se lo sanno già perderemmo soltanto il nostro tempo. E se non lo sanno, non crederanno certo così, su due piedi, alle nostre parole! No, l&#8217;unica cosa sensata da fare è fuggire dal sistema adesso, fintanto che abbiamo una possibilità! Prima che sia troppo tardi! Su Cauda Draconis hanno provato ad attaccarli mentre erano in orbita, con navi robotizzate, tutto telecomandato&#8230; sembrerebbe una buona tattica, no? E invece hanno perso e sono stati distrutti! E su Sol? Sai, gli Umani, quelli nel programma Sviluppo Terza Galassia dei Reticuliani… Hanno tirato addosso alle navi Blastar missili nucleari e persino dei prototipi anti-materia. Non gli hanno scalfito nemmeno lo scudo di energia! Allora hanno atteso l&#8217;atterraggio per scatenare una guerra campale in grande scala, contando sull&#8217;indubbio vantaggio che derivava dalla conoscenza del territorio. Sembrerebbe saggio, vero? Niente, spazzati via! Le poche centinaia di umani rimasti in vita sono stati portati in salvo e ora sono su Zeta Reticuli a riprendersi dallo shock! Non capisci? Sono state tentate tutte le tattiche possibili, tutti i tipi di combattimento! Non si può vincere contro i Blastar!<br />
-E quindi la tua soluzione sarebbe fuggire?<br />
-Certo! Che altra soluzione può esserci? Salviamoci le scaglie finché ne abbiamo ancora attaccate alle ossa!<br />
-No, io non ho nessuna intenzione di fuggire dal pianeta. In primo luogo potrebbe essere un colossale scherzo, e ci faremmo soltanto la figura degli idioti. In secondo luogo, se anche fosse vero, a maggior ragione voglio cercare di fare il possibile per dare una mano. Come potrei abbandonare il mio pianeta, la mia razza, di fronte a una crisi di questa scala?<br />
-Ma non puoi fare nulla! Non mi hai ascoltato, dunque? L&#8217;unica cosa che potrai fare sarà morire insieme agli altri Vegani! Non è forse più logico cercare di salvare la propria vita e quella delle persone che ci sono care? Cercare di far scappare quanta più gente possibile per ricominciare da un&#8217;altra parte?<br />
-No, non servirebbe neanche questo? I Blastar potrebbero arrivare anche lì, prima o poi. Il problema va affrontato qui ed ora.<br />
Kardax sembrò sgonfiarsi. Le scaglie si abbassarono, così come le spalle, ed emise un lungo sospiro.<br />
-Sei pazzo. Io ti ho avvertito, ho fatto quanto era in mio potere. Ora, se vuoi rimanere e farti uccidere da una razza di psicotici interstellari, è una decisione tua. Io ho già pronto un mercantile di Aldebaran che mi aspetta. Contavo di portarti con me.<br />
-Sei stato gentile e non credere che non apprezzi il tuo gesto. Forse hai ragione tu, sono pazzo&#8230; Ma penso di poter fare qualcosa e voglio rimanere. Non ti biasimo per la tua decisione. Fai quello che ritieni giusto.<br />
Kardax guardò fisso l&#8217;amico mentre dei grossi lacrimoni si formavano alla base dei quattro occhi tristi. Poi lo abbracciò forte e corse fuori, sbattendo la porta rumorosamente. Gli studiosi dell&#8217;oloteca si chiesero quale potesse essere il motivo di tanto chiasso in un luogo di studio e, malauguratamente, lo scoprirono anche troppo presto.</p>
<p>All&#8217;inizio fu soltanto un grande, immenso, cacofonico, planetario caos che distruggeva tutte le attività quotidiane. Ci fu sgomento, apprensione, panico, terrore puro, incredulità, malcontento, dissidio&#8230; Tutti i Vegani reagivano alla notizia dell&#8217;imminente attacco secondo la propria natura, e l&#8217;isteria di massa traduceva le differenze individuali in folle pericolose che tentavano di fare qualcosa, senza sapere cosa fare, di fuggire, senza sapere dove andare, di sfogare la propria rabbia, senza sapere con chi prendersela.<br />
Il Governo Centrale presentava, su scala minore, le stesse sindromi nevrotiche dell&#8217;intero pianeta: fioccarono voti di sfiducia persino per gli addetti alle pulizie del Senato, ci furono interrogazioni e vertenze di ogni genere, discussioni interminabili che non facevano che avvicinare sempre di più l&#8217;inevitabile senza risolvere nulla.<br />
Alla fine, il Conestabile Supremo del Dicastero Extraplanetario, fece una proposta. Tutti ammutolirono, nelle grandi aule, con i quattro occhi sgranati a osservare il piccolo, vecchio Vegano che parlava. Quando la sessione fu aggiornata, il Conestabile venne portato da un trasporto di massima sicurezza al Dicastero delle Comunicazioni. Nella Torre Principale Ovest venivano tenuti i dispositivi di controllo per le trasmissioni ufficiali da e per il pianeta Vega. Il Conestabile venne introdotto nella sala di massima sicurezza, attorniato da enormi Vegani in armatura antilaser e armi pesanti. Sembrava quasi che i Blastar non volessero radere al suolo la loro civiltà, ma semplicemente fare un golpe militare. Il Conestabile si sedette sulla poltrona che gli veniva indicata da un tecnico di Primo Rango e venne acceso un grande monitor audiovisivo in comunicazione con l&#8217;holonet supportato dai satelliti geostazionari. Il canale era stato aperto su tutte le frequenze standard: ora non rimaneva che aspettare che i Blastar si degnassero di rispondere alla chiamata.<br />
A un tratto una scarica statica tramutò lo spazio stellare, vuoto e cupo come non mai, nel volto di un terribile Blastar armato di tutto punto. Una voce possente tuonò nella sala: -Salute a voi, Nobili Avversari. Io sono Gurth Am-Ambrax, Primo Ammiraglio della Flotta Exether di Blastar, al comando delle forze spaziali e terrestri dell&#8217;esercito del Primo Signore, Conte di Pelidan, del casato di Arthurius II. Come da protocollo, devo rendervi noto il fatto che tra un ciclo esatto comincerà un attacco congiunto delle nostre forze sul vostro pianeta natale. Questo è il nostro guanto di sfida e la nostra somma impresa: sull&#8217;onore di tutti i Blastar, vi assicuro che la guerra sarà condotta in modo pulito e rapido, e che la vostra civiltà sarà distrutta nell&#8217;arco dei due cicli successivi. Potete ora comunicarci in che modo preferiate combattere, oppure tenere nascoste le vostre strategie: il risultato dell&#8217;attacco, comunque, sarà lo stesso, e rispetteremo le vostre scelte, quali che esse siano.<br />
-Salute a voi, Gurth Am-Ambrax, Primo Ammiraglio&#8230; – disse il Conestabile con voce tremante, -Io sono Tathar, Conestabile del Dicastero Extraplanetario di Vega. Ho intenzione di comunicarvi le nostre intenzioni riguardo alla battaglia.<br />
-Bene, Tathar. Parlate pure. I Blastar vi ascoltano.<br />
E il Conestabile ripeté al nemico quello che aveva detto poco prima nel Senato. Anche i Blastar rimasero con gli occhi sgranati.</p>
<p>Kardax era partito con il trasporto mercantile ed era giunto a una stazione spaziale in orbita attorno al pianeta principale di Aldebaran, un mondo desertico che i nativi chiamavano Oshan. Era in una delle Cantine dello spazioporto della stazione, pochi giorni dopo aver lasciato per sempre Vega, ad affogare il dolore per la perdita della sua razza, della sua civiltà, in una bottiglia di Bumm&#8217;ba, un liquore Terilliano molto forte e molto poco costoso. Appoggiato al bancone non vide il programma olografico che stava iniziando sul proiettore, e che molti altri avventori stavano seguendo. Alla fine uno di loro, un grosso Oshaniano con un vaporizzatore acqueo e un casco di vetro, si avvicinò e gli diede una scrollata.<br />
-Che c&#8217;è? – Disse Kardax stizzito. Non gli piaceva che qualcuno lo distraesse mentre cercava in modo così professionale di deprimersi.<br />
-Dovresti dare un&#8217;occhiata all&#8217;oloproiettore, sai?<br />
-Uh? Perché?<br />
Kardax si girò, seguendo lo sguardo dell&#8217;alieno e vide sull&#8217;oloproiettore un Reticuliano con olocamera e microfono che stava intervistando Tathar, uno dei ministri del governo Vegano.<br />
Ma Tathar, a quell&#8217;ora avrebbe dovuto essere già stato vaporizzato!<br />
-Alzate il volume, non si sente! Che sta dicendo? – Sbraitò Kardax. Saltando giù dal trespolo su cui si era arrampicato per arrivare al bancone (gli Oshoniani sono molto alti), fece cadere la bottiglia di Bumm&#8217;ba e quasi cadde per terra. Gli altri si girarono verso di lui, poi il barman azionò il comando a distanza e alzò il volume della proiezione olografica.<br />
-&#8230;Non direi battere. Battere non è il termine giusto – stava dicendo Tathar – nessuno può battere i Blastar. No, non direi proprio che li abbiamo &#8220;battuti&#8221;&#8230;<br />
-Beh, ma è incredibile che il pianeta sia stato risparmiato! Come è successo?<br />
-Mi spiace, ma queste sono informazioni riservate. Un accordo di non belligeranza tra noi e i Blastar, che è stato firmato poche ore fa, ci costringe a mantenere il segreto sulle trattative diplomatiche tra il nostro governo e il loro.<br />
Kardax non aveva nemmeno sentito la fine della frase: a metà si era già precipitato verso il primo trasporto interstellare per tornare sul suo pianeta natale.</p>
<p>Kardax sbatté la porta e tutti i presenti nella Oloteca sobbalzarono all&#8217;improvviso. Era agitatissimo, ma sul suo volto si stagliava un sorriso enorme.<br />
-Kar! Sei proprio tu?- esclamò Xaabras che, tanto per cambiare, era chino sull&#8217;Olomax a studiare.<br />
-Xaabras! Come sono contento di vederti! Non ci posso credere!<br />
Il Vegano andò verso il suo compagno, ancora appollaiato al suo posto, e lo strinse in un forte abbraccio che gli fece quasi mozzare il respiro.<br />
-Vieni, vieni Kar… andiamo nell&#8217;archivio. Là sarà più semplice parlare e non disturberemo gli studenti. – Così dicendo Xaabras si alzò e si diresse verso la porta dove i due amici avevano già avuto un&#8217;intensa conversazione qualche giorno prima.</p>
<p>-Non ci posso credere! Davvero! È incredibile! Eppure ce l&#8217;avete fatta! Avete battuto la Flotta Blastar!<br />
-No, Kardax, non è andata così&#8230; questo non descrive davvero la situazione.<br />
-Ma raccontami! Su, com&#8217;è andata, allora? Cos&#8217;erano tutti quei misteri nell&#8217;holonet? Perché non si può parlare del trattato? Che è successo?<br />
Xaabras rise. –Stai calmo, stai calmo. Ora ti racconto tutto.<br />
-Ma tu come fai a sapere cos&#8217;è successo se è un segreto di Stato?<br />
-Beh&#8230; ti ricordi che ti avevo detto che ero convinto che ci fosse qualche modo per superare questa crisi e che volevo discuterne con le autorità?<br />
-Sì, e allora?<br />
-Beh, capita che Tathar sia un mio lontano cugino, da parte di bradre. Così&#8230; ho avuto un&#8217;idea un po&#8217; bislacca e ho pensato di chiamarlo per cercare di parlargliene. Lui era così disperato, beh… tutti lo eravamo, per la verità, che ha deciso di darmi retta. Abbiamo discusso a lungo e alla fine lui ha proposto la linea d&#8217;azione che avevamo deciso al Senato.<br />
-Caspita! Non sapevo che avessi delle parentele altolocate!<br />
-Per la verità, non parlavo con mio cugino da anni, credo. I suoi impegni e i miei, sai com&#8217;è. Comunque il Senato ha approvato e quindi Tathar stesso è stato incaricato di illustrare la nostra strategia ai Blastar, come è loro costume.<br />
-E cosa avete fatto? Un attacco via terra o nello spazio? Via mare, forse? Vi siete nascosti nelle pozze oceaniche? Avete lanciato SOS di soccorso? Avete combattuto nelle città?<br />
-Ma no, ma no&#8230; Kardax, ragiona: quando sei arrivato qui hai forse visto segni di distruzione o di lotta? In orbita hai avuto difficoltà di navigazione per via di relitti recenti o di radiazioni dovute ad armi?<br />
-In effetti no&#8230; Ma allora che avete fatto? Si può sapere?<br />
-Semplice. Abbiamo fatto qualcosa che nessun altro aveva mai fatto contro i Blastar.<br />
-Cioè?<br />
-Ci siamo arresi.</p>
<p>Kardax rimase per un attimo a bocca aperta e con gli occhi spalancati, incredulo, di fronte all&#8217;amico. Poi esplose in una fragorosa risata (che gli studenti dell&#8217;oloteca sentirono a tre sale di distanza) e lo abbracciò forte.<br />
-Andiamo, &#8211; disse. –tu ora lasci perdere tutto e vieni con me allo spazioporto. E, per gli déi, ci prendiamo una sbronza da raccontare!</p>
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		<title>Da una Lacrima sul Viso</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Mar 2003 03:05:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[It&#8217;s not going to stop No, it&#8217;s not going to stop It&#8217;s not going to stop &#8216;Til you wise up Aimee Mann &#8211; Wise Up 1 &#8211; L’uomo è l’unico animale che sappia piangere. Era in ritardo. Anche questa volta. Sergio controllò nervosamente l’orologio che gli comunicò spietatamente che non sarebbe mai arrivato davanti al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.abietto.net/pics/articoli/lacrima.jpg" align="right" /></p>
<p align="left"><font color="#990000"><em>It&#8217;s not going to stop<br />
No, it&#8217;s not going to stop<br />
It&#8217;s not going to stop<br />
&#8216;Til you wise up</em></font><br />
Aimee Mann &#8211; <em>Wise Up</em></p>
<p><strong>1 &#8211; L’uomo è l’unico animale che sappia piangere.</strong></p>
<p>Era in ritardo. Anche questa volta. Sergio controllò nervosamente l’orologio che gli comunicò spietatamente che non sarebbe mai arrivato davanti al cinema Atlas alle 22 per il semplice fatto che erano le 22,10. Avrebbe dovuto uscire di casa prima, avrebbe dovuto prendere il caffè nel locale, prima dell’inizio del film, invece che aspettare che sua madre glielo portasse in bagno, mentre, in un tornado di talco, deodorante, profumo, schiuma da barba e dentifricio, tentava di ordinarsi nel modo più attraente possibile. D’altronde era giusto e comprensibile, no? Avrebbe visto Luisa, davanti al cinema. Era questo che continuava a ripetersi mentre attendeva che la metrò si fermasse alla stazione e lui potesse scendere. Era tutto perfettamente comprensibile e giustificabile. Le scarpe nuove, la giacca, i sei cotton-fioc che aveva usato per assicurarsi di avere le orecchie tanto pulite da poter lanciare lo sguardo attraverso il cranio. Tutto perfettamente comprensibile e giustificabile: c’era Luisa. Ma se era tutto così ovvio, scontato, comprensibile, perché si ripeteva in continuazione che tutte quelle attenzioni, quella mezz’ora passata a farsi la barba in modo maniacale usando due rasoi elettrici e un bilama “usa-e-getta”, quei dieci minuti buoni a scegliere le calze, erano, appunto, innocue, innocenti e, soprattutto, giustificabili? Scacciò decisamente questo pensiero, questo dubbio, dalla sua mente non appena gli si presentò, neanche fosse un rappresentante dei Testimoni di Geova che veniva a bussare al suo uscio mentale. La metrò era finalmente arrivata e l’orologio, beffardo, continuava inesorabilmente a fargli notare che erano ormai già le 22,13. Certo, tredici minuti di ritardo non sono poi granché, a meno che, ovviamente, lo spettacolo non sia alle 22,30 e tu sia quello che deve prendere i biglietti per tutti. In quel caso tredici minuti diventano un’eternità incolmabile, un abisso di irresponsabilità, un vortice di negligenza, di cazzoneria. E se non fosse riuscito a prendere i biglietti? E se per questo avesse fatto una brutta impressione su… Luisa? In un angolo del suo cervello aveva come l’impressione che quello non fosse il primissimo nome che gli era venuto in mente. Ma ormai stava correndo verso il cinema a gambe levate, contando mentalmente i secondi che lo separavano dallo scoccare del prossimo crudele minuto.</p>
<p>Claudio arrivò poco dopo che Sergio era riuscito miracolosamente a portare a termine la sua missione. Arrivò come sempre, con un’aria tra il distratto e lo snob, vestito in modo naif, con un paio di improbabili occhiali dalle lenti rosa e l’immancabile sigaretta in bocca. Nei dieci metri che lo separavano da Sergio, da quando questi era riuscito ad avvistarlo in mezzo alla folla che si accalcava attorno alla cassa del cinema, riuscì per ben due volte a estrarre il cellulare per svariati e ignoti motivi. Salutò Sergio con un cenno del capo, senza rivolgergli la parola, mentre sembrava attendere che qualcuno, dall’altra parte delle radiazioni elettromagnetiche, rispondesse alla chiamata.<br />
-Sì, ciao anche a te – rispose ironicamente Sergio.<br />
-Pronto? Allora, dove siete? Sì, OK, Tutto bene. Cia’, cia’ – disse Claudio al telefono. Chiuse il copritastiera con uno scatto che ricordava quello del caricatore di una pistola automatica e disse: -Hai preso i biglietti?<br />
Sergio mostrò senza profferir parola i quattro tagliandini di carta colorata sorridendo. -Bene. È molto che aspetti?<br />
-Beh, a dir la verità non molto, ero un po’ in ritardo.<br />
Claudio sorrise: -Eh, ti sei fatto bello… chissà come mai! – Disse ghignando malignamente.<br />
Forse il motivo di tante attenzioni non era poi tanto ovvio e giustificabile, pensò tristemente Sergio… Tutti i suoi sforzi evidentemente non erano serviti a molto. Evitò comunque di commentare la battuta.<br />
-Allora? Sono in ritardo anche loro, a quanto pare – disse dopo un attimo di silenzio. Claudio si voltò intorno e poi, come se la cosa fosse preparata, disse: -Eccole! – indicando due ragazze, Luisa ed Alessia, che si stavano avvicinando facendosi largo tra la ressa.</p>
<p>La sala buia aveva sempre avuto un ché di magico per Sergio. Ogni volta che entrava in una sala cinematografica e si sedeva, con l’inevitabile cestello di pop-corn da una parte e la walky cup della Coca dall’altra, si sentiva tornare indietro nel tempo, come se l’intero edificio altro non fosse che un’enorme macchina del tempo che lo riportava invariabilmente all’età mentale di undici-dodici anni. I film di fantascienza e gli horror, in particolar modo, avevano questo effetto. Aveva sempre trovato molto povere di spirito le persone che uscivano dal cinema criticando il film prima ancora di averlo digerito, quasi come se volessero affermare la proprià dubbia individualità intellettuale al regista insegnandogli come avrebbe dovuto fare il suo lavoro. Lui lasciava che questo snobismo radical-chic da “bar sport” si autopunisse e preferiva di gran lunga conservare intatto il “sense of wonder” della sua età più verde. Pensava che gli amanti dei “d’essai” e del cosiddetto cinema “impegnato” si perdessero molto. In fondo lui si divertiva e loro no, chi ci guadagnava nel cambio? Questo non significa che non amasse anche lui la cinematografia più profonda e meno spettacolare, semplicemente pensava che la maggior parte delle persone che si presentavano come “cinefili”, in realtà stessero mostrando un atteggiamento predigerito e non sapessero nemmeno da che parte cominciava quel medium tanto magico e creativo. Quando usciva, con la mente ancora immersa nell’atmosfera del film che aveva appena visto, gli piaceva abbandonarsi ai ricordi recenti, al “gioco di ruolo” mentale del cambiare le cose, il finale, gli avvenimenti. All’idea di essere il protagonista. Solo dopo arrivava il momento del distacco e della critica, quando era sicuro di essersi goduto fino in fondo le emozioni, negative o positive che fossero, che la pellicola poteva offrire. Era come alzarsi da tavola subito dopo pranzo e mettersi a pensare ad altro: a volte era necessario, ma lui preferiva arrivare al caffè e al limoncino prima di riaccendere la mente critica da trentenne.<br />
Era stato insieme a Frodo su Colle Vento, rabbrividendo per l’avanzata terribile dei Nazgul, aveva indagato insieme a Daneel Olivaw sulle tracce di uno strano omicidio, aveva combattuto fianco a fianco a Obi-Wan Kenobi e aveva cavalcato con Bastian nei cieli di Fantàsia… Aveva strisciato nelle fogne di Derry e aveva corso a perdifiato per sfuggire alle grinfie di demoni e zombie… Molte cose dividevano lui e Claudio, ma quel luccichio negli occhi, in quegli sguardi tra l’impaurito e l’eccitato di chi è al culmine di un ottovolante prima dell’inizio del film, li rendeva fratelli.<br />
Non poteva aspettarsi un simile luccichio negli occhi di Luisa e Alessia, erano ragazze! E infatti non se lo aspettava. Forse per questo quello che accadde verso la metà del secondo tempo lo scosse tanto.</p>
<p><strong>2 – Ne consegue che i coccodrilli non piangono.</strong></p>
<p>Il film in sé non era eccezionale. Forse la cosa era dovuta al fatto che era stato scelto insistentemente da Luisa e Alessia. Si trattava di una commedia rosa americana con un paio di attori di grido, con qualche intuizione decisamente interessante immersa in un mare di banalità e di concessioni alle esigenze di botteghino. Altre persone l’avrebbero definita “un’americanata”. Sergio non sopportava questa parola. In genere rispondeva che le “italianate” erano spesso ancora meno originali e divertenti.<br />
La pellicola aveva comunque alcuni spunti coinvolgenti. Forse sarà stata l’atmosfera della serata, la presenza del suo amico e di queste due ragazze, le emozioni che comunque gli dava il fatto di starsene seduto in un cinema… Sarà stato tutto questo e altro ancora, ma rimane il fatto che Sergio si stupì di sentire delle lacrime che gli rigavano le gote proprio durante l’immancabile colpo di scena da manuale della sceneggiatura, a metà del secondo tempo.<br />
C’è da dire che lo stupore provocato da questa sua reazione non era niente a confronto di quello che avrebbe provato di lì a pochi minuti. Ma per capire la dinamica di questa scena sarà utile descrivere i posti in cui si erano seduti i nostri simpatici amici.<br />
Essendo entrati praticamente all’ultimo momento, la sala era già strapiena. Avevano infatti trovato posto soltanto in una fila laterale di poltrone, quasi all’estrema sinistra del cinema. All’inizio le posizioni, da sinistra a destra erano le seguenti: Claudio, Alessia, Sergio, Luisa. Normale, previsto, scontato… i due single che stavano flirtando, la coppia “in formazione” e di seguito la coppia “fissa”. Se non che alla fine del primo tempo Sergio e Claudio si erano alzati per andare a fumare una sigaretta e per andare in bagno, mentre le ragazze erano rimaste dentro a parlottare tra loro. Quel linguaggio oscuro e segreto che tutte le donne del mondo capiscono e che nessun uomo riuscirà mai a decifrare.<br />
Anche Sergio e Claudio avevano cominciato a parlare, mentre facevano la pipì e tiravano potenti aspirazioni dai filtri delle due Marlboro Medium.<br />
-Allora, come va? – chiese Sergio, mentre Claudio era all’interno del piccolo bagno degli uomini.<br />
-Come va cosa? – rispose Claudio. Claudio amava fare lo gnorri.<br />
-Come va con Alessia… cos’altro?<br />
-Mah… che ti devo dire… quella è strana.<br />
-Strana? In che senso?<br />
-Beh, lo sai come sono fatte le donne… prima dice una cosa, poi si contraddice… prima sembra volersi comportare in un modo, poi sembra prendersela se ti avvicini…<br />
-Tutto molto normale finora, direi.<br />
-Sì, solo che in genere qualche segnale più o meno inequivocabile viene lanciato… qualcosa a cui ci si possa aggrappare, una sorta di boa di segnalazione che ti mostra la rotta. Così sai che, anche se si sta ancora giocando al gioco della seduzione, c’è un motivo valido per giocare… In questo caso, invece, non saprei proprio cosa dire… i segnali sono talmente contraddittori.<br />
Claudio tirò l’acqua e uscì, chiudendosi la porticina alle spalle.<br />
-Sai… è strano sentirti parlare così… &#8211; Disse Sergio guardandolo di riflesso attraverso lo specchio, mentre Claudio si lavava le mani nel lavandino giallognolo.<br />
-Perché?<br />
-Beh… tu sei sempre stato un tipo così deciso, sicuro… da un po’ di tempo a questa parte mi sembri un po’ confuso anche tu.<br />
-La gente cambia. Questa storia forse mi sta prendendo più di quello che dovrebbe. – Rispose Claudio bruscamente, voltandosi.<br />
Sergio scrollò le spalle. Buttò la sigaretta nel cestino della spazzatura dopo averne bagnato la punta incandescente sotto un filo d’acqua che scendeva dal lavandino.<br />
-E tu, invece? Come va? – Chiese Claudio con un sorrisetto ironico.<br />
-Cosa? – Rispose Sergio, sorridendo sornione a sua volta. Gli piaceva rivoltare le armi di Claudio contro di lui.<br />
-Come cosa? Con Luisa… cos’altro? – A sergio parve che quest’ultima frase avesse una strana connotazione ironica, una sottolineatura che non gli piaceva affatto.<br />
-Bene, bene…<br />
-No, te lo chiedo perché mi sembra che tu ti stia prendendo molto a cuore la storia tra me e Alessia – Continuò Claudio sorridendo, anzi, ghignando.<br />
-Non dire sciocchezze. – Tagliò corto Sergio.<br />
-Beh… volevo solo essere sicuro che…<br />
-Che il film stia per iniziare – Lo interruppe Sergio. –Sarà meglio rientrare.<br />
Questa volta toccò a Claudio fare spallucce e sporgere il labbro inferiore. Ma il dialogo aveva occupato più tempo di quanto non fosse sembrato ai due amici, che corsero nella sala buia e nella fretta si scambiarono i posti.</p>
<p>Ed eccoci alla metà del secondo tempo. Scena coinvolgente. A Sergio si inumidiscono gli occhi. Si stupisce di questa sua reazione. Di fianco a lui c’è Alessia, poi Claudio, poi Luisa. Ora le coppie sono scombinate. C’è qualcosa che non torna. Ma cosa?<br />
Dato che erano tutti seduti all’estrema sinistra della sala, stavano tutti guardando verso destra e in alto, cioè nella direzione esattamente opposta alla posizione di Sergio, che si trovava in fondo, vicino al corridoio. Fu per questo che gli ci volle un po’ per capire cosa c’era che non andava. E cioè che Alessia stava guardando verso sinistra. Stava guardando lui. Sergio si voltò a guardarla. La scena aveva fatto scendere un paio di lacrime anche sul suo volto. Mentre la guardava negli occhi ancora attonito, lei allungò lentamente un dito e, con un lieve sorriso sulle labbra, gli asciugò le lacrime dal volto. Lo stupore di Sergio raggiunse a questo punto il massimo grado.<br />
Poi Alessia si girò di nuovo a guardare il film e non gli rivolse più neanche uno sguardo.</p>
<p>All’uscita del cinema i quattro decisero di andare a bere qualcosa in un simpatico locale, chiamato “Close Encounters”, che non si trovava troppo lontano. Si sedettero… Luisa e Sergio da una parte del basso tavolino, e Claudio e Alessia dall’altro lato. La discussione restò su toni piuttosto scherzosi e di circostanza per un po’, fino all’arrivo del primo giro di drink: il Gin Lemon di Claudio, la Guinness di Sergio, il cocktail analcolico di Luisa e il cocktail alla frutta di Alessia. Commenti sul film, sul tempo atmosferico, su quanto sia difficile trovare parcheggio di questi tempi, eh sì, soprattutto quando lavano le strade, che vergogna.<br />
Sergio aveva un serio problema… Era seduto con la schiena appoggiata alla poltroncina in colore pastello e teneva una mano attorno alla parte bassa della schiena di Luisa, che beveva e parlottava con Claudio. Ma non riusciva a staccare gli occhi di dosso ad Alessia. Aveva stampato sul naso un punto di domanda enorme, l’espressione che faceva ogni volta che apriva la “Pagina della Sfinge” della Settimana Enigmistica.<br />
La cosa ancora più sconcertante era che Luisa e Claudio si erano letteralmente persi nella discussione… e Alessia ricambiava insistentemente il suo sguardo, quasi a sfidarlo ad aprire bocca, a dire qualcosa… a dare inizio alle “ostilità”. A dire il vero Sergio si fece pregare un po’, se non altro perché una parte di lui sentiva che qualsiasi parola avrebbe reso quel momento simile a tanti altri. Ma alla fine, naturalmente, l’imbarazzo e la curiosità presero il sopravvento.<br />
-Grazie. – disse molto semplicemente.<br />
Lei sorrise e abbassò gli occhi sul drink. Poi rialzò lo sguardo e scosse lentamente il capo, socchiudendo gli occhi, come a dire “Di nulla”.<br />
-Certo che siete una strana coppia, voi due. – Disse Alessia alla fine di un altro lungo sguardo silenzioso.<br />
-Io e Luisa?<br />
-Tu e Claudio.<br />
-Perché?<br />
-Beh… siete strani.<br />
-Curioso… lui mi ha appena detto lo stesso di te! – Disse Sergio sorridendo maliziosamente.<br />
-Non farlo. – Disse lei diventando improvvisamente molto seria.<br />
Lui rimase a bocca aperta per una frazione di secondo prima di rispondere: -Cosa?<br />
-Questo. Quello che fate voi di solito. Giocare.<br />
Sergio era sempre più intontito dalla situazione… non riusciva a capire.<br />
-Ma non… era soltanto… non volevo…<br />
-Lo so. – Disse seccamente lei.<br />
-Beh… non è che io e lui – disse Sergio indicando brevemente Claudio con lo sguardo –giochiamo sempre… e soprattutto non è detto che giochiamo allo stesso modo… Siamo molto simili, ma molto diversi in tantissime cose… ad esempio in quello che vogliamo.<br />
-Davvero? Perché, tu cosa vuoi?<br />
Una risposta si formò immediatamente nella testa di Sergio: “Te. Voglio te, dannazione. Te e le tue stramaledette dita che mi asciughino le lacrime. Te e quel tuo strano profumo…”.<br />
Ma naturalmente, disse: -Cosa intendi? Cosa vuoi dire con “tu cosa vuoi”?<br />
-Niente… &#8211; disse lei, e distolse lo sguardo. Come per un incantesimo (e Sergio pensò per molto tempo dopo che in effetti lo fosse davvero) Luisa e Claudio ricominciarono a parlare con lui e con Alessia. La serata tornò su binari più consueti e lui tirò quasi un sospiro di sollievo. Poi realizzò e si diede implacabilmente del coglione.</p>
<p><strong>3. Allora perché si dice: “lacrime di coccodrillo”?</strong></p>
<p>E del figlio di puttana.<br />
Naturalmente non poteva considerarsi altro, no? Ormai doveva ammettere a se stesso di non essersi comportato per niente bene. Certo, aveva molte attenuanti. L’attrazione nei confronti di un’altra persona e i sentimenti sono cose su cui tutti quanti hanno uno scarso controllo consapevole. Inoltre lui non era conscio di aver fatto quello che aveva fatto, di aver provato quello che stava provando… almeno non lo era stato fino alla conclusione di quella strana serata. La vita è strana. Passano mesi interi di assoluta tranquillità, di banalità quotidiane che si susseguono ora dopo ora, minuto dopo minuto, di situazioni noiose e prevedibili. Poi, di botto, tutto in un momento, la magia che fa da perno alla spirale universale si manifesta, insondabile e oscura, nelle nostre vite, strappandoci di dosso le certezze, calandoci profondamente nell’abisso del dubbio e facendoci sentire dei coglioni.<br />
E dei figli di puttana.<br />
Non dimentichiamolo.</p>
<p>Non c’era mancanza di intenzionalità e di consapevolezza che avrebbe potuto lenire il dolore e la delusione di Luisa. Non c’era innocenza che avrebbe potuto farla sentire meglio. Eppure Sergio non riusciva fino in fondo a sentirsi colpevole per quegli sguardi, per quelle poche e pregnanti parole scambiate con Alessia. In fondo era innocente… lo erano tutti, no?<br />
Alessia era innocente quanto lo era lui. Claudio era innocente perché non sapeva, e quel poco che sospettava amava dimenticarselo rapidamente. Luisa era innocente perché si era innamorata di Sergio troppo presto.<br />
Tutti assolti. A casa.<br />
Ma restava una questione di primaria importanza che non poteva essere spazzata sotto il tappeto emotivo delle giustificazioni triviali. Che fare?</p>
<p>La sera dopo quello strano incontro, Sergio prese il coraggio a due mani e compose, per la prima volta in vita sua, il numero telefonico di Alessia. Non l’aveva mai chiamata prima perché, naturalmente, non ce n’era mai stato motivo. Luisa, sua amica, e Claudio, suo corteggiatore “ufficiale”, erano le figure preposte a questo compito, quando si doveva organizzare qualche uscita insieme.<br />
Rispose lei quasi subito, e lui rimase per un attimo in silenzio, indeciso sul da farsi. Che fare? Mettere giù, lasciare perdere tutto e trasferirsi in Australia oppure continuare ed essere costretti a trasferirsi in Australia. Ah, i dilemmi della vita…<br />
-Pronto?<br />
-Ciao Alessia. Sono Sergio.<br />
-Ciao! Come stai?<br />
-Ehm… bene… Non mi sembri molto sorpresa.<br />
-Non lo sono, in effetti.<br />
Silenzio.<br />
Ancora silenzio.<br />
Una sconsiderata quantità di silenzio. Quasi quattro secondi.<br />
-Volevi dirmi qualcosa? – Chiese Alessia.<br />
-Sì… io… volevo dirti un sacco di cose.<br />
-Anche io.<br />
-Forse è meglio se cominci tu, io in questo momento sto sperimentando in prima persona l’afasia.<br />
Lei rise.<br />
Buon segno.<br />
-Volevo dirti che il gesto dell’altra sera non è stato casuale, Sergio.<br />
-Lo so. È stato un gesto molto bello.<br />
-Mi sembrava la cosa giusta da fare. Sentivo di volerlo fare.<br />
-E io avevo bisogno di qualcuno che lo facesse, evidentemente. Tu lo hai sentito.<br />
-Sì.<br />
Altro silenzio… Era come cercare di parlare di qualcosa che si dà per scontato senza darlo per scontato. A Sergio, per un attimo, passarono nella mente alcuni esempi di quei dialoghi terribili di certi fumetti, in cui i personaggi devono mettere al corrente il lettore di qualcosa che loro dovrebbero sapere benissimo. Tipo: “Ehi, Joe, quello è il reattore termonucleare a scambio continuo? Quello che se innestato potrebbe spazzare via tutta New York? Quello inventato dal nostro arcinemico il professor Quantum?”… e via dicendo.<br />
-Senti Alessia… &#8211; Disse Sergio dopo aver interrotto questo disturbante dialogo mentale, -quando ieri sera mi hai chiesto che cosa volevo… non sono stato sincero, non ho detto quello che pensavo veramente.<br />
-Lo so. Vuoi dirmelo ora?<br />
-Non sono sicuro che sia una buona idea. Non sono sicuro che certe parole, una volta formate e uscite dalla mia bocca, saranno innocue. Fino a che non ce lo diciamo forse le cose rimarranno come sono ora…<br />
-Ti voglio bene, Sergio.<br />
C’erano tante risposte che si era aspettato. Ma questa non era una di quelle.<br />
L’impressione fu quella di un ghiacciolo che stava scendendo lentamente dalla vertebra cervicale fin verso il coccige. Molto lentamente.<br />
-Scusa, ti dispiacerebbe ripetere?<br />
-Hai sentito benissimo. Ci trovi qualcosa di strano?<br />
-No, assolutamente. Sono contento. Anche io… anche io ti voglio bene, Alessia. Però… a dire il vero sì, ci trovo qualcosa di strano.<br />
-E cosa?<br />
-Beh… insomma…<br />
-Claudio?<br />
-Claudio, tanto per cominciare. Luisa tanto per continuare.<br />
-Tutto questo non ha alcun senso, te ne rendi conto, vero?<br />
Silenzio. Sergio non riusciva a dare gli ordini giusti ai muscoli della bocca e della lingua. Il comando “Apriti e dì qualcosa, maledizione”, in particolar modo, sembrava causare dei conflitti di sistema.<br />
-Io penso che sarebbe meglio vederci. Voglio dire…solo noi due. – Riuscì a dire alla fine.<br />
-Sì?<br />
-Sì. Non voglio parlare di queste cose al telefono. Voglio guardarti negli occhi, come l’altra sera.<br />
Stavolta fu lei a pensarci su. Lui sentiva il suo lieve respiro attraverso la cornetta del telefono. Pensò che avrebbe potuto passare ore a sentire un suono come quello.<br />
-D’accordo. Forse hai ragione tu. Però…<br />
-Però?<br />
-Non voglio che Claudio e Luisa sappiano mai nulla di tutto questo.<br />
-Certo, capisco. Va bene stasera?<br />
-D’accordo. A stasera allora.<br />
Sergio sentì un rumore simile a un “clic”.<br />
Aveva messo giù il telefono! Aveva riposto la cornetta proprio come nei film! Ma com’era possibile? Sergio pensava che questo genere di discussioni non appartenessero alla vita reale. Come si fa a dire “A stasera allora” e mettere giù se non ci si è messi d’accordo sul dove e sul quando? Eppure era lì, con l’aria ebete e la cornetta in mano a sentire il silenzio più assoluto di una comunicazione interrotta.</p>
<p><strong>Interludio 1: si ride per non piangere.</strong></p>
<p>Giampietro ed Elisabetta erano felici.<br />
Lui l’aveva conosciuta sui banchi di scuola e se n’era invaghito subito. Lei era abbastanza bella e abbastanza oca per soddisfare tutti i suoi bisogni. Elisabetta aveva lasciato che lui le facesse una corte discreta per qualche settimana, poi in gita scolastica aveva ceduto. Lui aveva bruciato le tappe e, entro la fine della gita, aveva apposto il suo sigillo sulla proprietà. Una proprietà peraltro di seconda mano.<br />
Giampietro ed Elisabetta avevano ormai quasi trent’anni. Erano insieme da una dozzina d’anni ed erano felici. Uniti e felici. Uscivano sempre insieme, andavano a cena fuori insieme con gli amici, andavano al pub insieme, tornavano a casa insieme. Erano l’immagine stessa di tutto quello che si potrebbe desiderare da un rapporto di coppia.<br />
Giampietro non era una palla di fuoco nel reparto “Menti”, ma non era neanche stupido. Non era un cavaliere in armatura e cavallo bianco, ma non era neanche uno stronzo. Era un ragazzo normale, come tanti altri, come quelli che stanno leggendo queste righe.<br />
Elisabetta non era la più grande gnocca dell’emisfero settentrionale, ma era decisamente più sexy della media. Non era completamente lobotomizzata, solo stupida quanto si conviene a una ragazza decisamente più sexy della media. Insomma, era una ragazza come ce ne sono tante, e sicuramente alcune di loro stanno leggendo queste righe. E insieme facevano una bella coppia.<br />
Quando lui voleva che lei esprimesse un’opinione su qualcosa, gliene dava una. Quando lei pensava che lui stesse abusando del potere che, in fondo, lei stessa gli aveva concesso, usava il sesso per tenerlo a bada. Ma in fondo questo è quello che succede a nove coppie su dieci, talvolta invertendo le caratteristiche dei due sessi. Forse alcune di queste coppie stanno leggendo in questo momento.<br />
Ed erano felici, uniti. Quasi belli, insieme. Se si eccettua il fatto che Giampietro sembrava uscito da Wayne’s World.</p>
<p>Mauro era un ragazzo strano. “Strano” era la parola che più gli si adattava, senza alcun dubbio. Quando la gente pensava a lui o parlava di lui, la parola che più frequentemente ricorreva nei pensieri e nei discorsi era senz’altro “strano”. In cosa consistesse questa sua stranezza, ormai più nessuno se lo ricordava o poteva dire di saperlo. Era strano e tanto bastava. Strano, in fondo, come molti ragazzi al giorno d’oggi. Strano come certe persone che forse stanno scorrendo con gli occhi le spire di questo racconto.<br />
Lui era strano, Giampietro ed Elisabetta erano felici. Punto. Le cose funzionano così. Mauro era uno dei migliori amici di Giampietro, e naturalmente conosceva Elisabetta da molto tempo.<br />
Mauro si scopava Elisabetta senza fare una piega da sei mesi.<br />
Giampietro ed Elisabetta continuavano a essere felici. Mauro continuava a essere strano. Era capitato così… una sera Giampietro era tornato a casa prima per motivi di lavoro ed Elisabetta era stata accompagnata a casa da Mauro, già abbastanza strano di suo e al momento anche piuttosto brillo. Anche Elisabetta era brilla. Mauro era convinto che le parole con le donne servissero fino a un certo punto. Quindi aveva diretto la macchina, quasi istintivamente, verso casa sua. Lei aveva obiettato qualcosa, ma non aveva fatto resistenza.<br />
Erano saliti, lui l’aveva portata in camera. L’aveva baciata e l’aveva spogliata, baciandole ogni centimetro di pelle che scopriva pian piano, come togliendo i vari strati di una cipolla e assaggiandoli uno a uno con la punta della lingua.<br />
Lei non aveva fatto resistenza, anzi. Elisabetta non sentiva un’emozione tanto violenta e contraddittoria dai tempi dei banchi di scuola, dai tempi della gita scolastica. È la teoria della lordosi dei topini bianchi da laboratorio applicata all’animale femmina di homo sapiens sapiens.<br />
Avevano scopato selvaggiamente per tutta la notte. Non c’erano stati discorsi tipo: “È stato un errore, non lo dobbiamo fare più” e cose del genere. Lui, prima dell’alba, l’aveva riaccompagnata a casa. Forse la cosa più offensiva per Giampietro era stato il fatto che sotto il portone si erano salutati con due bacini sulle guance.<br />
Da allora, mantenendo sempre una faccia da poker in tutte le circostanze, non avevano perso un’occasione per iniettarsi la loro personale e privata dose di sesso violento e passionale, sanguigno e quasi doloroso. Per oltre sei mesi. Giampietro non aveva mai sospettato nulla. Giampietro era felice. Anche Elisabetta era felice.<br />
Mauro era strano. Ma ora era felice anche lui.</p>
<p><strong>5. Il pianto, nei bambini umani, è un istinto assolutamente innato.</strong></p>
<p>Sergio era comprensibilmente nervoso. Non sapeva cosa fare né cosa dire ad Alessia. Si erano ovviamente risentiti a cena per mettersi d’accordo sui dettagli. Decisero di non andare in nessun posto conosciuto, di trovarsi e di lasciarsi guidare dall’istinto, fermandosi nel primo locale che li avrebbe ispirati. E così fecero.<br />
Non parlarono molto in macchina, né la discussione fu particolarmente interessante fino a che non ebbero finito di ordinare. Quando il cameriere di un anonimo pub irlandese portò loro le consumazioni che avevano chiesto (la solita Guinness per Sergio e una Coca Cola per Alessia) Sergio aprì le danze con un:<br />
-Allora… di che cosa vogliamo parlare?<br />
Lei sorrise e sorseggiò la coca, tra i ghiacciolini e l’immancabile fetta di limone. Lui continuò.<br />
-È inutile girarci attorno, Alessia. Devo dirtelo, è una cosa più forte di me. Io non faccio che pensare a te ogni volta che ti rivedo. Penso che sia la cosa meno cavalleresca e onorevole del mondo, ma non riesco proprio a farci niente. Suppongo che questo ti faccia sentire molto potente e molto lusingata.<br />
-Sì, in effetti sì. Ma non nel senso che intendi tu.<br />
-Cioè?<br />
-È una cosa bella. Tutto qui.<br />
-È una cosa bella? E Claudio?<br />
-Cosa c’entra Claudio. Piuttosto dovremmo parlare di Luisa.<br />
-Appunto… e Luisa? Non è semplicemente una cosa bella. È un disastro in attesa di accadere.<br />
-Forse tu presumi troppo, Sergio.<br />
-Cosa vuoi dire?<br />
-Voglio dire che il fatto che io ti piaccia non significa necessariamente che tu piaci a me. Non in quel modo. E che anche se ci piacessimo reciprocamente questo non significa che debba per forza accadere qualcosa.<br />
-Non in quel modo? Non capisco… C’è più di un modo?<br />
-Certo, ci sono mille modi. Tu mi piaci ma mi piace anche Claudio, anche se in modo diverso.<br />
-Beh, allora sarà meglio chiarire queste differenze, non credi?<br />
-Non è facile…<br />
-Non lo è neanche per me… Anche Luisa mi piace, se è per questo&#8230;<br />
-Nel tuo caso è semplice. Luisa ti piace ma è già “tua”. Io sono una conquista. Una sfida.<br />
-Però. Devo dire che sono molto contento del tuo giudizio. Fantastico… E dire che te l’avevo detto che io e Claudio siamo due persone molto diverse.<br />
-Ma siete entrambi maschi.<br />
-E questo cosa significherebbe?<br />
-Che siete tutti e due soggetti al fascino della nuova conquista. L’erba del vicino e quel genere di cose lì.<br />
-Per me le cose non stanno così. Tu hai qualcosa di diverso… nello sguardo, nel modo di fare, nel modo di parlare… Sembri… più adulta, non so… più strana, più complicata.<br />
-Non so se prenderli come dei complimenti.<br />
-E comunque non rigirare la frittata. Voglio capire cosa provi, per me è importante.<br />
Lei sorseggiò ancora un po’ di Coca e guardò fuori dalle vetrine del locale con un’aria smarrita e assente, come se fosse in profonda meditazione.<br />
-Vedi Sergio… Tu mi trasmetti delle sensazioni molto calde, molto piacevoli. Devo ammettere che parlare con te, averti attorno, è un po’ come starsene seduti in poltrona con la coperta sulle ginocchia, di fianco a un caminetto acceso. Rimarrei delle ore a guardarti mentre parli e ad ascoltarti, incantata come quando si guardano le fiamme che scoppiettano. – Lei aveva allungato una mano, mentre diceva questo, e ora la stava tenendo lievemente appoggiata a quella di Sergio. Con l’altra mano lui stava fumando nervosamente una sigaretta.<br />
-Ma? – Disse lui.<br />
-Ma cosa?<br />
-Beh, a questo punto c’è sempre un “ma”.<br />
-Non c’è nessun “ma”. È così e basta.<br />
-E Claudio allora?<br />
-Claudio è una cosa diversa. In fondo non credo che Claudio sia un argomento che ti possa interessare.<br />
-Insomma, non sono affari miei?<br />
-Sì, infatti. Non sono affari tuoi.<br />
-Ma come puoi dire una cosa del genere, dannazione, io proprio non ti capisco. – Sergio ritrasse bruscamente la mano, mentre lei continuava a guardarlo negli occhi. Non avrebbe saputo dire se con calore o con freddezza.<br />
-Non sono uscita con te per parlare di Claudio. Sono uscita con te perché volevi dirmi delle cose e perché volevi chiedermene altre. Ti ho detto quello che provo per te. Sto bene con te, mi fai sentire a mio agio, anche se a volte sei molto duro. Mi piace il fatto che non hai peli sulla lingua, che sei sincero, franco, un libro aperto. Non mi piace il fatto che tu usi la franchezza come alibi, che nascondi la tua rabbia dietro la sincerità, che giustifichi le tue insicurezze e le tue frustrazioni con un velo di schiettezza.<br />
-Mentre tu preferisci essere elusiva, contraddittoria, misteriosa e insondabile. Pensi davvero di costituire chissà quale labirinto oscuro di profondità psichiche?<br />
-È questa l’impressione che ti ho dato?<br />
-Che altra impressione potresti darmi? Sono due mesi ormai che usciamo in doppia coppia… Io e Luisa siamo insieme, e Claudio ti fa una corte serratissima. Ora siamo seduti a questo tavolo e mi dici che io e lui siamo due cose diverse. Io non ci capisco più niente. Quello che hai fatto l’altra sera è stato bellissimo. E tu sei bellissima, e sai di esserlo. La verità è che con tutti questi atteggiamenti imprevedibili tu mi metti una grande paura addosso…<br />
-Non è mia intenzione. A volte è vero che gioco anche io a fare la donna fatale e misteriosa. È una mia difesa, proprio come le tue. Cosa dovrei fare secondo te?<br />
-Non so… tu credi di essere innamorata di Claudio?<br />
-Non lo so.<br />
-E tu credi di…<br />
-Non me lo chiedere. – Lo zittì Alessia.<br />
-Perché? Perché non dovrei chiedertelo?<br />
-Perché in questo modo potrei chiedertelo anche io. E tu non sapresti cosa rispondermi. E io non voglio sentirmi dire che tu non sai cosa rispondermi. – Lo sguardo di Alessia era molto semplice da leggere in quel momento: era supplicante.<br />
Sergio spense la sigaretta e bevve un sorso generoso di Guinness. Poi se ne accese un’altra. Lei stava di nuovo guardando fuori dalla vetrina, con le braccia conserte, un’espressione seria sul volto.<br />
-Dimmi questo allora – Disse lei all’improvviso dopo qualche attimo di silenzio -tu sei innamorato di Luisa?<br />
Sergio ripensò a Luisa. A come si erano incontrati, così per caso, alla breve frequentazione che c’era stata prima che diventasse palese a entrambi (e a tutti i presenti) la loro reciproca attrazione fisica. Alle prime uscite in centro, da soli. Ai discorsi. Alla voglia di raccontarsi, di farsi conoscere, e di conoscere l’altro. Alla prima volta che avevano fatto l’amore in modo disastroso e alle poche altre volte in cui, invece, era stato bellissimo.<br />
-No, – Rispose. – io… io credo di essermi innamorato di te.<br />
-Sergio…<br />
-No, aspetta. Lasciami parlare. È cominciato in modo innocuo… Pensavo che tu e Claudio avreste fatto una bella coppia, ma in realtà dentro sapevo che non avrebbe potuto funzionare. Insomma… per lui tu sei soltanto un’altra tacca, un numero sull’agendina, una statistica. Più lui riusciva ad avvicinarsi a te e più io mi sentivo male e non riuscivo a capirne il perché. Ora ho capito. Ho capito che ti desidero immensamente. Che voglio aiutarti, proteggerti, difenderti da tutto e da tutti, che voglio che tu sia felice. In queste ultime ventiquattr’ore, poi, tutto mi si è schiarito in testa come se ci fosse stato un flash improvviso. Questa risposta pensi che possa andare bene? Pensi che sia sufficientemente chiara? Alessia… Alessia, guardami negli occhi, ti prego…<br />
Lei si girò e lo guardò, in un modo strano che lui non sapeva assolutamente interpretare. Vide che un paio di lacrime stavano scendendo lungo il mento e, istintivamente, gliele asciugò con un leggero movimento della mano.<br />
-Perché stai piangendo?<br />
-Perché è tutto sbagliato. Ecco perché. Ti prego, riportami a casa.<br />
Sergio avrebbe voluto fermarla, cercare di spiegarsi meglio, convincerla a non andare… ma sapeva che la cosa migliore era darle retta. Ci sono cose che ci fanno male perché sono belle e perché abbiamo paura che non siano vere. Non sapeva se questo fosse il motivo della sua commozione, ma decise che non avrebbe fatto altre domande né avrebbe dichiarato altro. Pagò il conto e, totalmente in silenzio, la riportò a casa.</p>
<p><strong>Interludio 2: Questo mondo è una valle di lacrime</strong></p>
<p>Giuliana è una ragazza infelice. È una bella fanciulla, piuttosto intelligente per la sua età, e decisamente molto sensibile. Una ragazza piena di vita, di interessi, di energia. Eppure è profondamente infelice. Tanto profondamente che spesso la gente non se ne accorge nemmeno dopo averla frequentata per mesi o per anni. C’è semplicemente una riga di comando da qualche parte nella sua ROM che ha un segno negativo davanti, qualcosa di talmente radicato e insondabile, di tanto sottile, che non si riesce a vedere, ma solo a intuire.<br />
Giuliana ha sempre condotto una vita apparentemente volitiva, da protagonista. È una persona che sceglie, che pensa quello che dice, che dice quello che pensa, che fa sempre quello che vuole. È una che non cerca facilmente scuse, che non si nasconde dietro ad alibi o a giustificazioni. In realtà, è una persona che non fa altro che subire, giorno dopo giorno, l’inerzia di ciò che gli altri scelgono per lei e di ciò che si sente costretta a fare per via della sua ombra.<br />
Giuliana flirta da tempo con un bel ragazzo, un tipo simpatico e allegro, che le sta facendo una corte di tutto rispetto. A lei piacerebbe molto accettare la sua corte e concedersi a lui, abbandonarsi a qualcosa di giovane, pulito, fresco, innocente, emozionante, vitale… Ma non ci riesce.<br />
Giuliana lavora in uno studio di un avvocato. L’avvocato è un caro amico di suo padre. Dopo aver cominciato a lavorare, nell’arco di poche settimane, Giuliana si rende conto che l’avvocato si interessa a lei in modi ben diversi da quelli professionali. Si racconta che l’avvocato è una persona affascinante, così giustifica in parte il fatto di subire la situazione e cerca invece di viversela come una scelta personale, come fa sempre. L’avvocato se la porta a letto durante un weekend e da allora la situazione si complica. Quest’uomo, che ha superato la cinquantina, comincia a comprare la sua attenzione e il suo tempo, e a riservarsi delle opzioni per la sua anima. Prima un cellulare, poi un completo di biancheria intima, poi un vestito, poi un’auto. A lei sembrano regali affettuosi e non importa se ogni tanto l’avvocato le dà una sberla, o se si lascia scappare una palpatina fuori programma in ufficio. Non importa se quando l’avvocato parla con i suoi colleghi sembra sghignazzare e darsi di gomito… in fondo sono cose da uomini.<br />
L’avvocato richiede una lista dettagliata di tutte le chiamate che Giuliana riceve sul cellulare. L’avvocato appartiene a una potente loggia massonica della città. Se un numero compare più di tre o quattro volte in una settimana, l’avvocato si informa grazie a un paio di confratelli e si scrive su una elegante agendina di pelle nera il nome e l’indirizzo del misterioso interlocutore.<br />
Una sera un suo caro amico, che le è stato molto vicino, viene coinvolto in una rissa in un pub. Ne esce male. Due costole fratturate, il naso rotto, una leggera commozione cerebrale. Giuliana non capisce come questo può essere successo, dato che il suo amico è una delle persone più tranquille e pacifiche del mondo. L’avvocato le spiega con calma, come si fa insegnando le tabelline ai bambini, che certa gente non dovrebbe chiamarla, non dovrebbe nemmeno considerare che esista.<br />
Giuliana comincia a sentirsi una specie di filo arroventato attorno al collo e un macigno nello stomaco ogni volta che si alza alla mattina per andare al lavoro. L’avvocato continua a violentarla, a picchiarla e a ricattarla. Tutti i soldi di Giuliana, tutti gli stipendi, sono versati su un conto corrente privato che è a nome dell’avvocato… Se succedesse qualsiasi cosa Giuliana rimarrebbe in braghe di tela. Più di una volta le è parso di scorgere qualcuno che la osserva dall’altra parte della strada, o di vedere una macchina che la segue in città. Ma in fondo lui lo fa perché la ama, per proteggerla, no?<br />
Anche le foto nuda sono state fatte per proteggerla. Anche l’aborto. Anche le volte in cui c’è qualche amico dell’avvocato a casa, e lei viene offerta gentilmente come un bicchiere di brandy.<br />
Giuliana si sente sempre più inaccessibile e chiusa in se stessa. Non sa cosa fare. Non sa cosa vuole.<br />
Ma nessuno lo saprà mai.<br />
Questo, fosse l’ultima cosa che farà, l’ha giurato.</p>
<p><strong>6. Il pianto e il riso sono due lati dello stesso impulso emotivo.</strong></p>
<p>Sergio lasciò Luisa un paio di giorni dopo. Pensò in questo modo di riparare almeno in parte al dolore che avrebbe potuto provocare e al senso di colpa che si sentiva dentro. Si sentiva in colpa per il fatto di essersi innamorato di Alessia, si sentiva in colpa nei confronti di Claudio per la paura di ostacolarlo, di competere con lui. Si sentiva in colpa con se stesso perché pensava di non meritarsi una situazione del genere, di essere preda di qualche basso e oscuro istinto che non riusciva a controllare consapevolmente. Luisa, naturalmente, ci stava malissimo e in un oscuro angolo del suo cervello aveva paura. Anzi, a dir la verità era terrorizzata, sconvolta dal panico. Perché sospettava che Sergio si fosse invaghito di Alessia. Come era successo in altri casi. Era come se lei fosse una sorta di prua rompighiaccio che avanzava e permetteva ad Alessia di prendere i frutti migliori, come se ci fosse la certezza assoluta, esistenziale, che non avrebbe mai potuto competere con lei, con il suo bruno mistero. In realtà, ciò che Luisa non aveva mai capito, era che lei stessa, come facciamo un po’ tutti, preparava le sue sconfitte, i suoi fallimenti. Era una bambina spaventata che era costretta a giocare alla donna perché aveva un quarto di secolo.<br />
Alessia chiamò Sergio il giorno dopo la “rottura”. Era l’ultima cosa che Sergio si sarebbe aspettato, ma a volte la realtà riesce effettivamente a stupirci e, nella stragrande maggioranza dei casi, in negativo.<br />
-Ciao Sergio, come stai?<br />
-Abbastanza bene. Tu?<br />
-Male. Cos’è successo con Luisa?<br />
-Cos’è successo? È successo che ho deciso di non continuare a prenderla per il culo.<br />
-E ora cosa pensi di fare?<br />
-Niente. Non so cosa fare. So solo che l’altra sera, con te, sono stato sincero.<br />
-Lo so. Lo hai spiegato a Luisa?<br />
-No, non mi sembra il caso. Inoltre non sei tu il motivo per cui l’ho lasciata. Il motivo per cui l’ho lasciata è che non sono innamorato di lei. Tu al massimo me ne hai fatto rendere conto in maniera più chiara.<br />
-…Lei non sta molto bene.<br />
-Lo posso immaginare, e mi dispiace. Ci si passa tutti prima o poi, no?<br />
-Già. Senti Sergio…<br />
Rimasero entrambi in silenzio per due o tre secondi.<br />
-È così grave? – disse lui ridacchiando nervosamente.<br />
-Io non credo che noi dovremmo vederci più.<br />
-Cosa?<br />
-Hai capito cosa intendo dire.<br />
-Ma perché?<br />
-Perché non mi sembra la cosa giusta da fare, perché…<br />
-Perché? Perché Luisa sta male? E cosa pensi che possa fare io per farla stare meglio? Pensi che non vedersi risolva qualcosa? Cosa stiamo cercando di fare, di battere il record mondiale di ipocrisia?<br />
-Cristo, ma io cosa dovrei fare con lei? Come posso guardarla in faccia con… con tutto questo? Come posso continuare a considerarmi la sua migliore amica se sono innamorata di te?<br />
-Cosa?<br />
-Vaffanculo.<br />
&#8220;Clic&#8221;. Ancora una volta? Stava diventando una tradizione, farsi sbattere il telefono in faccia.<br />
Sergio riattaccò la cornetta e rimase a fissare il telefono per una decina di minuti, come se si aspettasse da un momento all&#8217;altro una telefonata da parte dell&#8217;Ufficio Affari d&#8217;Amore Veramente Complicati in cui l&#8217;addetto di turno gli desse qualche spiegazione. Nessuno lo chiamò, nemmeno Alessia. Pensò di richiamarla lui, ma forse non era il momento giusto. La verità era che si stava letteralmente defecando nei boxer. Era completamente confuso, non sapeva cosa pensare, come reagire. Cercò, per fare chiarezza, di prendere in esame le emozioni che stava provando in quel momento: c&#8217;era vergogna e senso di colpa per aver lasciato Luisa, felicità per quello che gli aveva appena rivelato Alessia, senso di colpa verso Claudio per essersi innamorato di Alessia, senso di vittoria e trionfo perché era riuscito dove Claudio, un vero esperto in materia, aveva fallito, inadeguatezza perché avrebbe voluto stare vicino a Luisa per consolarla e farla stare meno male, consapevolezza del fatto che quella sarebbe stata un&#8217;idea pessima, desiderio di vedere Alessia o, quanto meno, di risentirla al telefono… L&#8217;elenco andò avanti ancora per un bel po&#8217;. Alla fine sembrava che le emozioni non finissero mai, come se l&#8217;elenco generasse altri elenchi, che generavano altri elenchi.<br />
Sergio pensò saggiamente: &#8220;Fanculo&#8221;. E andò al bar sotto casa a farsi un caffè per schiarirsi le idee.<br />
Malauguratamente, il bar sotto casa sua era anche il bar sotto casa di Claudio. E Claudio era al bar.</p>
<p>Sergio entrò, vide Claudio al bancone, con una faccia strana e una tazzina di caffè in mano, e rimase impietrito. Claudio lo vide, sorrise e gli fece &#8220;Ciao&#8221; con la mano. Sergio arrivò al bancone e chiese un altro caffè, senza riuscire a guardare direttamente in faccia l&#8217;amico. Anche se ne avrebbe avuto tutti i motivi, in un certo senso: era certo che se la situazione fosse stata invertita, Claudio non si sarebbe fatto il minimo scrupolo, né nei suoi confronti, né nei confronti della &#8220;Luisa&#8221; di turno.<br />
-Beh? Come va? – chiese Claudio dopo qualche istante di silenzio e sorrisi di circostanza.<br />
-Bene. Cioè, no. Male. Insomma… Non ne ho idea.<br />
-Hm. Luisa?<br />
-Luisa cosa?<br />
-Come sta? L&#8217;hai sentita?<br />
-Sì, no, non l&#8217;ho sentita. Comunque non sta bene.<br />
-Come fai a saperlo se non l&#8217;hai sentita? Magari è insieme a mister Dexter Saint-Jacques a Cuba.<br />
-Ne dubito. Alessia ha sentito Luisa. E dopo ha sentito me.<br />
-Ah, capisco. La spalla su cui piangere.<br />
Sergio alzò gli occhi al cielo (cioè, al soffitto del bar, per la verità, dove fece in tempo a notare un neon rotto e qualche ragnatela di troppo) e sospirò. Bevve di botto il suo caffè (due cucchiaini di zucchero e latte freddo) e poi si accese una sigaretta.<br />
-Beh? Che ti ha detto Alessia?<br />
-Che vuoi che mi abbia detto? Che Luisa c&#8217;è rimasta molto male e che è triste, eccetera.<br />
-Comprensibile.<br />
-Sì, ma qui sembra che sia morto qualcuno.<br />
-La situazione è così grave?<br />
-Già. Più grave di quanto pensi.<br />
-Sinceramente non credevo che Luisa fosse tipa da buttarsi giù così tanto. Tutto sommato eravate insieme da poco tempo.<br />
-Si era innamorata di me. Io no. Se per questo devo essere l&#8217;orco cattivo, amen. Claudio sospirò. Rimase un attimo in silenzio con il respiro che gli gonfiava il petto, come se stesse decidendo se farlo uscire o no. Poi disse: -Magari non è per questo che rischi di passare per l&#8217;orco cattivo. Magari è per il fatto che stai con una ragazza mentre sei innamorato perso della sua migliore amica.<br />
Sergio sbarrò gli occhi e si girò a guardare Claudio. –Prego?<br />
-Ma dai, piantala. La devi finire di darti tutte quelle cazzo di arie da cavaliere medievale con me, okay? Io ti ho sentito fare scorregge capaci di far paura a Bin Laden. Dopo trentatré secondi di peto continuato nessuno può permettersi di fare tanto il sostenuto, okay?<br />
-Senti, dai un taglio alle stronzate e mi dici quello che mi devi dire? Così poi posso andare a casa a fare il sostenuto da solo. Sostenuto da una corda legata alla trave del soffitto.<br />
-Il soffitto di casa tua non ha travi a vista. E comunque voglio dire semplicemente quello che ho detto. Che è un po&#8217; da stronzi innamorarsi dell&#8217;amica della propria ragazza, è proprio una roba da pivelli, da primo capitolo del manuale. Ed è ancora più da stronzi farlo saltar fuori.<br />
-Ma tu come cazzo fai a…<br />
-A saperlo? Gesù, stasera l&#8217;hanno detto anche alla CNN! Aggioranamento speciale: Sergio ha lasciato Luisa. Dai, basta vederti quando la guardi, quando le parli. Sembra che tu sia Tristano e lei Ginevra…<br />
-Isotta.<br />
-Che <em>cazzo me ne frega</em> di chi è! Hai capito. Il punto è che in questi casi si molla la tipa, certo, e si tengono i contatti con l&#8217;amica, certo. Ma non tutto nell&#8217;arco di ventiquattr&#8217;ore. Quello è sconsigliato da qualsiasi regolamento a sud della Via Lattea.<br />
-Senti, Claudio… io… mi spiace, cioè…<br />
-Mavaffanculo, Sergio. Che cazzo vuoi che me ne freghi.<br />
-Ma se non mi hai neanche fatto finire di parlare!<br />
-Ma lo so! Mi stai dicendo che ti dispiace perché Alessia la stavo puntando io e ora tu ti sei innamorato di lei eccetera. Ma non me ne frega un cazzo. Se vuoi ti scandisco le parole, ti faccio lo spelling. Sei tu che sei convinto, sotto sotto, che io sia uno stronzo perché ci provo con le ragazze che mi piacciono anche se piacciono a qualcun altro. Io no. Per me questo è normale, è la natura delle cose.<br />
-Ma dai! Si sa che non ci si deve pestare i piedi tra amici.<br />
-Certo, ma per me questo non è pestare i piedi. Se tu vai dietro a una ragazza, io ci provo e lei e ci riesco… Prova a riflettere per un attimo. Che cazzo hai perso?<br />
-Non capisco…<br />
-Voglio dire: se tu avessi avuto una chance con lei, credi che allora la mia presenza avrebbe cambiato davvero le cose? Mi credi così onnipotente? Credi che chiunque abbia un potere del genere? Non hai ancora capito che Alessia stava dietro a te fin dall&#8217;inizio? Quella probabilmente si è presa una cotta per te. Ti ricordi che ti ho detto, al cinema, che non capivo un cazzo del suo atteggiamento? Beh, era soltanto perché non volevo capirlo. Ma in realtà era chiarissimo. Lei parlava con me perché voleva sapere di te. Mi dava corda perché ero tuo amico. Faceva finta di stare al gioco perché era amica di Luisa. Tutto qui. Io non sono mai stato della partita. Se lo fossi stato, me la sarei fatta e punto. Tu non cambi le cose. Tra me e Alessia probabilmente non sarebbe mai accaduto nulla comunque.<br />
Sergio rimase zitto un po&#8217; a guardarsi le mani, che sembravano essere state colte da un improbabile attacco di sindrome di Tourette o di Parkinson.<br />
-Mi ha detto che è innamorata di me.<br />
-Visto? Che ti dicevo un attimo fa?<br />
-Ma non capisci? È una catastrofe! Lei è la migliore amica di Luisa!<br />
-Non esistono amiche tra le donne, è come la storia dell&#8217;onore tra i ladri. Sono tutte cazzate.<br />
-Ecco che ricomincia mister correttezza politica.<br />
-Fanculo. Tu sei innamorato di lei?<br />
-Credo proprio di sì.<br />
-E lei è innamorata di te?<br />
-Così dice.<br />
-E allora? Che cazzo stai qui a parlare e a giustificarti con me? Vai da lei e schiaffale due metri di lingua in gola.<br />
-Bonjour finesse.<br />
-Vai. Lascia perdere tutto il resto. Tutto il resto. <em>Fottitene</em>. Fottitene di me, fottitene di Luisa. Fottitene pure di te stesso e delle tue stronzate. Fottitene persino di Alessia. Fai quello che devi fare e basta.<br />
-E cosa devi fare?<br />
-Vuoi che te lo metta per iscritto? Innamorati, vivi, scopa, divertiti. Finché dura. E poi trascinati nel ricordo, nel dolore, nel rimpianto. E poi guarisci. E ricominci. La chiamano vita.<br />
-Da quando sei diventato saggio?<br />
-Da quando tu sei diventato uno stronzo. Vantaggi dell&#8217;amicizia reciproca. Vai. Fuori dai coglioni.<br />
Sergio sorrise. Si alzò e uscì dal bar. Alessia abitava lontano, ma lui si mise a correre. Non pensò a prendere la macchina, non pensò a prendere mezzi pubblici o un taxi.<br />
Si mise a correre.<br />
E corse fino a sotto casa sua.</p>
<p><strong>Epilogo: Non si piange sul latte versato.</strong></p>
<p>Sarebbe bello, a questo punto della storia, tirare qualche genere di conclusione, di morale, di finale romantico tipo &#8220;e tutti vissero felici e contenti&#8221;. Ma sarebbe anche molto poco sincero. Quello che accadde, invece, fu più o meno questo. Sergio arrivò a casa di Alessia. Lei scese e i due parlarono a lungo. Rimasero a girare nel quartiere per ore e ore, spiegandosi, cercando di convincersi a vicenda delle rispettive idee, cambiandole spesso, contraddicendosi, piangendo, ridendo e, nel complesso, facendo un gran bel casino. Alla fine lui la baciò. Tremava tutto, e anche lei era tesa. Fu un bacio molto bello che tutti e due ricordarono poi per il resto della loro vita. Non tutto il loro rapporto andò in modo così cinematografico, per la verità. Fu il rapporto più lungo vissuto da entrambi: un anno e tre mesi. Alla fine, Alessia lo lasciò perché si era innamorato di un altro (un professore universitario di filologia di dodici anni più grande di lei) e Sergio portò il lutto esistenziale né più né meno di quanto richiedesse la prassi in questi casi. Poi passò un lungo periodo da single in cui si divertì un casino e si sentì molto solo. Perse i contatti con Claudio e i due, dopo qualche sporadico incontro al bar in cui si aggiornavano sulle rispettive avventure, non si videro mai più.<br />
Claudio e Luisa, invece, rimasero amici per molti anni. Incredibilmente, lui non ci provò mai con lei e, anzi, la confortò e l&#8217;aiutò come un vero amico quando lei aveva casini con altri ragazzi. Luisa si trasformò, infatti, in una specie di suora laica: affermava che un ragazzo, per portarsela a letto, avrebbe quanto meno dovuto sottoscrivere con il sangue un contratto in cui dichiarava di amarla incondizionatamente e di sposarla di lì a un paio di mesi. Con un atteggiamento del genere, come è comprensibile, attirò una serie di figuri sempre più squallidi e disonesti. Dopo qualche anno di questa schizofrenia sentimentale, si trasferì in Inghilterra e uscì per sempre dai confini di questa storia. Claudio trovò una brava ragazza, si sposò, mise, come si suol dire, la &#8220;testa a posto&#8221;, diventò padre di due maschietti e passò una vita normalissima, con tutte le piccole gioie, i piccoli dolori, le tante delusioni e le innumerevoli nevrosi che passa la maggior parte della gente.</p>
<p>Sergio diventò scrittore. Non arrivò a diventare ricco e famoso, ma si fece un certo nome. I suoi libri, storie quotidiane di persone comuni, tanto diversi da quelli che gli piaceva leggere e dai film che adorava, avevano una sorta di ironia di fondo che piaceva alla gente. Il loro messaggio sembrava essere: &#8220;Non prendetevi troppo sul serio&#8221;. Un messaggio senza dubbio molto utile per tante persone. Anche lui trovò l&#8217;amore, ma dopo i quarant&#8217;anni. Era una ragazza di venti che aveva letto tutti i suoi libri. Si incontrarono a un &#8220;incontro con gli autori&#8221; (occasioni che Sergio amava definire &#8220;il mio personale girone dell&#8217;inferno&#8221;). Lei, una graziosa biondina di nome Erica, gli portò una copia del suo primo libro, tutto annotato, sottolineato e segnato ai bordi. Lui rimase colpito di come quella sua opera prima (che amava definire &#8220;la mia immensa tavanata&#8221;) fosse stata letta con tanta attenzione e cura ai dettagli. Lei gli disse che era per l&#8217;università: stava facendo uno studio sui giovani autori esordienti italiani, e lui era il suo preferito. Si era innamorata di lui, cioè, no, voleva dire, delle sue storie. Lui autografò il libro e sotto scrisse il suo numero di cellulare. Lei lo chiamò qualche giorno dopo. Si videro e cominciarono a frequentarsi sempre più assiduamente. Lei gli parlava di quello che lui scriveva e glielo spiegava, mostrando aspetti dei suoi racconti che lui non aveva sospettato nemmeno per un momento.</p>
<p>La loro storia andò bene, meglio di tante altre.</p>
<p>Non si presero mai troppo sul serio.</p>
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		<title>Il Segnale</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2001 03:04:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Moffett Field, California, Centro di Ricerche Ames NASA 16 Agosto 2000 &#8211; 18:32 (GMT) Barry Basher, direttore del progetto Pioneer 10, se ne stava in piedi davanti allo schermo gigante di un computer che mostrava diagrammi di ogni genere, alcuni dei quali assomigliavano a un elettroencefalogramma. John Bosworth, il suo più brillante assistente, un tipo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.abietto.net/pics/articoli/segnale.jpg" align="right" /><strong>Moffett Field, California, Centro di Ricerche Ames NASA<br />
16 Agosto 2000 &#8211; 18:32 (GMT)</strong></p>
<p>Barry Basher, direttore del progetto Pioneer 10, se ne stava in piedi davanti allo schermo gigante di un computer che mostrava diagrammi di ogni genere, alcuni dei quali assomigliavano a un elettroencefalogramma. John Bosworth, il suo più brillante assistente, un tipo giovane e dall&#8217;aria svampita, entrò e chiuse rumorosamente la porta alle sue spalle. Il piccolo studio era stracolmo di strumenti che soltanto un esperto avrebbe saputo classificare.<br />
-Niente da fare, Barry &#8211; esordì Bosworth, &#8211; non c&#8217;è alcuna coerenza nelle trasmissioni degli ultimi giorni. Forse è successo qualcosa alla parabolica, o forse ai circuiti interni di trasmissione.<br />
Basher fece un mugolìo di assenso, rosicchiando la gomma di una matita, mentre continuava imperterrito a osservare i diagrammi che si muovevano sullo schermo.<br />
-Però&#8230; &#8211; continuò Bosworth.<br />
Come ripresosi da una trance, Basher si girò: -Però cosa?<br />
-Beh&#8230; Forse potremmo provare a vedere il problema sotto un diverso punto di vista&#8230;<br />
-Cioè? &#8211; Una luce di interesse si era accesa negli occhi del direttore. Sapeva che quel tono particolare del suo aiutante in genere anticipava una qualche trovata.<br />
-Sappiamo che P10 non riesce più a inviare messaggi a noi, ma certamente noi possiamo inviare messaggi a lui. Lanciamo un ordine di diagnostica su tutti i livelli e re-inizializziamo il sistema. Se non si tratta di un guasto meccanico irreparabile potrebbe anche funzionare.<br />
-Diamine, bisognerà andare a spulciare di nuovo quei vecchi manuali&#8230; Codici di ventotto anni fa.<br />
-Ecco&#8230; non sarà necessario. Li ho già controllati. Se vuoi possiamo provare a inviare la trasmissione in qualsiasi momento.<br />
Basher sorrise: -Ero certo che non mi avresti proposto qualcosa del genere senza tutti i preparativi necessari. Ecco cosa stavi facendo in laboratorio ieri sera.<br />
-Già, &#8211; disse Bosworth ricambiando il sorriso &#8211; che vuoi farci&#8230; sono fatto così, tipico Vergine preciso e puntiglioso.<br />
-Va bene, proviamo anche questa. Però, a essere sinceri, penso che ormai il nostro bravo pioniere dello spazio abbia deciso di entrare in pensione&#8230;<br />
I due uomini lasciarono la stanza dirigendosi verso il laboratorio. Non nutrivano grosse speranze che quel metodo potesse effettivamente funzionare. Di certo non si aspettavano quello che accadde in seguito.</p>
<p><strong>Madrid, Osservatorio Astronomico Nazionale<br />
28 Aprile 2001 &#8211; 17:20 (GMT)</strong></p>
<p>Ricardo Jimenez si alzò bruscamente dalla console sulla quale si era appisolato. Il monitor di fronte a lui mostrava una lucetta verde intermittente in un posto in cui non avrebbe dovuto esserci nessuna lucetta verde. Il computer stava emettendo un fastidiosissimo &#8220;beep&#8221; che lo aveva risvegliato senza troppi complimenti.<br />
Una spia di quel tipo poteva significare soltanto una cosa: un segnale coerente proveniente dallo spazio profondo. E Jimenez sapeva che soltanto un oggetto poteva essere in grado di inviare un segnale di quel tipo, un oggetto di cui si erano perse le tracce otto mesi prima.<br />
Fece qualche rapido controllo ma tutti i dati sembravano nei parametri: il segnale proveniva da 7,29 miliardi di miglia dalla Terra e aveva viaggiato per quasi 22 ore prima di far accendere quel &#8220;beep&#8221; e quella lucetta verde.<br />
Il Pioneer 10. Era decisamente lui.<br />
A quest&#8217;ora lo avevano certamente captato anche di sotto, al centro monitoraggio principale del radiotelescopio. Alzò il telefono e si mise subito in comunicazione con il suo superiore.<br />
-Dottor Henriques, ce l&#8217;ha anche lei sul monitor?<br />
-Lo abbiamo appena visto, Ricardo. È il P10, non ci sono dubbi. Chi l&#8217;avrebbe mai detto?<br />
-Ho già inserito i dati della trasmissione nel CoDec. Vuole avvertire la NASA immediatamente?<br />
-Aspettiamo di avere le prime letture, almeno sapremo cosa dire loro.<br />
-D&#8217;accordo, mi metto subito all&#8217;opera. C&#8217;è uno strano segnale sotto al flusso di dati, come una frequenza aggiuntiva che non ho mai visto prima.<br />
-Davvero? Beh, l&#8217;apparecchio è piuttosto vecchio, può anche darsi che si tratti di dati incoerenti. In ogni caso controllali per bene, mi raccomando. E in fretta, non c&#8217;è tempo da perdere.<br />
-Certo dottore. &#8211; Il giovane astronomo si mise all&#8217;opera di fronte a tre monitor, armeggiando su una tastiera.<br />
Qualche minuto dopo un Ricardo Jimenez piuttosto pallido entrò nell&#8217;ufficio del dottor Henriques con un tabulato in mano. Senza profferir parola lo porse al suo superiore come se volesse sbarazzarsene rapidamente.<br />
Il dottor Henriques diede una scorsa alle cifre e alle lettere dei diagrammi stampati sul lungo foglio di carta e poi guardò Jimenez con aria interrogativa.<br />
-In fondo&#8230; guardi in fondo. &#8211; Si limitò a dire quest&#8217;ultimo.<br />
Henriques prese l&#8217;ultimo foglio e guardò una breve scritta che non faceva parte del flusso di dati principali.<br />
-È quel segnale a cui accennavi prima? &#8211; L&#8217;altro si limitò ad annuire vigorosamente.<br />
Il vecchio scienziato lesse attentamente la scritta e poi scosse la testa, attonito.<br />
-Diavolo, &#8211; disse &#8211; questa non so proprio come la prenderanno a Washington!</p>
<p><strong>Washington D. C. &#8211; Quartier Generale NASA<br />
29 Aprile 2001 &#8211; 14:50 (GMT)</strong></p>
<p>-Un segnale extraterrestre? È sicuro di quello che sta dicendo? &#8211; Harvey Coulthard, segretario particolare del Presidente degli Stati Uniti d&#8217;America aveva gli occhi sgranati e sentiva improvvisamente un gran caldo nella stanza.<br />
-Assolutamente, signore &#8211; rispose Barry Basher &#8211; abbiamo ricontrollato i dati dozzine di volte, chiedendo la collaborazione di tutti i radiotelescopi del globo terracqueo. Non è uno scherzo e non ci possono essere errori.<br />
-Miodio, volete dirmi che qualcuno ha usato la portante del P10 per inviare un messaggio sulla Terra?<br />
-Esattamente.<br />
-Devo avvertire all&#8217;istante il Presidente, il Congresso, il Pentagono&#8230; &#8211; L&#8217;agitazione di Coulthard sfiorava l&#8217;isterismo. -Non è una cosa da prendere sottogamba&#8230; Potrebbe essere una dichiarazione di guerra, l&#8217;inizio di un&#8217;invasione su vasta scala!<br />
-Ehm… non proprio, Signore.<br />
-Avete tradotto il messaggio?<br />
-Sì, è scritto in un codice matematico tale per cui siamo riusciti a estrapolare facilmente i concetti di base&#8230; In pratica è come se gli extraterrestri ci avessero fornito una Stele di Rosetta con cui interpretare&#8230;<br />
-Non mi interessano i dettagli tecnici, mi perdoni. Si può sapere, in sintesi, cosa dice e basta?<br />
-Beh, ecco… Lo può vedere con i suoi occhi.<br />
Basher accese un monitor e premette alcuni pulsanti su una tastiera colorata.<br />
Sullo schermo comparve l&#8217;ultima parte del messaggio inviato sulla Terra dal Pioneer 10:</p>
<blockquote><p><font color="#990000"><strong>Da:</strong> Ufficio Controllo e Vigilanza<br />
<strong>A:</strong> Governo degli Stati Uniti d&#8217;America, Sol 3<br />
<strong>Oggetto:</strong> Riparazioni e Accertamento d&#8217;Infrazione<br />
<strong>Data standard:</strong> 05510110 &#8211; 0198:223</p>
<p>Gentili signori,<br />
Siamo spiacenti di informarvi che il vostro mezzo ha subito un guasto tecnico che siamo stati in grado di riparare su una delle nostre stazioni di rifornimento in orbita attorno al vostro sistema solare.<br />
Il satellite da voi inviato ha inoltre oltrepassato una zona a traffico limitato, infrangendo svariate norme del codice di navigazione interstellare.<br />
Vi inviamo, pertanto, questo accertamento con i dettagli delle spese e delle sanzioni amministrative.<br />
Distinti saluti.</p>
<p align="right">Gmok T&#8217;Haran<br />
Agente 08974 UCV &#8211; Settore Sol</p>
<p></font></p></blockquote>
<p>Coulthard rimase a bocca aperta.<br />
Riuscì soltanto a sussurrare: -Oh, santo cielo. Voglio proprio vedere in che nota spese l&#8217;amministrazione riuscirà a infilare <em>questa</em>!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Esame</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2001 03:02:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Jonathan Levi aggrottò la fronte imperlata di sudore. Si passò rapidamente, quasi con un gesto stizzito, una mano sopra le sopracciglia. Faceva caldo, lì dentro. La temperatura e l&#8217;odore di disinfettante, forte e decisamente sgradevole, lo mettevano a disagio, eppure il sentimento prevalente in lui, in quel momento, era la speranza. Fece qualche passo, avanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Jonathan Levi aggrottò la fronte imperlata di sudore. Si passò rapidamente, quasi con un gesto stizzito, una mano sopra le sopracciglia. Faceva caldo, lì dentro. La temperatura e l&#8217;odore di disinfettante, forte e decisamente sgradevole, lo mettevano a disagio, eppure il sentimento prevalente in lui, in quel momento, era la speranza. Fece qualche passo, avanti e indietro, davanti alla sedia ergonomica fissata al muro da una barra di metallo su cui non si potevano scorgere viti o bulloni, e al tavolino su cui era posato un deck audiovisivo e un comunicatore. Se c&#8217;era una cosa che Levi odiava fino alla nausea, erano decisamente le attese.<br />
Alla fine si sedette di nuovo e fece per infilare il deck. Si era quasi arreso alla possibilità di ingannare ancora un po&#8217; di tempo guardandosi un film o ascoltando le ultime notizie, quando vide accendersi una luce verde sul comunicatore. Era finalmente giunto il momento di cominciare? Lo avrebbe scoperto subito: premette un pulsante sotto la spia che si illuminava a intermittenza, senza emettere alcun suono, e parlò.<br />
- Sì?<br />
- Signor Levi?<br />
- Mi dica.<br />
- Mi dispiace di averla fatta aspettare tanto, solo alcune domande di rito e poi potremo cominciare con l&#8217;esame olistico.<br />
- D&#8217;accordo. &#8211; Ancora attese! Ancora domande! Non avrebbero mai finito di chiedergli le stesse identiche cose?<br />
- Dobbiamo essere certi, prima di cominciare l&#8217;esame, che le sue sinapsi siano nella giusta configurazione conscia. Le domande che le farò potranno sembrarle stupide, ma non è tanto il contenuto delle risposte che lei ci darà a essere importante, quanto le singole parole che sceglierà, le inflessioni, il tempo di reazione, le possibili pause, capisce?<br />
- Quanto ci vorrà per analizzare le mie risposte?<br />
- Pochi minuti. La registrazione viene inserita direttamente nel Polivac. Poi potremo cominciare con l&#8217;esame vero e proprio.<br />
- Va bene. Cominci pure, sono pronto.<br />
Ci fu una piccola pausa dall&#8217;altra parte del comunicatore, accompagnata da un rumore di cartelle e fogli che venivano spostati. L&#8217;interlocutore riprese a parlare di lì a poco.<br />
- Il suo nome?<br />
- Jonathan Levi.<br />
- Qual è il suo colore preferito?<br />
- Ma che diamine!..<br />
- La prego, risponda alla domanda… gliel&#8217;ho detto che all&#8217;apparenza possono sembrare stupide.<br />
- Oh, al diavolo, d&#8217;accordo. Il Rosso.<br />
- Ha un numero fortunato?<br />
- Il sette mi è sempre stato piuttosto simpatico.<br />
- Su quale pianeta si trova?<br />
- Su Arturo II.<br />
- Sa dirmi in che anno siamo, secondo il metodo di registrazione STT?<br />
- Siamo nel 456 STT, che poi sarebbe il 2401 a. D., il 7908 dell&#8217;Era Bizantina, il 6160 del Calendario Ebraico, il 3152 ab Urbe condita, il 1819 del Calendario Islamico&#8230;<br />
- Va bene, signor Levi, penso che possa bastare.<br />
- Prego, si figuri. La prossima domanda?<br />
- Solo poche altre, stia tranquillo. Come si sente in questo momento? Voglio dire&#8230; è affamato? Ha sonno? Altre sensazioni di questo tipo?<br />
-No.<br />
- Rispose Levi bruscamente.<br />
- C&#8217;è qualche persona che vorrebbe avere al suo fianco?<br />
- Dio, no! Ci mancherebbe altro.<br />
- Le piaccono i rettili?<br />
- Non particolarmente.<br />
Levi si appoggiò allo schienale della sedia, sperando ardentemente che quelle domande finissero il prima possibile. Venne esaudito all&#8217;istante, quando la voce nel comunicatore affermò: &#8211; Le domande sono state inserite nel Polivac, signor Levi. Tra pochi minuti la richiamerò. Cerchi di avere ancora un po&#8217; di pazienza.<br />
- Grazie. &#8211; Riuscì soltanto a dire Levi. La lucetta verde intermittente si spense e non si riaccese più. Lui continuò a fissarla ancora per qualche secondo, come se temesse che il suo interlocutore si fosse dimenticato qualcosa all&#8217;ultimo minuto. Poi si rilassò e riprese in mano il deck audiovisivo. Lo portò alla testa e fece scorrere i programmi memorizzati, cercando di ammazzare il tempo.<br />
Stava di nuovo passeggiando avanti e indietro, davanti al tavolino, passando da una porta all&#8217;altra, le uniche due uscite da quella stanza asettica e bianca, quando la spia verde si illuminò di nuovo.<br />
- Pronto? &#8211; Disse Levi, stavolta con una nota decisamente più ansiosa nella voce.<br />
- Signor Levi, eccomi di nuovo a lei.<br />
- Com&#8217;è andato il test preliminare? Che cosa ha risposto il vostro cervellone?<br />
- È tutto a posto. Lei sembra nelle giuste condizioni psicofisiche per affrontare l&#8217;esame olistico senza inquinare sostanzialmente i dati. La prego di oltrepassare la Porta Due e di entrare nella sala diagnostica.<br />
Ora che il momento era arrivato, Levi si sentiva spaventato. Sperava tanto che quell&#8217;esame potesse rappresentare per lui la speranza di una cura o che, per lo meno, i medici scoprissero esattamente quel era il morbo di cui era affetto. Ma ora che era giunto il momento di varcare quella soglia si sentiva come pietrificato, con il dito ancora posato sul pulsante del comunicatore. Il sudore cominciò di nuovo a imperlargli la fronte e stavolta non ebbe nemmeno la presenza di spirito di asciugarlo con un frettoloso gesto della mano.<br />
- Signor Levi?..<br />
- Sì, mi scusi. Posso davvero entrare? È tutto a posto?<br />
- Certo. Entri subito, la prego. Stiamo cominciando a scaldare i circuiti per i test.<br />
- D&#8217;accordo. &#8211; Levi tolse il dito dal comunicatore, la lucetta si spense, la voce tacque nuovamente.<br />
Si girò a osservare la porta come se potesse animarsi davanti ai suoi occhi e trasformarsi in un predatore Arturiano, lanciandosi su di lui con le fauci spalancate. Poi, lentamente, fece il primo passo nella sua direzione.</p>
<p>Il Centro di Medicina e Xenobiologia di Arturo II era famoso in tutta la Galassia conosciuta. Gli Arturiani erano una razza nota per le incredibili capacità intuitive ed empatiche dei suoi medici, nonché per l&#8217;indubbio primato di offrire i migliori chirurghi in tutto lo spazio colonizzato.<br />
Levi entrò in quella stanza diagnostica e capì immediatamente perché. Non si può dire che non fosse inquietante, in un certo senso, ma in fondo ciò che inquietava le persone che vi entravano era il carico di paure e di aspettative che portavano con loro, più di ciò che vi trovavano dentro. La stanza era quasi completamente vuota, eccettuato un cilindro di fibroplastica trasparente con un&#8217;apertura ovale sul lato direttamente di fronte alla porta. Alcuni pannelli strumentali sibilavano piano e accendevano piccole luci colorate sulle pareti, mentre un fascio enorme di cavi usciva dalla sommità del cilindro e spariva nelle piastre metalliche del soffitto. La stanza era illuminata debolmente da una serie di luci poste a intervalli regolari in cima alle quattro pareti.<br />
- Si tolga tutti i vestiti, prego, ed entri nel cilindro sensoriale, signor Levi.<br />
La voce, che proveniva da un punto imprecisato sopra di lui, lo fece trasalire. Cominciò a spogliarsi e ad appoggiare i suoi indumenti su un ripiano che sporgeva dalla parete di fianco alla porta. L&#8217;ultimo pensiero che poteva preoccuparlo in quel momento era che qualcuno potesse osservarlo mentre si denudava.<br />
Quando fu completamente svestito si avvicinò al cilindro. Rimase per un attimo fermo a osservare gli strumenti che sporgevano dai cavi, penzolanti dalla sua sommità. Poteva notare un respiratore, una pinza e quello che sembrava l&#8217;emettitore di una siringa spray.<br />
Levi si fece coraggio ed entrò. Non appena fu all&#8217;interno, posizionato in piedi al centro del cilindro, una lastra fibroplastica praticamente invisibile chiuse ermeticamente l&#8217;apertura. Ora era completamente isolato dal resto dell&#8217;universo. Ci fu un violento e rumoroso soffio di disinfettante non alcolico proveniente da ogni direzione, in contemporanea. Era molto caldo, tanto che Levi temette di scottarsi. In men che non si dica, qualunque organismo estraneo avesse fatto entrare nel cilindro con sé, ipotesi peraltro piuttosto remota, dato che era stato scansionato dalla macchina di biofeedback più volte prima di entrare in quella stanza, era stato distrutto senza pietà. C&#8217;era solo lui, lì dentro, con il suo morbo sconosciuto.<br />
La maschera del respiratore scese lentamente fino ad arrivare all&#8217;altezza del suo volto. Nel frattempo, da microscopici buchi alla base, del liquido caldo cominciò a fluire dentro la cavità. Levi sentì i piedi bagnati. Era abbastanza ovvio quello che sarebbe successo di lì a poco, quello che doveva fare, quindi si infilò il respiratore che cominciò a emettere aria a ogni sua inspirazione. In breve tempo il liquido riempì completamente il cilindro e lui si trovò a osservare l&#8217;esterno della stanza attraverso una lente rosea e leggermente distorta. La sensazione era tutt&#8217;altro che spiacevole, quasi come un utero artificiale in cui riposarsi. Si sentì assonnato, un effetto del narcotico miscelato all&#8217;area della bombola, suppose. Decise di arrendersi alle sensazioni che gli venivano suggerite e chiuse gli occhi. Quando le siringhe spray ipodermiche arrivarono a toccare il suo derma, prelevando campioni di DNA, di tessuti organici e di sangue, era già quasi completamente in stato di incoscienza.</p>
<p>Si svegliò senza poter dire per quanto tempo fosse rimasto addormentato. Il livello del liquido stava già calando. Evidentemente avevano inserito nel respiratore qualcosa per svegliarlo. Non aveva avuto alcuna coscienza della dematerializzazione e della scansione olistica completa che i raggi laser avevano compiuto su ogni sua singola cellula, su ogni porzione di DNA, su ogni connessione neurale, su ogni atomo del suo corpo. Per un breve momento era stato disintegrato e mischiato al liquido amniotico del cilindro, che ne aveva assunto le proprietà biochimiche, clonando ogni sua caratteristica e trasmettendo i dati ai raggi che erano collegati, a loro volta, con il cervello positronico di Polivac. Un pensiero senza dubbio inquietante, ecco perché gli Arturiani non lo pubblicizzavano molto con i loro pazienti, ed ecco perché la gente veniva addormentata durante il processo. Levi lo sapeva molto bene, ovviamente, ma sapere razionalmente qualcosa e provarla sulla propria pelle erano due cose diverse. Levi sapeva molto bene anche questo.<br />
Quando il livello del liquido scese sotto il suo mento, Levi si tolse cautamente la maschera del respiratore e prese una lunga e profonda boccata di aria che sapeva ancora di disinfettante e soluzioni fisiologiche. Non aveva mai amato gli ospedali, e gli odori, in particolar modo, lo rendevano nervoso, lo facevano sentire profondamente a disagio. In quel momento, tuttavia, non ci fece molto caso. Il liquido continuò a defluire dal cilindro, aspirato presumibilmente dagli stessi fori che lo avevano immesso, e quando fu completamente scomparso, una doccia tiepida d&#8217;acqua pulita ripulì completamente il suo corpo. Un getto d&#8217;aria calda, quindi, lo asciugò, facendolo sentire come un bambino a cui un genitore robotico ha appena fatto un bagno caldo, sfregandolo energicamente ma con cura e attenzione su tutto il corpo. Infine la porta del cilindro si riaprì e lui poté uscire di nuovo nella stanza.<br />
La voce, come lui si era aspettato, disse semplicemente: -Signor Levi, l&#8217;esame olistico è concluso. La preghiamo di rivestirsi e di tornare nella sala d&#8217;attesa. Entro poco tempo potremo darle una risposta.<br />
Gli Arturiani erano indubbiamente molto efficienti. Non si poteva dire, tuttavia, che fossero molto esperti nella complessa arte della comunicazione sociale umana.</p>
<p>Levi si sentiva svuotato. L&#8217;unica cosa che gli rimaneva, mentre camminava avanti e indietro nella saletta d&#8217;attesa, sedendosi ogni tanto e illudendo se stesso di riuscire a guardare qualcosa con il deck audiovisivo, era la paura. Ormai non c&#8217;era altro che la paura di sentirsi comunicare la diagnosi che Polivac avrebbe estratto dai dati dell&#8217;esame olistico appena concluso. Era incredibile che una tale quantità di informazioni potesse essere processata in così breve tempo. Forse il computer poteva sbagliarsi&#8230; Forse qualche dato avrebbe potuto essere infilato nell&#8217;equazione errata, o forse, considerata la mole di lavoro, avrebbe potuto esserci un margine d&#8217;errore di qualche genere.<br />
Ma in fondo Levi sapeva benissimo che questi pensieri erano dettati dal suo timore: un Polivac, che si sapesse, non aveva mai sbagliato un singolo calcolo in tutta la storia della produzione di quel modello di elaboratore positronico. Gli eventuali sbagli o scorrettezze (le poche che la storia aveva registrato) erano sempre e inevitabilmente state imputate a un errore umano. Ma gli Arturiani non erano esseri umani.<br />
Inoltre la programmazione dell&#8217;esame olistico era una sorgente aperta di libero dominio in tutta la Galassia conosciuta ed era nota per la sua eleganza e la sua estrema, quasi maniacale, precisione.<br />
No, non potevano esserci errori: sarebbe stato decisamente meglio spogliarsi la mente da una simile illusione. Era meglio accettare il verdetto del Polivac come un dogma di fede, una verità assoluta. Almeno al livello delle attuali conoscenze tecnologiche e mediche.<br />
Mentre stava riflettendo su questo punto accadde quello che aveva temuto: si accese nuovamente la lucetta verde intermittente del comunicatore a interfono posizionato sul tavolino della sala d&#8217;attesa. Levi si lisciò i capelli, si passò la lingua sulle labbra, mordicchiandosi l&#8217;interno della guancia, quindi si sedette sulla sedia e lentamente premette il tasto corrispondente per accendere la comunicazione.<br />
La mano gli stava tremando.<br />
- Signor Levi?<br />
- Sì, sono qui.<br />
- Abbiamo appena ricevuto i dati processati dal Polivac, la diagnosi formulata in seguito al suo esame olistico.<br />
Levi non riuscì a profferir parola. Rimase in attesa, in silenzio, quasi trattenendo il respiro. Alla fine, con un immane sforzo di volontà, riuscì appena a spiccicare nel comunicatore un: &#8211; Ebbene?<br />
- Ebbene, devo informarla che lei è perfettamente sano. Non c&#8217;è traccia nelle sue cellule di qualsivoglia tipo di decadimento biologico. Stiamo riesaminando i dati per essere certi della loro esattezza, ma, come capirà, si tratta di una indagine di routine. I dati sono esatti, questo è certo.<br />
Levi si appoggiò alla sedia e sospirò forte. Guardò il soffitto mentre la voce continuava a parlare.<br />
- Non sappiamo come sia possibile. Non c&#8217;è nessuna spiegazione scientifica nota per questo fenomeno. Mi dispiace dirlo, ma né noi né Polivac abbiamo la più pallida idea della causa del suo&#8230; ehm&#8230; disturbo. E quindi, ovviamente, non possiamo avere nemmeno idea di come trovare una terapia adatta.<br />
- Capisco&#8230; &#8211; Le orecchie gli stavano ronzando e la testa gli girava. Dovette fare uno sforzo per tornare ad appoggiarsi sul tavolino e parlare al comunicatore.<br />
- Tuttavia siamo fiduciosi che questo esame possa fornire una documentazione interessante per la ricerca medica. Senza dubbio la sua scansione olistica potrà spingere le indagini su terreni finora sconosciuti. Sono certo che nell&#8217;arco di pochi decenni, o forse pochi secoli, riusciremo a trovare il metodo migliore per terminare la sua esistenza. Allo stato attuale delle cose, comunque, capirà che siamo molto spiacenti di non poter soddisfare la sua domanda di eutanasia. Ora, se non le dispiace, dovrebbe tornare alla Segreteria Centrale per sbrigare le ultime formalità. Buona giornata.<br />
La lucetta verde si spense.<br />
Levi si alzò e si avviò verso la Porta Uno.<br />
Nemmeno le più avanzate tecniche mediche Arturiane del venticinquesimo secolo erano riuscite a trovare una risposta per la sua immortalità. Avrebbe dovuto attendere ancora. Pochi decenni. Forse pochi secoli.<br />
Ma se c&#8217;era una cosa che Levi odiava fino alla nausea, erano decisamente le attese.</p>
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		<title>Memento</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2001 03:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Marco si svegliò di botto. L&#8217;immagine davanti ai suoi occhi sembrò sovrapporsi a qualcos&#8217;altro, qualcosa che si era portato dietro dal regno di Morfeo, uscendone così, di corsa, sbattendo la porta. Erica stava dormendo della grossa, non si era accorta di nulla. Per un secondo o due parve a Marco che i suoi lineamenti fossero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco si svegliò di botto. L&#8217;immagine davanti ai suoi occhi sembrò sovrapporsi a qualcos&#8217;altro, qualcosa che si era portato dietro dal regno di Morfeo, uscendone così, di corsa, sbattendo la porta.<br />
Erica stava dormendo della grossa, non si era accorta di nulla. Per un secondo o due parve a Marco che i suoi lineamenti fossero in dissolvenza incrociata con quelli di qualcun altro, di un&#8217;altra donna.<br />
Si tirò su a sedere e si passò una mano fra i capelli, grattandosi il cranio. Prese gli occhiali dal comodino e li inforcò. Si alzò e si diresse, inquieto e nervoso, verso il bagno.<br />
Si sedette sulla tazza senza che dovesse espletare alcun bisogno fisiologico, senza calarsi i pantaloni del pigiama. C&#8217;era decisamente qualcosa che non andava. E la cosa peggiore era che sentiva alla bocca dello stomaco una sensazione di calore e di vuoto che sembrava proprio senso di colpa, anche se non riusciva a capire per che cosa.<br />
Le sue narici gli trasmettevano un curioso melange di aromi&#8230; neve, resina, legno. Era qualcosa che apparteneva al sogno, non c&#8217;era altra spiegazione. Può la nostra mente lasciare una testa di ponte dall&#8217;altra parte, nei momenti di veglia, e fare segnali di fumo?<br />
Si alzò e si sciacquò il viso nel lavandino, poi si guardò riluttante allo specchio, come se l&#8217;immagine riflessa potesse dargli alcune delle risposte che stava cercando, o quanto meno fornirgli qualche indizio per risolvere quell&#8217;enigma. Ma lui non aveva neanche idea di quali fossero le domande e, dall&#8217;altra parte del cristallo, un Marco altrettanto sbigottito lo osservava con evidenti tracce di occhiaie e di germogli di barba sulle gote.<br />
Tornò in camera da letto e si sedette, pronto a rimettersi sotto il piumone, a tentare di riprendere sonno. Giudicò che fossero passati solo quattro o cinque minuti dal suo improvviso risveglio e, posando gli occhiali sul comodino, diede un&#8217;occhiata alla sveglia digitale lì di fianco. L&#8217;una e diciassette minuti.<br />
E tutto a un tratto un nome si formò nella sua mente, in modo del tutto spontaneo: Leda.<br />
Non ci fu più verso di prendere sonno.</p>
<p>La macchina sobbalzava un po&#8217;. Non si potevano neanche chiamare veri tornanti quelli che portavano al paesino in cui i suoi avevano la piccola casa che sfruttavano per le vacanze, sia in estate che in inverno. Marco, a dire la verità, non ci faceva neanche caso: in genere soffriva la macchina, soprattutto nelle strade tortuose di campagna, ma in quelle occasioni era davvero troppo eccitato per rendersene conto. Arrivarono all&#8217;ora di pranzo e i suoi non fecero in tempo a gridargli qualche raccomandazione che lui stava già correndo verso la piazza del paese per incontrare i suoi amici di sempre.<br />
La notò subito e, d&#8217;altronde, nel piccolo gruppo di facce conosciute, quel volto nuovo risaltava come se fosse stato sottolineato da una luce diversa. Giocò con i suoi amici per tutto il giorno, incurante degli orari, felice di quel nuovo grazioso acquisto che, come lui, veniva da Milano e che si chiamava Leda.<br />
I dieci giorni di vacanze di Natale in quel piccolo paese passarono allegramente e rapidamente. Sciarono e si dettero all&#8217;esplorazione sistematica del circondario. Era da tempo che Marco e i suoi amici disegnavano cartine molto personali della zona. Uno scantinato, una casa abbandonata, un campo innevato, un anfratto tra le rocce delle montagne… gli adulti in tutto questo vedono soltanto un posto in cui mettere le cose vecchie, un&#8217;area edificabile, una zona in cui fare sci da fondo o un luogo sporco e maleodorante da evitare. Ma a quattordici anni è tutto diverso: ogni scusa è buona per immaginarsi incredibili avventure o improvvisarsi esploratori. Un amico di Marco, dopo molte insistenze, si era fatto prestare dal padre un coltellino dell&#8217;Esercito Svizzero, pieno di lame e strumenti di ogni sorta. L&#8217;aveva perso durante una battaglia di palle di neve e si era sorbito una lavata di capo senza precedenti. Da allora, la zona in cui era avvenuto &#8220;l&#8217;incidente&#8221; era stata soprannominata &#8220;La Valle del Coltello Perso&#8221;. E quando avevano visto un cavallo trottare su un prato distante, l&#8217;estate precedente, avevano deciso di rinominare quella conca &#8220;Il Prato dei Cavalli Bradi&#8221;, anche se sapevano perfettamente che, con tutta probabilità, si trattava di un puledro domestico al pascolo.<br />
Marco era il maestro di questo gioco, quello che aveva le folli idee che poi tutti gli altri, entusiasticamente, facevano proprie e seguivano. Aveva qualcosa in più rispetto a tutti gli altri ragazzini della sua età che lo circondavano, qualcosa che andava oltre la semplice voglia di avventura di tutti gli adolescenti: l&#8217;autentica fantasia, la capacità di immaginare o di vedere oltre ciò che appare a prima vista che è propria degli scienziati o dei poeti.</p>
<p>Leda non era da meno, pensò, mentre finiva il suo caffè macchiato nel bicchiere di plastica del distributore automatico dell&#8217;ufficio. Si sentiva strano, fuori posto, come se il sogno fosse da questa parte e non da quell&#8217;altra. Ma non puoi svegliarti dalla veglia, giusto?<br />
Tornò alla sua scrivania e si impose di rimettersi al lavoro ma, nonostante il terzo caffè della mattina e le sue buone intenzioni, la sua mente continuava a tornare alle immagini del sogno che si erano fatte, al contrario di quanto accade di solito, via via sempre più chiare e distinte dopo la rivelazione di quel nome, durante la notte.<br />
Era nella sua vecchia scuola, la scuola in cui andava anche Leda. L&#8217;atmosfera di gioiosa attesa, come quando lo squillo della campanella si faceva, minuto dopo minuto, sempre più vicino, era quella di un sabato mattina. Lei era lì, in un corridoio, ma era grande e vestita in modo elegante. Non c&#8217;erano segni di sbucciature sulle ginocchia, non c&#8217;erano cerchietti a tenere i capelli castani lontani dalla fronte, né scarpe da ginnastica. Lei lo guardava avvicinarsi con fare divertito.<br />
-Cosa hai dimenticato? &#8211; Gli chiedeva nel sogno.<br />
E lui non sapeva rispondere, come quando veniva interrogato e non aveva studiato la lezione. Si sentiva imbarazzato e abbassava lo sguardo. Lei rideva allegramente, come se tutto questo non importasse, e invece lui aveva la netta sensazione che fosse di importanza vitale.<br />
Si sforzava di rialzare gli occhi, e allora Erica, sua moglie, lo guardava dolcemente e gli chiedeva con aria molto seria: -Cosa hai dimenticato?</p>
<p>No, Leda non era da meno. Era stata lei infatti, a scoprire il muretto coperto di rami di edera mezzi rinsecchiti che delimitava il vecchio cimitero abbandonato di un paese poco distante da quello in cui abitavano, alla fine di un&#8217;escursione che era durata tutta la mattina. Fu lei a suggerire che forse i corpi non erano stati ancora spostati e a insistere per andare a fare un sopralluogo nottetempo. Persino Marco rimase scosso da quell&#8217;idea, che sentiva un po&#8217; profana e pericolosa, per chissà quale motivo. Lei insistette a lungo e infine quasi tutti acconsentirono.<br />
In realtà, una volta giunti nello stesso luogo, nel tardo pomeriggio, quando il sole era già calato da tempo oltre il profilo dei monti, soltanto Marco e lei erano riusciti a vincere la paura e a varcarne il cancelletto di ferro arrugginito. Gli altri tre loro compagni di avventure avevano prudentemente deciso di aspettarli fuori, nascosti agli occhi di un eventuale adulto che passasse da quelle parti.<br />
Naturalmente, a parte il brivido che si prova sempre in certi luoghi, soprattutto se si ha un&#8217;immaginazione fertile, non era capitato proprio nulla. Ma loro due erano stati seduti su una vecchia pietra tombale coperta di neve per un po&#8217; di tempo a parlare, guardando le stelle che si accendevano pigramente a oriente. Quella coltre bianca e soffice rendeva un&#8217;avventura paurosa qualcosa di diverso, e quel luogo a prima vista lugubre, accogliente e sereno.<br />
Forse si rese conto lì, mentre parlavano, mentre gli altri cercavano di spaventarli lanciando rametti oltre il muro e sghignazzando, che avrebbe voluto tanto darle un bacio.</p>
<p>I sogni continuarono nelle notti successive. Erica non sembrò accorgersi di questi improvvisi risvegli, della sua sempre più frequente assenza nel talamo nuziale, durante le ore notturne. Marco cercava di ricordarsi ogni dettaglio, anche il più insignificante, ma era come se qualcosa mancasse. Come se qualche particolare si tenesse sempre oltre la sua portata.<br />
Quando non riusciva a ricordare il sogno in modo completo, cioè la maggior parte delle volte, inevitabilmente la sua mente cercava di riempire i buchi con i suoi ricordi coscienti di quello che era successo.</p>
<p>Lui e Leda andavano allo stesso liceo. Una volta tornati a Milano e ricominciata la scuola si rividero e cominciarono a uscire insieme: in fondo era la naturale continuazione di quanto successo in vacanza. Con lei si sentiva elettrizzato, ricco di energia fresca e nuova che non sapeva nemmeno come impiegare. Era entusiasta. Di tutto.<br />
Un giorno, durante una passeggiata al parco, si sedettero su una panchina e lei sembrava stranamente pensierosa. Lui si sentiva in imbarazzo e quella strana sensazione che aveva provato nel cimitero abbandonato, quella notte, tornò a bussare. Passarono qualche minuto in completo silenzio, mentre i cani giocavano incuranti del freddo ancora intenso. Poi Marco raccolse tutto il coraggio di cui poteva disporre e le girò il viso con una carezza. Lei lo guardò negli occhi e a lui parve leggervi dentro &#8220;Cosa aspetti?&#8221;. La baciò.<br />
Si sentì molto orgoglioso di se stesso per tutta la camminata che lo riportò a casa sua, non lontano da lì. Era stato un bacio vero. Un bacio da adulto.</p>
<p>Quattro settimane. Soltanto quattro settimane. Ecco quanto era durato il loro &#8220;fidanzamento&#8221;. Poi, senza un reale motivo, si lasciarono, così come si erano messi insieme. Fu lei, a dire la verità, a prendere l&#8217;iniziativa, così come aveva fatto in montagna, in vacanza. Non fu molto gentile, lasciarlo per telefono, ma fu molto… Da quattordicenne. Forse una ragazza a quell&#8217;età ha bisogno di qualcuno che sia più grande, più maturo. Non poteva certo fargliene una colpa. Eppure in quei giorni di disturbi notturni e di ricordi inquietanti che emergevano dallo stanzino delle scope come un sinistro babau, lui si rendeva conto che gliene faceva una colpa eccome. Che una parte di lui era ancora arrabbiata e offesa, che pensava di non esserselo meritato affatto.<br />
Ma naturalmente, frequentando lo stesso liceo, dovevano trovare in qualche modo il sistema di convivere pacificamente. Lui continuò a vederla, infatti, e a fingere che tutto andasse bene. Sospettava che lei facesse lo stesso.<br />
Due anni dopo aveva conosciuto Erica. Si erano innamorati subito e si erano messi insieme. Man mano che gli anni passavano il ricordo di Leda sembrava sbiadire, diventare più tenue e privo di colori, mentre il rapporto con quella che sarebbe diventata sua moglie continuava, sempre più lanciati su binari paralleli che sembravano essere stati tracciati da qualcun altro. Sembrava a tutti assolutamente naturale che continuassero a stare insieme e che si sposassero. Erano sempre stati insieme. Quasi nessuno sapeva che la sua prima donna, il suo primo amore, era stata Leda.<br />
Ma tanto cosa importava? In fondo era stato quello che sua madre avrebbe definito un &#8220;filarino&#8221;, una storiella da ragazzini. Quattro settimane. Soltanto quattro settimane. Pochi baci, niente di più.<br />
Che peso può avere tutto questo di fronte a dodici anni con la stessa persona? A un rapporto adulto, concreto? Era soltanto un ricordo romantico e dolce, un momento di tenerezza. Niente di più. Ma allora da dove venivano questi sogni? Cosa c&#8217;era che non andava?</p>
<p>È fermo in mezzo a un incrocio. Le strade sono buie, i lampioni sembrano non funzionare. Lui la sta cercando. Sa che lei è l&#8217;unica che possa dargli una spiegazione, l&#8217;unica che sappia. Prende d&#8217;improvviso una decisione, imbocca una strada e si mette a correre. Le strade sono strane&#8230; Sembrano quelle familiari di sempre e contemporaneamente sono diversissime. Dettagli, minuscoli insignificanti dettagli. Ma llei dov&#8217;è? Non è angoscia quella che lo sta prendendo, è più che altro&#8230; Ansia? Preoccupazione? Come definire questo strano sentimento? Forse è una delle altre cose che lei può spiegargli. La chiama, ma gli risponde soltanto l&#8217;oscura eco della strada. Sembra che abbia piovuto: l&#8217;asfalto è lucido e riflette la luce delle stelle e della luna. Fa freddo e lei non si trova, non si trova da nessuna parte. Urla il suo nome ancora più forte, correndo.<br />
Si svegliò di soprassalto, come tante altre volte ormai, e riuscì a malapena a controllarsi, all&#8217;ultimo istante, per non continuare a chiamarla nella sua camera da letto, in piena notte.</p>
<p>Un giorno staccò prima dall&#8217;ufficio per fare alcune commissioni e prese il tram che lo riportava verso casa. Ormai il pensiero di Leda sembrava riempire ogni momento di calma, ogni instante, e si insinuava prepotentemente anche nelle situazioni in cui avrebbe dovuto pensare a tutt&#8217;altro. Osservò le persone attorno a lui con un&#8217;aria di triste distacco. Non riusciva a capire perché.<br />
Sì, è vero, l&#8217;aveva sognata anche altre volte, nel corso degli anni, ma mai con questa frequenza, con questa insistenza. Con questa enigmatica sensazione.<br />
Sentì il trillo di un cellulare: una signora lo tirò fuori dalla borsetta e rispose.<br />
-Pronto? Ciao Leda! Come stai? Tutto bene?<br />
Marco si sentì mancare. Aveva sentito bene? Com&#8217;era possibile? Cercò di farsi avanti chiedendo: -Permesso, permesso&#8230; &#8211; fingendo di andare verso l&#8217;uscita, per avvicinarsi, provare a cogliere altri pezzi di quella telefonata. Arrivò la sua fermata, il mezzo si fermò e le porte si aprirono. Avrebbe dovuto scendere ma decise di rimanere sul tram, di seguire quasi istintivamente quell&#8217;impulso.<br />
-Sì, sì, ho ricevuto il tuo messaggio, &#8211; continuava la signora &#8211; non so se sarò in grado di raggiungervi in montagna, ho dovuto dare la reperibilità&#8230;<br />
Un&#8217;infermiera? E Leda era una sua collega? Aveva detto &#8220;raggiungervi in montagna&#8221;? Forse Leda andava ancora in vacanza in quel paesino della loro infanzia!<br />
-No, aspetta un attimo, razionalizziamo, &#8211; si disse. -Quante &#8220;Leda&#8221; ci saranno a Milano? Decine e decine! Quali probabilità ci sono che si tratti proprio di lei?<br />
Eppure no, era lei, ne era certo. Non poteva essere altrimenti.<br />
Stava per girarsi verso la signora e chiederglielo, raccogliendo tutto il coraggio di cui disponeva, come aveva fatto quella volta al parco, ma la sentì dire: -Pronto? Pronto? Accidenti, questi affari!&#8230;<br />
La comunicazione era caduta. Fermò il suo gesto a mezz&#8217;aria, con la bocca semiaperta. Espirò l&#8217;aria che aveva trattenuto nei polmoni per parlare. Avrebbe dovuto camminare un po&#8217; più del previsto per andare a fare la spesa e per tornare a casa dove lo attendeva sua moglie. Scese dal tram con una sensazione di felicità e di malinconia che non sentiva da tempo. Tirò un forte sospiro trattenendo per un secondo l&#8217;aria gelida nei polmoni.</p>
<p>Rintracciarla non fu difficile. Al giorno d&#8217;oggi basta una ricerca su Internet, magari usando il computer dell&#8217;ufficio durante la pausa pranzo. Pochi minuti, se sai dove cercare. Dopo aver capito dove lavorava e aver fatto qualche domanda, riuscì a trovare anche il suo numero di telefono di casa. Scrisse tutti i suoi dati su un biglietto e non se ne separò per diversi giorni, indeciso sul da farsi. Che senso avrebbe avuto, in ogni caso, chiamarla dopo tutti questi anni? Il gesto avrebbe anche potuto essere male interpretato.<br />
O forse no? Forse sarebbe stato interpretato nell&#8217;unico modo possibile. O forse non era questo di cui si stava preoccupando, in realtà&#8230; Forse era quello che aveva sognato a metterlo a disagio.<br />
Cosa aveva dimenticato?<br />
Niente.<br />
Non aveva dimenticato proprio niente.<br />
Si ricordava ogni cosa, ogni momento. Si ricordava di quando, emozionato, le aveva detto che l&#8217;amava e si ricordava che lei gli aveva risposto la stessa cosa. Si ricordava di quelle passeggiate nel parco. Si ricordava che non era stato un mese particolarmente magico o speciale, forse per la sua insicurezza, la sua inesperienza. Sapeva che se avesse avuto la possibilità di tornare indietro avrebbe agito diversamente. E si ricordava di quel pomeriggio, al telefono, in cui aveva ricevuto il benservito. E si ricordava, soprattutto, di come si era sentito. Di tutto quello che avrebbe voluto dire, che avrebbe voluto fare. Ma perché diavolo non aveva fatto niente? Per quieto vivere? Per paura? Per vergogna, forse?<br />
No, non si trattava di rimpianti. Ma era finita così… poco elegantemente… così all&#8217;improvviso. Era un cerchio aperto e forse qualcosa nella sua vita glielo stava riportando alla luce perché lui lo chiudesse, perché finalmente ci facesse qualcosa.</p>
<p>-Pronto, parlo con Leda? &#8211; Il cuore batteva a mille fino a poco tempo prima. Ora, stranamente, era calmo. Tranquillo.<br />
-Sì, chi parla? &#8211; Era lei. Era incredibile come avesse immediatamente riconosciuto la sua voce a distanza di anni.<br />
-Sono Marco, ti ricordi di me?<br />
Un attimo di silenzio dall&#8217;altra parte. Marco poteva sentire distintamente gli ingranaggi mentali di lei che pensavano ai vari &#8220;Marco&#8221; che conosceva (e sicuramente ne conosceva più di uno, il suo era un nome piuttosto comune), e che li scartava via via, un po&#8217; per la voce, un po&#8217; per quello che aveva detto e per il tono che aveva usato.<br />
-Marco? Oh, santo cielo… Marco! Diomio, quanto tempo è passato!<br />
-Già, come stai?<br />
-Bene! Bene, sono davvero felice di sentirti&#8230; ma tu guarda un po&#8217;! E&#8217; proprio un caso strano questo, lo sai? Pensa che in questi ultimi mesi mi è capitato di&#8230;<br />
-Lo so. &#8211; Disse lui interrompendola. &#8211; O meglio, lo immagino. È capitato anche a me.<br />
Si sentivano i respiri di lei nella cornetta. Lui la immaginava davanti a uno specchio, nel corridoio di casa sua, mentre si guardava, con un&#8217;aria interrogativa dipinta sul volto, emozionata e imbarazzata.<br />
-Senti Leda, volevo chiederti una cosa.<br />
-Dimmi &#8211; disse lei con un sussurro.<br />
-Sei felice?<br />
Un&#8217;altra breve pausa. Le serviva per metabolizzare completamente tutte le implicazioni di quella domanda, all&#8217;apparenza tanto semplice.<br />
-Come chiunque altro, credo, &#8211; rispose &#8211; ma faccio del mio meglio.<br />
-Ti capisco molto bene. &#8211; Disse lui.<br />
-Senti, Marco&#8230; Io volevo dirti che&#8230; Per quello che è successo&#8230;<br />
-Non c&#8217;è nulla da dire Leda. Eravamo bambini. Nessuno di noi ha nulla da farsi perdonare.<br />
-Sì&#8230; Hai ragione.<br />
-Ti amo, Leda. Ti ho sempre amata e ti amerò per sempre.<br />
Lei si sentì gelare il cuore.<br />
-Forse è meglio non sentirsi mai più&#8230; Ti prego, cerca di capirmi. Però&#8230; Però certe cose vanno dette. &#8211; Continuò lui. Sembrava che un masso enorme gli fosse stato tolto dalle spalle. Una specie di oppressione allo sterno che gli era stata levata di botto.<br />
-Capisco. &#8211; Disse infine lei. -Capisco quello che stai facendo. Grazie.<br />
-Sii felice. &#8211; Prima di poter cambiare idea o di dire qualcos&#8217;altro, riuscì a mettere giù la cornetta.<br />
Leda sentì il click dall&#8217;altra parte. Dopo qualche secondo premette il tasto sul chordless che teneva in mano, nel corridoio di casa sua, davanti allo specchio. Poi andò nella sua camera, si sedette sul letto e pianse.</p>
<p>Marco tornò a casa dall&#8217;ufficio. Era allegro. Cucinò per Erica e poi si sdraiarono sul divano, abbracciati, a guardare un film preso a noleggio. Non riuscirono a vederne la fine. Si ritrovarono, mentre la videocassetta mostrava le immagini del secondo tempo, a letto, con i vestiti sparsi per tutto il tragitto, a fare l&#8217;amore appassionatamente. Si addormentarono abbracciati.<br />
Marco si svegliò in ritardo.<br />
Non era riuscito a sentire la sveglia.</p>
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		<title>La Valle Maledetta</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Mar 2000 03:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;La colpa, dobbiamo dire, è tua. Hai sopravvalutato la tua potenza quando hai creduto di poter fare quel che volevi con le tue pulsioni sessuali, e che non occorreva avere alcun riguardo per i loro propositi. Perciò si sono ribellate e hanno seguito le loro oscure vie per sottrarsi alla repressione e farsi giustizia da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.abietto.net/pics/articoli/valle.jpg" align="right" /><em>&#8220;La colpa, dobbiamo dire, è tua. Hai sopravvalutato la tua potenza quando hai creduto di poter fare quel che volevi con le tue pulsioni sessuali, e che non occorreva avere alcun riguardo per i loro propositi. Perciò si sono ribellate e hanno seguito le loro oscure vie per sottrarsi alla repressione e farsi giustizia da sé in un modo che non può più piacerti.&#8221;</em><br />
(S. Freud, <em>Una difficoltà della psicoanalisi</em>)</p>
<p>Non ricordo affatto come giunsi in quella valle maledetta. Ho solo qualche breve ricordo di un sentiero grigio serpeggiante in mezzo a una vegetazione verdazzurro, di un tramonto che arrossava l&#8217;occidente; il cielo che sfumava verso il viola, l&#8217;indaco, il blu notte e il nero e un firmamento di stelle fredde e aliene che si accendevano sull&#8217;arco della mia visuale. Ricordo una brezza frizzante e odori di bosco e di paglia bruciata.<br />
Non ricordo il mio nome. Il mio vero, primo nome, intendo. Ne ho avuti tanti da dimenticare quello che mi è stato dato al momento della nascita. Ne ho avuti tanti da dimenticare persino se sono davvero nato oppure no. Non ha importanza con quale nome mi chiamino. Nei paesi dell&#8217;Ovest mi chiamano John, nelle calde terre del sud il mio nome è Juan mentre nella nebbiosa Isola dei Forti sono Sean. Tra le mura dei castelli dei nobili spesso vengo chiamato Caleb-Mor, il Principe Nero, ma la gente comune mi chiama semplicemente lo Stregone.<br />
Camminai sugli alti sentieri di quella lunga valle lussureggiante, un ovale racchiuso tra dolci colline coperte di prati folti e di boschi, che nascondeva le linee grigie di campi coltivati e le distese verdi dove pascolava il bestiame. All&#8217;estremità orientale della valle sorgeva un piccolo paese, niente più di qualche casa, una chiesa, una locanda e qualche bottega degli artigiani. Diressi i miei passi verso quel luogo perché ero stanco e avevo freddo e sonno. Speravo di poter trovare un riparo e un po&#8217; di cibo per sfamarmi: niente lasciava presagire quello che sarebbe capitato.<br />
Il paese, un insieme disordinato di case di pietra con tetti in lastre d&#8217;ardesia collegate tra di loro da strade di terra battuta o di sassi arrotondati, sorgeva in un punto meraviglioso, da cui si poteva scorgere l&#8217;intera vallata. La locanda era semplice, con un grande camino e pochi tavoli a cui sedevano i rari viaggiatori che passavano da quelle parti. Presi un po&#8217; di zuppa in cui intingere una grossa pagnotta e una birra scura molto forte. L&#8217;effetto dell&#8217;alcol e dello stomaco pieno aumentò il mio desiderio di coricarmi presto. Tuttavia, prima di poter salire le scale che mi avrebbero condotto al mio materasso di paglia, incontrai lo sguardo di un ragazzino, forse uno degli sguatteri. Il giovane mi si avvicinò e mi disse: &#8220;Tu sei lo Stregone, non è vero?&#8221;.<br />
&#8220;Sì, ragazzo, sono lo Stregone.&#8221;<br />
Non sapevo come mi avesse riconosciuto. Forse la mia fama mi aveva preceduto? Forse il ragazzo aveva sentito che non ero uno straniero qualsiasi? Poco importava ormai.<br />
&#8220;Allora, se sei davvero lo Stregone&#8221;, continuò, &#8220;devi venire con me. Devo assolutamente farti vedere una cosa.&#8221;<br />
Gli occhi, che fino a poco tempo prima sembravano volersi chiudere di continuo, come se le palpebre fossero fatte di piombo, mi si spalancarono di nuovo di curiosità. Udii me stesso rispondere al ragazzo: &#8220;Va bene, andiamo.&#8221;<br />
Il ragazzo mi fece strada attraverso le intricate e altalenanti vie nell&#8217;ora della sera che precede il crepuscolo. Mi trovai, infine, nello scantinato di una bottega. Una scala di pietra intagliata portava a una sorta di fredda cantina con il soffitto a botte. Un arco della stessa pietra, davanti a me, si apriva su un piccolo cortile interno erboso circondato dalle altre case.<br />
&#8220;Ecco,&#8221; mi disse &#8220;cosa senti qui?&#8221;, indicandomi un angolo del muro, poco prima dell&#8217;arcata che portava all&#8217;esterno.<br />
Mi avvicinai. Toccai il muro con la mano destra, chiudendo gli occhi e cercando di concentrarmi sulle mie sensazioni.</p>
<p><em>Sangue. Morte. Dolore. Vergogna. Vidi mio padre, dritto davanti a me che sbraitava come fosse indemoniato. Un&#8217;armatura, un campo di battaglia, forse. Tutto era sangue, tutto era rosso. Nemmeno la bottega di un macellaio sembrava poter essere tanto calda, appiccicosa, puzzolente. Sfoderai la spada, non potevo più sopportare tutta quella morte. Non potevo più sopportare che mio padre mi parlasse così. Un solo movimento, rapido e deciso, e la testa del mio genitore cadde a terra con un tonfo sordo attutito dal rumore del sangue. Mi sentii terribilmente potente e poi, a un tratto, capii quello che avevo commesso. Il Crimine dei Crimini. Parricidio. Un delitto che nessuno al mondo potrebbe mai perdonare. Con la stessa spada con cui avevo terminato la vita di chi l&#8217;aveva donata a me, in un attimo, decisi di uccidermi, trafiggendo il mio stesso corpo. Caddi sul cadavere di mio padre ansando e tossendo, soffocando di dolore e del mio stesso sangue, che usciva a fiotti, seguendo il ritmo del cuore, dal naso e dalla bocca. Non si muore subito in questo modo, non l&#8217;avevo mai pensato. Forse con mio padre ero stato più pietoso.</em></p>
<p>Mi staccai dal muro, all&#8217;improvviso, come se mi fossi risvegliato da un terribile incubo. Gli occhi sbarrati, il sudore freddo sulla nuca, i capelli ritti, la pelle d&#8217;oca. Le pupille erano capocchie di spillo e il respiro entrava e usciva affannoso tra i denti serrati. Guardai il ragazzo che mi osservava con un&#8217;aria preoccupata, quasi dispiaciuta.<br />
&#8220;Hai visto anche tu, vero?&#8221;, mi chiese.<br />
Feci cenno di sì con la testa, senza riuscire ad aprire le mascelle o a muovere la lingua per parlare. In quel luogo, molto tempo prima, era stato commesso un terribile atto di sangue.<br />
&#8220;Questa valle un tempo era rigogliosa e prospera. Forse ai tuoi occhi sembrerà così anche ora, eppure c&#8217;è un&#8217;ombra che incombe su tutti noi. Nessuno vuole parlare di questa storia. I sacerdoti non vogliono che nessuno sappia di questa terribile colpa. Ma intanto le messi sono ogni anno più povere, le nostre bestie malate e magre. La birra perde il suo sapore e la carne la sua energia. Le donne hanno sempre meno bambini e gli uomini sono deboli e impauriti. Ti ho portato qui perché tu, che hai il potere di farlo, potessi vedere con i tuoi occhi. Tutto è accaduto qui, molto tempo fa, prima che queste case venissero erette così come le vedi ora. C&#8217;era un castello, forse, nessuno lo sa. Tu sei uno Stregone, tu puoi liberarci da questo spirito privo di pace.&#8221;<br />
Il ragazzo mi guardava implorante. Rimasi a lungo zitto, a respirare lentamente, a recuperare le energie dall&#8217;ambiente attorno a me, prima di riuscire a formulare un pensiero, una parola.<br />
&#8220;Sì,&#8221; dissi infine, &#8220;posso aiutarvi. Ma questo significherà fare cose che a te e ai tuoi sacerdoti non piacerebbero affatto.&#8221;<br />
&#8220;Ormai che abbiamo da perdere?&#8221; disse lui.<br />
E io annuii lentamente, osservando la decisione che si nascondeva in fondo ai suoi occhi, dietro il dubbio e la paura.<br />
&#8220;Allora portami nel luogo più alto del paese&#8230;&#8221;</p>
<p>Il tetto della casa era piatto. Forse anticamente era una sala delle guardie con una merlatura che, ormai, era solo immaginabile. Il ragazzo mi guardava incuriosito mentre mi preparavo a un rito terribile, che non avrei mai voluto fare in vita mia: il rito necessario per riportare su questa terra uno spirito dall&#8217;oltretomba. Mi concentrai, seduto sui talloni, con le mani abbandonate sulle cosce. Respirai profondamente accentrando su di me il potere che mi sarebbe stato indispensabile. Chiusi gli occhi e cominciai a sentire un profondo calore salirmi dal ventre, dal centro di ogni Volontà, un calore che si dirigeva in ogni più piccolo angolo del mio corpo. La mia Presenza si stava facendo sempre più forte e concreta, sempre più solida. A un tratto sentii un grande schianto, come il cozzo di una spada che colpisce violentemente uno scudo, e qualcosa mi strappò al mio corpo, lasciandolo fermo come un burattino appoggiato a terra. E cominciai a volare. Lentamente acquistai velocità, e lasciai il tetto della casa, potendo tranquillamente osservare il ragazzino che mi guardava stupefatto e me stesso, addormentato o forse in stato di profonda meditazione. Ma il mio essere si allontanava sempre di più e mi dirigevo verso l&#8217;estremità occidentale della valle, seguendo la linea curva delle colline. Potevo osservare ogni singolo filo d&#8217;erba, ogni capo di bestiame, ogni fiore, ogni piccola fattoria con i suoi recinti e i suoi cavalli. E ogni cosa era un grido, un grido per la vita. Mi convinsi che se avessi toccato l&#8217;origine dell&#8217;Ovest, il giaciglio su cui ogni notte il sole va a riposarsi, avrei perso la vita.<br />
Non volevo, non volevo assolutamente morire. Ero terrorizzato da quel viaggio indesiderato, dal lancio di una catapulta che mi aveva sbalzato verso una sorte incontrollabile. Dovevo ancorarmi a qualcosa, alla vita, alla gioia, all&#8217;amore.<br />
Vidi piccoli topi di campagna che uscivano per raccogliere del cibo mentre il sole lanciava lunghe ombre, e gatti che si tenevano pronti alla caccia. Vidi uomini che si preparavano per rientrare, stanchi e affamati, e donne che stavano cuocendo la cena dentro a grandi paioli di rame. Vidi bambini che giocavano aspettando il momento di essere messi a letto. Le falene, che cominciavano la loro danza di morte attorno alle lampade a olio e alle torce, e le zanzare che cercavano sangue per cibare le future generazioni. Vidi una mucca pezzata che era rimasta fuori dalla stalla e che brucava, scacciando gli insetti con rapidi movimenti della coda&#8230;<br />
Non so come successe, ma cominciai a piangere, disperato. A piangere perché non volevo lasciare questo mondo, questa mia esistenza che riservava ancora tanti misteri e segreti da scoprire. Questa mia disperazione venne lanciata come un uncino verso le colline occidentali della valle e sentii un altro strappo, come se stessi ruotando attorno alla mia paura. Venni trasformato in una fionda umana, in una sorta di elastico, e ripresi a volare verso il villaggio, con il sole ormai morente alle mie spalle. Man mano che mi avvicinavo sentivo la vita, che prima mi stava abbandonando, crescere sempre di più e accogliermi nuovamente tra le sue braccia. Mi sentivo libero, potente, privo di paure. Guardavo ogni dettaglio della valle sottostante con fiducia e con serenità.<br />
Rientrai nel mio corpo talmente forte da farlo cadere bocconi sul terreno di pietra del tetto. Mi ripresi di lì a poco, scuotendo la testa e alzandola lentamente. Ora comprendevo ciò che l&#8217;Energia stessa mi aveva concesso di fare: avevo raccolto tutto il male che accerchiava la valle come in un assedio, tutto lo spirito maligno che si era sparso come un cancro da quel punto nella cantina della bottega e si era diffuso nell&#8217;aria, nella terra, nell&#8217;acqua&#8230;</p>
<p>Di fronte a me c&#8217;era un altro corpo, un corpo che era la prova materiale della mia impresa. Era il cadavere putrefatto di un antico guerriero, di un soldato nobile che sfoggiava un&#8217;armatura ormai a pezzi e arrugginita. Le carni si erano aperte a mostrare tendini e muscoli e le ossa biancheggiavano tra i pezzi di ferro intarsiati e sotto l&#8217;elmo.<br />
Io ero in piedi di fronte a lui.<br />
Gli ordinai: &#8220;Alzati, ora!&#8221;.<br />
E il cadavere si mosse.<br />
Si alzò e immediatamente, come se il suo incubo non fosse terminato, si lanciò contro di me!<br />
Io tentai di difendermi coprendomi il volto con le braccia, ma la sua forza era enorme. Mi graffiò con i moncherini delle dita e mi morse con denti affilati. Capii che c&#8217;era solo un modo per scacciare questo spirito, ora che era tornato ad avere un corpo, ora che si era reintegrato.<br />
Lo perdonai.<br />
Per ogni morso che stava dando, per ogni graffio, per ogni colpo, per ognuna delle ferite che mi aveva provocato.<br />
Lo abbracciai, lasciandomi trafiggere dai suoi artigli e dalle sue zanne e continuai a perdonarlo, come se il perdono fosse l&#8217;unica arma rimasta, come se lo potesse colpire in modo più terribile di qualsiasi spada, di qualunque incantesimo.</p>
<p>Non so per quanto tempo continuai&#8230; La notte era ormai inoltrata quando mi fermai, stupefatto. Non sentivo più né graffi né morsi e mi accorsi di tenere in braccio il corpo caldo e morbido di un piccolo neonato. Si era aggrappato a me, sereno, e stava dormendo con il capo appoggiato al mio petto.<br />
Osservai il ragazzo, di fianco a me, che aveva assistito con orrore a quanto era successo. Poi lanciai il bimbo verso il cielo, quasi si trattasse di una colomba da liberare alla fine di un matrimonio, ed egli scomparve, come se non fosse mai esistito.</p>
<p>&#8220;Riportare in vita cadaveri o chiamare spiriti dall&#8217;Aldilà è sbagliato.&#8221; Dissi.<br />
Il ragazzo annuì.<br />
&#8220;Certamente i tuoi sacerdoti ti avranno spiegato che questa è stregoneria, Magia Nera.&#8221;<br />
Annuì nuovamente.<br />
&#8220;Come spieghi allora quello che è accaduto. Mi consideri forse un uomo malvagio per ciò che ho fatto?&#8221;, chiesi.<br />
Lui fece cenno di no con il capo e rimase a guardarmi, turbato e privo di risposte.<br />
&#8220;Ragazzo&#8230; Non è possibile nascondere le colpe, né le nostre né quelle altrui. A volte per riparare è necessario fare cose che sembrano orribili. Voi siete gente religiosa e i vostri sacerdoti vi hanno sempre impedito di ricordare o di affrontare questo spirito. Ma in un certo senso è stato proprio questo&#8230; siete stati proprio voi, agendo così, la causa di questa maledizione.&#8221;<br />
Il ragazzo annuì, in modo meno meccanico, riflettendo sulle mie parole.<br />
Gli sorrisi e poi scesi da quel tetto, tornando vero la locanda.<br />
Ero più esausto che mai e nulla ora avrebbe potuto impedirmi di riposarmi e dormire a lungo. Il giorno successivo, non appena mi svegliai, lasciai per sempre il villaggio e la sua valle maledetta, non solo con il corpo, ma anche con lo spirito&#8230;</p>
<p>Tanto che ora non saprei assolutamente dire dove essa si trovi.</p>
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		<title>Il Filtro d&#8217;Amore</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 1998 02:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[-&#8230;Così, ho seguito il consiglio di questa mia amica e ho deciso di venire da lei, Maestro. &#8211; Luigi si alzò leggermente dalla sedia per raggiungere il portacenere e diede un nervoso scossone alla sigaretta, fumata ormai quasi fino al filtro. Dall’altra parte del tavolo ingombro di libri, fogli sparsi, penne e occupato in parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.abietto.net/pics/articoli/filtropict.jpg" align="right" />-&#8230;Così, ho seguito il consiglio di questa mia amica e ho deciso di venire da lei, Maestro. &#8211; Luigi si alzò leggermente dalla sedia per raggiungere il portacenere e diede un nervoso scossone alla sigaretta, fumata ormai quasi fino al filtro. Dall’altra parte del tavolo ingombro di libri, fogli sparsi, penne e occupato in parte da un computer portatile e da un bricco di caffé freddo semivuoto sedeva un vecchio cinese dall’aria assorta, con due occhi a fessura che all’apparenza sembravano incapaci di vedere ma che dopo qualche istante mettevano a disagio per la profondità e l’acutezza.<br />
-Capisco. Dopo questo lungo racconto, però, quello che vorrei sapere è esattamente per quale motivo è venuto qui, signor Luigi. Cosa pensa che possa fare per lei?<br />
-Beh, per la verità non lo so bene neanche io. Vede, il problema è che sembra proprio che non ci siano speranze con Elena. Siamo stati insieme così tanto tempo, ne abbiamo passate così tante e ora&#8230; Ora sembra che sia tutto finito, così, di botto. Non sono riuscito a sopportare il sospetto che mi tradisse e poi sono stato io stesso a tradirla. In fondo, che lei lo abbia fatto o meno ora non ha più nessuna importanza, dato che il nostro rapporto si è logorato così a lungo. Quando ho cominciato a frequentare Francesca era una cosa innocente, all’inizio io non pensavo affatto a fare nulla di sconveniente con lei. Non so come, insomma, ma dopo qualche mese siamo finiti a letto insieme e abbiamo continuato a farlo. Anche lei, in fondo, non è da biasimare: pensi che il suo ragazzo dopo anni di felice fidanzamento l’ha lasciata poco prima di spedire le partecipazioni per le nozze. È stato un duro colpo.<br />
-Già, lo posso immaginare. Ma ancora non capisco con esattezza cosa vuole da me, signor Luigi. Forse posso farle frequentare un corso di meditazione trascendentale, che è tenuto da un mio fido collaboratore&#8230; Questo potrebbe senza dubbio aiutarla a comprendere meglio i suoi sentimenti e a prendere una decisione il più possibile definitiva. O forse, con qualche “seduta”, potrei io stesso darle qualche consiglio su ciò che è meglio per lei.<br />
-Sì, sì, ho già fatto Yoga, ho frequentato dei corsi di alcuni gruppi “new age”, ho passato un po’ di tempo in una scuola di arti marziali tradizionali, ho fatto volontariato&#8230; Non so. Per qualche tempo ognuna di queste cose ha avuto effetti positivi, almeno così sembrava. Ma la realtà delle cose, quando si torna nella quotidianità, è così complessa che mi sembra di essere intrappolato in una ragnatela. Ogni volta c’è una scusa diversa e nuova per compiere vecchi errori, ogni volta si torna a discutere delle stesse cose senza venirne mai a capo&#8230; Proprio non so. Vede, questa mia amica mi ha parlato di lei in modo molto convincente. Mi ha detto che lei è anche un esperto di erbe e di medicamenti, di agopuntura, di, se così possiamo chiamarla, Magia Cinese&#8230;<br />
Il vecchio professore strizzò gli occhi ancora di più, tanto che sembrava averli chiusi. -Lei crede nella magia, signor Luigi? Voglio dire&#8230; Questo per lei è un momento disperato e tutti gli uomini sono tentati di credere nella magia, o nel Dio dei Cristiani o in qualche altra forza superiore, quando sono disperati. Ma lei ci crede veramente?<br />
-Diamine, non lo so&#8230; Credo di sì. Penso che tutte queste leggende e queste credenze popolari debbano pur avere una base concreta e solida. Forse ci sono fenomeni che la scienza odierna non è ancora riuscita a spiegare, come la telepatia o la psicometria&#8230; Sa, la capacità di “ricordare” la storia di una persona o i suoi pensieri anche dopo la sua morte toccando degli oggetti che le appartenevano&#8230;<br />
-So benissimo cosa sono queste cose &#8211; disse il vecchio professore &#8211; e si tratta di fenomeni assolutamente naturali, che la scienza moderna li riconosca come tali oppure no. Per sua informazione, sia la CIA che il KGB hanno investito miliardi di dollari e di rubli per la sperimentazione su soggetti ritenuti ESPER di alto livello. Non credo che avrebbero buttato via i soldi dei contribuenti in quel modo se fossero tutte baggianate. Ma io non sto parlando di questo&#8230; Io sto parlando di magia.<br />
Luigi rimase a lungo in silenzio a osservare il volto rugoso del vecchio, cercando di capire esattamente a cosa si riferisse. In fondo la domanda era molto semplice e la risposta avrebbe dovuto essere altrettanto semplice e diretta.<br />
-Sì, Maestro. Ci credo.<br />
-Molto bene. Quand’è così, forse ho qualcosa che può fare al caso suo.<br />
Il Maestro si alzò e si avvicinò a una delle grandi librerie divise in scaffali polverosi che coprivano tutte le pareti della stanza, tranne quella dietro la scrivania che ospitava una grande finestra luminosa. Trafficò per qualche minuto tra libri, rotoli di pergamena dall’aria antica, cassetti scricchiolanti e ante cigolanti, fino a estrarre da una vecchia scatola con uno strano ideogramma disegnato sopra un sacchettino di velluto verde, anch&#8217;esso istoriato di simboli curiosi e del tutto estranei alle conoscenze di Luigi.<br />
-Ecco, &#8211; disse il Maestro &#8211; questo è il rimedio al suo problema, ma dovrà farne un uso molto saggio e attento, signor Luigi.<br />
Luigi aggrottò la fronte, fra il perplesso e il sospettoso, mentre apriva una mano per prendere il sacchetto che il vecchio cinese gli stava porgendo. &#8211; Di cosa si tratta? &#8211; disse.<br />
-Oh, nulla di particolare. Un filtro d’amore.<br />
L’espressione di Luigi passò dal sospettoso allo stupito, quindi quella di chi si rende conto troppo tardi di essere stato preso in giro. -Ah&#8230; Sì, capisco. Certo, come ho fatto a non capirlo prima! Un filtro d’amore, certo!<br />
-Credevo che avesse appena ammesso di credere alla magia.<br />
-Beh, c’è magia e magia&#8230; Credo in un certo tipo di magia, non nei trucchi da imbonitore da fiera. Evidentemente quella mia amica mi ha informato in modo un po’ <em>troppo</em> entusiastico.<br />
-La sua amica, ora mi sembra di ricordarla, aveva avuto una frattura dell’anca e la rottura dell’perone della gamba destra, con frattura esposta di tibia. E se non ricordo male anche la rotula era fratturata.<br />
-Sì, infatti, un brutto incidente. La gamba era rimasta accidentalmente schiacciata sotto dei tubi metallici caduti da un camion uscito di strada. Mai vista un’ingessatura come quella in vita mia, è rimasta a letto per mesi.<br />
-E quando è uscita è venuta qui. Era in forte depressione perché avrebbe dovuto smettere di praticare arti marziali nella stessa scuola che ha frequentato anche lei per un po’, signor Luigi. E mi sembra che avesse anche un certo interesse per le danze moderne giapponesi&#8230;<br />
-Il Buto, sì, infatti. Mi ha fatto una testa così con quella roba. Era molto depressa, è vero. E allora?<br />
-Beh, mi sembra che non abbia dovuto smettere di frequentare nessuna delle attività fisiche a cui tanto teneva.<br />
-Sì, infatti&#8230; Ma è una cosa completamente diversa, si tratta di un recupero eccezionale ma ho sentito di casi ancora più strani.<br />
-Certo, ad esempio il Maestro di quella scuola di arti marziali. È stato lui a mandarla da me, e la ragazza in seguito lo ha detto a lei. Il povero Maestro era stato operato d’urgenza di ernia al disco e i medici gli avevano detto che non avrebbe mai più potuto insegnare&#8230;<br />
-Sì, ho capito dove vuole arrivare. Sono venuti qui e lei li ha guariti contro ogni probabilità medica occidentale. Sono preparato per accettare una cosa del genere, si sa che le medicine tradizionali orientali spesso riescono dove l’aspirina e il bisturi non arrivano.<br />
-Non si tratta di medicine. Si tratta di magia!<br />
-Beh, allora facciamo finta che io creda davvero che quella che sto tenendo in mano è un’erba miracolosa che posso usare per fare una sorta di “pozione d’amore”: che cosa ci dovrei fare?<br />
-Questo lo può decidere soltanto lei. Io le posso dire soltanto che chiunque berrà il filtro fatto con queste erbe la amerà in modo puro e incondizionato. Può decidere di farlo bere a Francesca, e lei la amerebbe dimenticando i suoi dolori passati, oppure può farlo bere a Elena, e lei tornerebbe senza più pensare ai propri tradimenti oppure ai suoi. O forse può darlo a qualcun altro&#8230;<br />
-Beh, la situazione è abbastanza complicata anche così. Non mi viene in mente nessun altro a cui potrei farlo bere. Se questo è quanto, Maestro, si tratta soltanto di decidere che cosa voglio, non è così?<br />
-E le sembra una cosa da poco, signor Luigi?</p>
<p>Luigi Raffaelli aveva ventisei anni. Gli piaceva scrivere e collaborava con alcune riviste di cinema e di letteratura, riuscendo a malapena a campare, tra i ritardi degli editori e le tasse. Coltivava un certo interesse per le culture orientali, e aveva molti amici con cui faceva tardi a bere birra, fumare come un turco e a cantare a squarciagola canzoni stonate con vecchie chitarre, in bettole di periferia. Era un ragazzo con molte aspirazioni, ma talvolta gli mancava la costanza di perseguirle fino in fondo, di tentare di realizzarle, e come molti, veniva attratto da ciò che non aveva, da ciò che gli rifuggiva.<br />
A maggior ragione, questo era vero in amore. Elena era la storia della sua vita, il dolce porto che si vede in lontananza quando si torna a casa da un lungo viaggio, oltre l’ultima onda. Aveva passato con lei momenti difficili e i loro caratteri, entrambi aggressivi e complessi, li avevano spesso portati a litigare, fino all’orlo della separazione, e talvolta anche oltre. Poi tornavano insieme per riscoprire le stesse incomprensioni e gli stessi difetti e lasciarsi nuovamente. Questa altalena emozionale era andata avanti per diversi anni, finché, stanco e depresso, sospettoso di essere tradito dagli atteggiamenti ambigui di Elena, Luigi aveva riscoperto l’amore grazie a Francesca. Questa ragazza, dolce e quasi materna, aveva riversato su di lui tutto ciò che non aveva potuto avere nei precedenti anni di rapporto con un compagno troppo egoista. All’inizio era stato bello per Luigi stare con qualcuno che si prendesse cura di lui, dopo che lui stesso si era preso cura per molto tempo di Elena, ma poi aveva cominciato a rendersi conto che il loro rapporto era un tradimento di rimbalzo, una forma di compensazione, di contrappasso. Erano come due ombre proiettate su un muro, la cui esistenza sarebbe stata impossibile senza la luce delle esperienze negative precedenti. Non si trattava di un rapporto vero e concreto, reale, stabile, indipendente, che potesse andare avanti con le proprie gambe. Era una sorta di gioco a chi ha ricevuto più ferite dalla vita, e si faceva a turno per assumere il ruolo dell’infermiera e del paziente.</p>
<p>La sera dopo aver visto il Maestro cinese, Luigi aveva un appuntamento con Elena. Si erano lasciati, per l’ennesima volta, e sembrava che la cosa dovesse essere definitiva. Questa particolare situazione vedeva Elena nella parte di chi ha perso interesse e, quasi di conseguenza, Luigi nella parte dell’ex-amante tradito e deluso. La discussione, a cena, in una trattoria toscana, si dilungò su particolari frivoli più o meno fino all’arrivo dei secondi, grazie a un gioco perfetto ed estremamente raffinato di posizionamento strategico dei pezzi che avrebbero permesso, nella seconda parte, l’apertura delle ostilità in pompa magna, proprio come in una partita a scacchi che si rispetti. Il “via” lo diede proprio Elena, quando chiese, con aria falsamente innocente a Luigi &#8211; Ah, com’è andata poi da quel cinese?<br />
-Bene, bene. Gli ho parlato un po’ della mia situazione e lui ha cercato di trovare qualche rimedio per questa schifosa depressione.<br />
-Sai, mi dispiace molto che tu ti senta in questo modo. Forse non dovremo più vederci così, voglio dire&#8230; Da soli.<br />
-Lo sai come la penso, Elena. Tanto sto male comunque. In questo momento sono molto disorientato da tutto questo casino e non credo di essere in grado di prendere una decisione ferma e di costringermi a rispettarla. Tu, poi, non è che mi dai proprio una mano.<br />
-Cosa vorresti dire? Prima mi inviti a cena e poi affermi che non avrei dovuto accettare? Se avessi detto di no probabilmente mi avresti fatto una scenata al telefono.<br />
-Guarda che sei stata tu che mi hai fatto una scenata al telefono l’altro venerdì, quando non avevo voglia di vederti.<br />
-Certo, perché tu pretendi di uscire con tutti i nostri amici, di andare al cinema o chissà dove… E dato che non hai voglia di vedermi io dovrei rimanermene chiusa in casa.<br />
-Puoi sempre uscire con <em>quell’altro</em>!<br />
-Già, perché adesso Fabio è diventato quell’altro! E allora la tua “altra” dov’è adesso? O ha un “altro” anche lei?<br />
-Complimenti per il tatto, tesoro. Prego, prego, affonda pure il coltello. Tanto cosa te ne frega di ciò che mi ha spinto a fare quello che ho fatto.<br />
-Ah, certo! Tutti hanno una giustificazione, se vogliono trovarla.<br />
-Tu no.<br />
-Sì, eccome che ce l’ho. Tu mi davi sempre per scontata. Beh, come vedi non lo sono affatto.<br />
-Se è per convincermi di questo che mi hai lasciato e che sostieni malignamente di non amarmi più, allora ci sei riuscita completamente. Torniamo insieme.<br />
-Basta con questi discorsi. Ne abbiamo già parlato. È inutile, tanto tu mi feriresti di nuovo come hai già fatto in passato.<br />
-E per quanto tempo dovrò pagare le colpe dei padri?<br />
-Io non ti voglio far pagare nessuna colpa, idiota! Cosa credi, che sia il Credito Commerciale, che arrivi, apri un conto e quando vuoi chiuderlo vieni alla cassa? E poi io non “affermo malignamente” di non essere più innamorata di te. Non lo sono e basta.<br />
-Dev’essere per questo che ieri mi hai chiamato alle dieci di sera e hai messo giù il telefono alle sei e mezzo del mattino. Oltretutto lo sai che io lavoro in quegli orari, dato che per le riviste spesso gli articoli arrivano all’ultimo momento&#8230;<br />
-Sì, certo. Diciamo piuttosto che sei un fallito che non ha voglia di fare un cazzo dalla mattina alla sera e che si riduce a lavorare la notte prima di consegnare gli articoli, come facevi a scuola prima delle interrogazioni.<br />
-Ma chi cazzo credi di essere tu per giudicare il mio lavoro? Cos’è che fai? Paleoantropoetnologia? E gli sbocchi professionali quali sarebbero? Andare a fare le seghe a qualche burundi in Africa? O vorresti passare il tuo tempo da “persona adulta” a farti fare il “grooming” da qualche gorilla? No, perché a uscire con Fabio ci sei vicina già adesso!<br />
-Vaffanculo.<br />
-Uno a zero palla al centro.<br />
-Vaffanculo due volte. Quando non sai più che cazzo dire offendi.<br />
-Senti chi parla! Chi è che ha nominato la parola “fallito” per primo, nella discussione?<br />
-Questa non è un’offesa, è la pura verità.<br />
Luigi, a quel punto, si ricordò del filtro che portava nella tasca della giacca. Rimase in silenzio per qualche minuto. La storia con Elena era evidentemente finita, era ora di rendersene conto e di tirare avanti. Pensò a Francesca. Forse avrebbe potuto costruire qualcosa di concreto con lei, nonostante tutto. Era inutile starci su a pensare troppo, tanto&#8230; Sarebbe bastato versare le erbe nel bicchiere di vino, mentre Elena andava alla toilette per risolvere il problema una volta per tutte. Niente più litigi, niente più mollarsi e rimettersi insieme, niente più amici esausti dai loro continui contrasti&#8230; Già, ma allora Francesca? Forse avrebbe continuato a tradire Elena anche dopo questa piccola “magia”. Anzi, forse sarebbe stato più facile, dato che lei, invece, lo avrebbe amato in modo puro e incondizionato.<br />
Alla fine disse: -Sai, la cosa divertente è che non so nemmeno che cazzo sto qui a parlare con te. Se volessi, tu potresti innamorarti di nuovo di me per sempre, anche questa sera stessa.<br />
-Davvero? &#8211; La maschera ironica di Elena aveva una smagliatura di preoccupazione ai bordi delle labbra.<br />
-Già. Ma, vedi. Si dà il caso che non lo voglia. Non mi vuoi più? Bene, vai pure a fare in culo con Fabio e divertiti a roderti l’anima. Tanto lo sappiamo tutti e due che fra qualche mese tornerai strisciando, non appena ti renderai conto che me ne sono andato per davvero.<br />
-Se lo pensi veramente&#8230; &#8211; Luigi sbagliava o non c’era più tanta sicumera e determinazione nella sua voce?<br />
-Già, lo penso veramente. E sai cosa penso, anche? Che questo tuo continuo spingere via la gente per metterla alla prova e vedere quanto ci tiene davvero a starti vicino sta rompendo i coglioni a tutti. Per quanto uno voglia starti vicino, se continui a spingere, prima o poi si stancherà e deciderà di andarsene per sempre. Prima o poi ti ritroverai sola e incapace di amare.<br />
-Io non sono incapace di amare! Sei tu che sei incapace di amarti, quindi come può qualcuno innamorarsi davvero di te! Non so nemmeno per quale motivo sia stata tanto tempo insieme a un autolesionista masochista simile! E poi, guarda che il primo che spinge via la gente per metterla alla prova sei tu!<br />
Nel frattempo era arrivato il cameriere a portare il conto. Alcune frasi erano state pronunciate a un volume un po’ troppo alto, e alcuni avventori del locale si erano girati, vistosamente infastiditi dalla discussione. Luigi ed Elena, senza più parlare e con musi lunghi, uscirono da locale. Entrambi giurarono che non si sarebbero più visti in quel modo. Entrambi stavano giurando qualcosa che, molto probabilmente, non avrebbero potuto mantenere.</p>
<p>Era evidente che non avrebbero mai potuto andare avanti così. Se Elena, dopo tre anni di rapporto intenso, contraddittorio e conflittuale, ma vero e profondo con Luigi, preferiva passare il suo tempo a flirtare con Fabio, che era indeciso fra lei e la sua ex-fidanzata (e nel frattempo se ne approfittava andando a letto con tutt’e due), tanto peggio per lei. In fondo, Luigi era un bel ragazzo, vagamente somigliante a Rob Lowe da giovane, e le donne non gli erano mai mancate, mentre Fabio sembrava l’incrocio tra un giocatore di Rugby neo-zelandese e un tricheco un po’ sovrappeso. Che, diavolo, Elena stessa non poteva pretendere di stare con un modello: anche lei era un po’ sovrappeso, soprattutto sui fianchi e sui glutei, e da tempo non si curava più con la stessa attenzione che aveva avuto nei primi mesi del loro rapporto. Francesca, invece&#8230; Beh, era davvero un sogno di ragazza, alta, bionda, con luminosi occhi azzurri e curve tali da mettere a dura prova anche un asso della Formula Uno. Ogni volta che pensava al paragone Elena, in qualche modo, spariva dalla sua mente, per tornarci non appena ripensava a cose che trascendevano un po’ di più l’aspetto esteriore, come i ricordi, le esperienze, i lunghi viaggi d’estate, la breve convivenza che avevano provato (disastrosamente) insieme. La sua mente era simile a un vulcano che esploda al Polo Nord: ghiaccio che tenta disperatamente di sbollire e raffreddare il magma incandescente e lava rovente che lacerava gli iceberg spezzandoli con il proprio calore d’inferno. Una continua lotta che sembrava senza soluzione di continuità, senza scopo, senza vinti né vincitori.<br />
Comunque, volente o nolente, doveva uscire da quello stato. Decise di lasciar perdere una volta per tutte Elena, con tutti i suoi casini mentali e le sue contraddizioni, e di andare da Francesca per sistemare le cose definitivamente.<br />
Suonò il campanello con un certo nervosismo. Sapeva che Francesca non amava molto le improvvisate, ma contava di riuscire a riscattarsi in breve tempo, dopo averle detto che aveva intenzione di mettersi con lei stabilmente, senza altri ripensamenti o titubanze.<br />
Francesca aprì la porta e sul suo volto si dipinse un’espressione di sorpresa, non senza una nota di cordialità.<br />
-Luigi! Ciao, che bella sorpresa!<br />
-Stai bene? &#8211; Chiese lui con fare scherzoso.<br />
-Sì, certo! Come va? Tutto a posto? Com’è andata poi, con quel cinese.<br />
“Ma si sono messe d’accordo ‘ste due?” pensò, mentre entrava nell’appartamento che Francesca divideva con una sua amica.<br />
-Bene, bene&#8230; Mi ha dato qualcosa per calmarmi e per farmi passare un po’ la depressione. Ma non è per questo che sono venuto qui. Ecco, io… Volevo parlarti.<br />
-Sì? Bene. Siediti, dai, raccontami tutto.<br />
-Beh, vedi Francesca, &#8211; disse Luigi mentre si sedeva accanto a lei sul divano del soggiorno &#8211; volevo dirti che&#8230; Insomma&#8230; Oh, al diavolo. Ho fatto le prove persino in ascensore e adesso non riesco a trovare le parole.<br />
-Calmati&#8230; Prendi un po’ di quella roba che ti ha dato quel cinese e rilassati, così poi le parole ti vengono! &#8211; disse lei ridendo.<br />
-Sì, beh, forse non è il caso, dopotutto. &#8211; tirò un forte sospiro, quindi cominciò a parlare &#8211; Vedi, la storia con Elena è finita per sempre. Ho deciso di dare un taglio netto a quella situazione e sono venuto qui perché vorrei provare a stare con te in modo più serio. C’è stato qualcosa di molto bello fra di noi, in questi mesi e&#8230; Beh, credo che varrebbe la pena tentare.<br />
Il silenzio di Francesca non gli sembrò un buon segno.<br />
-Beh, cosa c’è? Dimmi qualcosa! Credevo che fossi contenta!<br />
-Ecco, Luigi. Il fatto è che ho risentito Silvio.<br />
-<em>Cosa</em>? Dopo sei mesi di silenzio stampa ha deciso proprio adesso di richiamarti?<br />
-A quanto pare. Mi ha telefonato due giorni fa. Abbiamo parlato a lungo al telefono e credo che si sia veramente pentito di quello che è successo. Forse dovrei dargli un’altra possibilità.<br />
-Sicuro, come no!? Perché non mi mandi un biglietto con l’invito alla cerimonia, così so quando <em>non</em> mi devo presentare.<br />
-Sei cattivo a parlarmi così.<br />
-E lui, a piantarti in asso praticamente davanti all’altare, invece è Madre Teresa di Calcutta, giusto? Cristo, sembri uscita da una canzone di Elio e le Storie Tese.<br />
-Una canzone di <em>chi</em>? &#8211; E Luigi realizzò improvvisamente che con Francesca non avrebbe funzionato.<br />
-Lascia perdere, roba troppo intellettuale per te. Così, dopo sei mesi che ti faccio da spalla su cui piangere mi dai il benservito da uno che ha fatto piangere tua madre per due settimane. Complimenti per l’acume.<br />
-Ti ho detto di piantarla.<br />
-No, non l’hai detto. Hai detto che ero cattivo, ed è esattamente così che mi sento. Cattivo.<br />
-Beh, allora puoi anche andartene. Apprezzo quello che hai fatto per me e non nego che la tua proposta sia lusinghiera e tentatrice. Ma non posso ricominciare da zero senza essere sicura che con Silvio sia davvero finita.<br />
-Cosa vuoi, come prova? Delle foto che lo ritraggono mentre si fa tua sorella? Magari con lei vestita da Cappuccetto Rosso e lui da Lupo Cattivo?<br />
-La tua ironia sta facendo progressi.<br />
-Di pari passo con il tuo masochismo.<br />
-Anch’io ho fatto delle cose per te.<br />
-Certo! È esattamente per questo che pensavo che sarebbe stato bello insieme. Ma evidentemente tu non sei ancora pronta per un rapporto adulto e maturo.<br />
-AH! Saresti tu, quello adulto e maturo? Lo stesso Luigi che si trascina dietro da tre anni un tira e molla continuo con una che gli mette le corna a ogni pie’ sospinto?<br />
-Penso proprio che questa discussione sia terminata. &#8211; disse Luigi alzandosi e dirigendosi verso la porta.<br />
-Lo vedi? Lo vedi? Non è finita con Elena! Altrimenti non te la prenderesti così, non reagiresti in questo modo.<br />
-Ma vaffanculo, Francesca. Può essere finita quanto vuoi, non è un buon motivo per tirare colpi bassi e rigirare il coltello nella piaga. Se io volessi &#8211; disse stringendo nel pugno, dentro la tasca della giacca, il sacchettino con l’infuso magico &#8211; tu cambieresti idea anche ora, e ti metteresti con me con un entusiasmo che non hai mai conosciuto in vita tua.<br />
-Davvero? Beh, allora probabilmente non lo vuoi, dato che non sento di star cambiando idea da un momento all’altro.<br />
-Già, proprio così. Non lo voglio. Addio, Francesca. E quando sarai sul sagrato ad aspettare la macchina da due o tre ore, non chiamarmi più. Trovati un altro a cui raccontare le tue tristi storie patetiche.<br />
Luigi se ne andò sbattendo la porta, felice, se non altro, di aver avuto l’ultima parole e di aver fatto un’uscita se non proprio di classe, almeno sicuramente a effetto.</p>
<p>Camminava stancamente, quasi trascinando i piedi, per le strade insonnolite e intirizzite della città. Grigio intorno a lui, grigio dentro. Non aveva nemmeno più lacrime per autocommiserarsi, e si limitava a osservare con falsa attenzione i lastroni del marciapiede, come se fosse l’unica cosa che gli era rimasta da fare. Poi, ad un tratto, vide un biglietto da diecimila lire nascosto sotto un sacchetto dell’immondizia. Cazzo, avrebbe puzzato, ma erano pur sempre soldi! “Sì, soldi sporchi!”, pensò, ridendo fra sé e sé.<br />
Li raccolse e si diresse verso un camion-chiosco che vendeva panini alla porchetta e altre schifezze simili, che soltanto extracomunitari, metronotte, puttane e ragazzotti figli di papà impasticcati appena usciti dalle discoteche potevano trangugiare pretendendo che fossero buone. Una cosa, forse, si salvava: il panino con wurstel e crauti, se lo si affogava adeguatamente con un po’ di senape.<br />
Ordinò il panino e una bottiglia di Pepsi, e mentre aspettava l’ordinazione e vedeva la sua immagine e quella dei pochi altri avventori riflessa sul vetro inclinato sotto l’insegna, improvvisamente capì.</p>
<p>Luigi fece cadere con molta attenzione tutto il contenuto del sacchetto nel bicchiere, seduto di fronte alla persona che aveva scelto. Mescolò il tutto con il dito, facendo attenzione che non rimanesse il benché minimo rimasuglio sul fondo. Si stupì un po’ vedendo che la mistura cominciava a emettere un curioso fumo verdognolo. “Cavoli,” &#8211; pensò &#8211; “dev’essere proprio magico, questo filtro.”<br />
Poi, mentre si portava il bicchiere alla bocca, si fermò a osservare, per l’ultima volta, la sua stessa espressione, di fronte allo specchio della scrivania di camera sua, che da quella sera in poi non sarebbe stata più la stessa.</p>
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		<title>Al di là della Collina</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 1994 02:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi chiedi se conosco la leggenda del Viaggiatore? No, non conosco tutto ciò che è stato detto di lui, non conosco la leggenda che lo accompagna in questi anni in cui il cuore degli uomini è immerso nella paura e nella rassegnazione. Ma conosco la verità. Ho conosciuto il Viaggiatore quando ero bambino. No, aspetta: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.abietto.net/pics/articoli/collinapict.jpg" align="right" />Mi chiedi se conosco la leggenda del Viaggiatore?<br />
No, non conosco tutto ciò che è stato detto di lui, non conosco la leggenda che lo accompagna in questi anni in cui il cuore degli uomini è immerso nella paura e nella rassegnazione.<br />
Ma conosco la verità.<br />
Ho conosciuto il Viaggiatore quando ero bambino. No, aspetta: ho sentito dire che i Bardi e le genti libere lo credono un essere millenario, ma non è così. Ascoltami, vuota la tua mente da stupide dicerie da comari e presta attenzione alle mie parole.<br />
Egli camminava su queste terre non più di un centinaio di anni fa.<br />
Io ero un bambino, a quel tempo; un bimbo che sapeva a malapena camminare e pronunciare qualche parola.<br />
La storia del Viaggiatore, amico mio, è stranamente intrecciata con la mia&#8230; Forse è per questo che sono tanto vecchio, forse dovevo raccontarla a qualcuno prima di morire.</p>
<p>Egli giungeva al nostro castello abbigliato con i colori delle sere d’estate, ammantato nel buio delle notti primaverili, tempestate di stelle fredde, cavalcando uno stallone grigio come il suo nome: Cenere.<br />
Nessuno avrebbe avuto il coraggio di alzare il ponte levatoio al suo arrivo, nemmeno quando la guerra e la pestilenza vessavano le nostre contrade. Anzi, proprio in periodi come quelli era ancora più gradita una sua visita, e gli uomini sorridevano nella sala del trono, ascoltando le sue storie e bevendo vino, e le donne sospiravano con il cuore gonfio di malinconia, incontrando il suo sguardo verde come i prati di Camerlach.<br />
Entrava e accettava con gioia e con dignità ogni frutto o boccale che gli venisse offerto. Non ricordo di averlo mai visto una volta dire di no, anche quando era sazio, anche quando aveva vuotato molti calici, pur di non offendere una dama o un cavaliere.<br />
Si sedeva insieme a noi e d’improvviso non c’erano più servi e signori, guardie o stallieri&#8230; Eravamo tutti lì intorno, a guardarlo come se potesse svelarci i Nove Segreti degli Dei.<br />
Dopo aver mangiato e bevuto a sazietà, come si suol dire nelle favole che si raccontano ai bambini per farli addormentare, si appoggiava la piccola arpa sulle ginocchia e cominciava a raccontare le storie dei suoi viaggi, accompagnandosi con quel suono.<br />
“Ora basta con le storie”, diceva, “non ti sembra che sia ora di andare a dormire? È tardi per un giovanotto come te!”<br />
Ma io sapevo che solo i bambini venivano messi a letto presto, mentre gli adulti rimanevano ancora a lungo ad ascoltare altre storie, i racconti delle sue avventure con le dame delle contrade che aveva visitato. E i cavalieri ridevano e si davano di gomito, e le donne arrossivano, oppure, al termine di una storia triste, tutti osservavano il pavimento in terra battuta come se cercassero una Corona d’Oro persa chissà dove.</p>
<p>Anno dopo anno egli tornava da noi. Anno dopo anno aveva visitato nuovi luoghi, alcuni dei quali non si erano mai sentiti nominare nemmeno dai Maghi e dai Bardi più avventurosi. Eppure nessuno dubitava della sua buona fede, o meglio, a nessuno importava che quelle storie fossero vere o meno: erano tanto belle che il semplice fatto di ascoltarle valeva un anno (e talvolta molto di più) di attesa.<br />
Io crebbi, ma il Viaggiatore sembrava non invecchiare mai. A quell’epoca gli uomini lo guardavano con il rispetto che si porta a un vecchio e saggio Elfo, nonostante non sembrasse più vecchio di un uomo che aveva visto cinquanta inverni.<br />
Cominciai a parlare con lui, a non lasciarlo in pace nemmeno quando ormai il sole cominciava ad arrossare il cielo a oriente. Parlavamo di molte cose: di popoli fantastici, di fanciulle incantevoli, di orribili draghi e di splendidi cavalieri. Parlavamo della meschinità dell’uomo, e di come, talvolta, sia inestricabilmente intrecciata con la sua dolcezza e il suo coraggio. Ma più di tutto questo a me interessava il Viaggiatore, la sua vita, il suo modo di vedere il mondo.</p>
<p>Fu in una serata strana, in cui il temporale scagliava fulmini tanto poderosi che si vedevano a moltissime miglia di distanza, tanto che non udivamo nemmeno il ruggito disperato del tuono, che lo vidi per l’ultima volta. Quella sera notai per la prima volta che la sua barba era diventata quasi del tutto bianca, e che i suoi occhi, sorridendo, venivano imprigionati in una ragnatela di rughe.<br />
“Mi chiedo” &#8211; gli dissi &#8211; “perché io e la mia gente stiamo qui, in questo castello, facendo sempre le stesse cose, vedendo sempre le stesse facce e pronunciando sempre le stesse parole, giorno dopo giorno. Mi chiedo perché siamo tanto affascinati dalle tue storie, se tanto diversa è stata la nostra scelta. Mi chiedo cosa ti spinge ad andare sempre altrove, senza mai fermarti a prendere fiato. Come facciamo a essere così simili, se siamo così differenti?”<br />
Mi rispose con la sua voce dolce e melodiosa.<br />
“C’è chi resta e chi viaggia. Entrambi possono essere folli oppure saggi. Ognuno segue la sua natura, tranne chi non la conosce e la sta cercando. Per alcuni cercare la propria natura è la propria natura. Per me un luogo solo è troppo, una dama sola è troppo, una vita sola è troppo.<br />
Ho visto le chiome degli alberi della foresta di Quendinorê incendiarsi con il calar del sole e i loro fusti argentei risplendere come la lama di una spada d’oriente, alla luce delle stelle. Ho visto i Nani scendere in guerra con le loro enormi Maschere Gialle e mettere in fuga i padri dei Draghi. Ho sentito la magia scorrere in me nel Monastero del Salice e il Male distruggere le opere dei Giganti. Ho amato cento donne e ho varcato mille porte, ho cavalcato decine di cavalli e ho viaggiato su carri e navi, ho percorso sentieri segreti che tu non riusciresti mai a trovare.<br />
Eppure nessun paesaggio, nessuna donna, nessuna canzone, sono come ciò che c’è oltre la collina. Non conosco altro modo di vivere, per me, e non posso vivere in altro modo. Questa è la mia risposta, ma, purtroppo, non risponde a nulla”.</p>
<p>Ero giovane e avrei voluto andare con lui e lasciare il mio castello. Forse un altro lo avrebbe fatto e sarebbe stato folle, oppure saggio.<br />
Io rimasi e aspettai che il Viaggiatore tornasse, ma non venne più ad allietare i nostri tornei e i nostri banchetti.<br />
Ora so che ho fatto la scelta giusta per me. Ma non esiste una ragione, non esiste uno scopo. Non esiste scelta giusta o sbagliata.<br />
Come disse il Viaggiatore, ognuno deve vivere secondo la sua natura, o perire nel tentativo di cercarla.</p>
<p>Questa è la verità sul Viaggiatore.</p>
<p>Come vedi, amico mio, dopo tutto era un uomo.</p>
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		<title>L&#8217;Ultimo Incantesimo</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Mar 1991 02:56:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>abietto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella città di Altamir viveva un mago tanto colto e saggio da essere famoso in tutta Indùsia per la sua grande sapienza. Alastair, tale era il suo nome, veniva addirittura paragonato al grande Veredjonis. Egli passava le sue giornate chiuso nella camera più alta di una torre di lucida pietra nera che aveva eretto con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.abietto.net/pics/articoli/incantesimopict.jpg" align="right" />Nella città di Altamir viveva un mago tanto colto e saggio da essere famoso in tutta Indùsia per la sua grande sapienza. Alastair, tale era il suo nome, veniva addirittura paragonato al grande Veredjonis.</p>
<p>Egli passava le sue giornate chiuso nella camera più alta di una torre di lucida pietra nera che aveva eretto con i suoi poteri arcani, studiando testi antichi quanto il mondo, miniati in linguaggi dimenticati che, forse, solo lui sapeva ancora comprendere.<br />
Quando il sole sorgeva, Alastair era già sveglio nel suo laboratorio e conduceva ogni tipo di esperimento alchemico in un intrico di provette da cui esalavano fumi verdi o gialli, e quando giungeva la notte, a lungo ancora egli sostava a scrutare il cielo con il suo cannocchiale o a dialogare con i démoni delle tenebre.<br />
Nelle segrete della sua torre erano imprigionati gli ultimi esemplari di Unicorni, di Basilischi, di Ippogrifi, Sfingi, Centauri e molti altri esseri che non avevano un nome, tanto erano antichi: si diceva che nella grotta più profonda dormisse il più vecchio dei Draghi Infernali.<br />
La sua libreria era sempre tenuta ordinata da decine di famigli che lui stesso aveva evocato e che accrescevano la sua grande sapienza. Se l’occhio di un adepto avesse potuto scorrere sugli scaffali, si sarebbe spalancato di meraviglia leggendo titoli come <em>I Manoscritti Pnakotici</em>, <em>Il Libro di Eibon</em>, <em>Le Rivelazioni di Glaaki</em>, <em>Il Libro di Lagash</em> e l’empio <em>Necronomicon</em>. Sembravano fissare le stanze dalle loro rilegature in pelli o scaglie di belve pre-umane, dalle loro cerniere di platino o d’acciaio, dalle loro consunte pagine di carta pergamena.</p>
<p>Ed Alastair stesso aveva un aspetto che ricordava quei libri&#8230; Vecchio più del bosco di Krian ma forte come un giovane, con la pelle del viso raggrinzita tanto da sembrare anch’essa ricoperta di rune, in cui erano incastonati due occhi grigi, penetranti e intelligenti, che non mancavano di mettere un po’ a disagio il suo interlocutore.<br />
Il volto era incorniciato da una lunga barba candida e il corpo da un manto di velluto nero ricamato di simboli magici argentati.<br />
Ma nella sua sapienza, Alastair, era tormentato da un pensiero oscuro, da un’ossessione che l’aveva spinto lungo tutti quegli interminabili anni a interrogare le stelle, gli spiriti dell’aldilà, le viscere degli animali&#8230; la Verità. Egli ambiva più di ogni altra cosa conoscere la Verità. Non la verità che i Magri Notturni gli sussurravano all’orecchio nelle notti illuni, sbattendo silenziosi le loro ali grinzose; non la verità che gli raccontavano i viaggiatori di terre lontane; non la verità che la magia gli offriva&#8230; la Verità Suprema, l’unico grande interrogativo rimasto insoluto, lo scopo e il senso della vita stessa.<br />
Accadde così, un giorno, che Alastair decise di intraprendere un lungo viaggio per andare a trovare il suo Maestro, l’unica persona che davvero meritasse il suo rispetto e la sua ammirazione; l’unico che lui considerasse superiore a sé in sapienza e saggezza.<br />
Il Maestro era morto da secoli ma, nonostante ciò, Alastair s’incamminò con il suo famiglio preferito, un lemure dai grandi occhi castani, aggrappato alla sua spalla.<br />
Gli anni passarono, e Alastair era sempre in viaggio. Aveva ingannato la Morte a lungo con il suo potere, ma neanche il più grande degli Stregoni Neri avrebbe potuto sconfiggerla in eterno, e Alastair non tardò ad accorgersi della sua seconda, indesiderata, compagna di viaggio e capì che presto sarebbe giunto al termine della sua vita.<br />
Questo pensiero lo spronò ancor di più a sopportare le fatiche del viaggio: avrebbe, prima di morire, conosciuto quella Verità che aveva lungamente cercato invano.</p>
<p>Giunse infine in una grande pianura erbosa. Qua e là, come un silente monito a non disturbare il sonno dei più, si ergevano tumuli rocciosi ormai corrosi dagli anni e ricoperti anch’essi da erba e fiori.<br />
Alastair si avvicinò al tumulo del suo maestro e prese a salmodiare un dolce canto in una lingua obliata. Subito una forma apparve di fronte a lui, sempre più nitida, finché poté riconoscere il suo Maestro che lo guardava con gli occhi saggi di un padre.<br />
-Cosa ti ha spinto fin qui, giovane discepolo? &#8211; chiese il Maestro con una voce gentile che riecheggiava nella sua mente.<br />
-Voglio conoscere ciò che ho cercato per centinaia di primavere, ciò per cui ho studiato ogni campo dello scibile umano, ciò per cui ho viaggiato nel tempo, nello spazio o al di là delle dimensioni. Voglio conoscere la Verità.</p>
<p>Il silenzio cadde nella valle.<br />
Il Maestro, dopo qualche tempo che ad Alastair sembrò eterno, parlò: -Tu conosci i nomi di tutte le costellazioni, tu sai recitare migliaia di incantesimi, certamente conosci più idiomi di quanti io stesso non abbia saputo insegnarti, conosci gli arcani segreti dell’alchimia e degli elementi, hai asservito draghi e démoni e i tuoi poteri sono quasi paragonabili a quelli di un dio. Ma mi sai rivelare ciò che si cela nel cuore degli Uomini?<br />
Lo spirito del Maestro scomparve e Alastair spirò mentre rifletteva su ciò che gli era stato detto. Nessuno sa se capì ciò che il Maestro aveva voluto dirgli, prima di morire.</p>
<p>Il lemure scese dalle spalle di Alastair e lo guardò tristemente.<br />
-Povero padrone, &#8211; mormorò &#8211; il solenne voto che avevi fatto a te stesso ti aveva reso cieco. Hai lungamente cercato ciò che già conoscevi, dentro di te.<br />
Gettò un ultimo sguardo sul corpo del padrone, poi spiegò un paio di insospettabili ali, e se ne volò via.</p>
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