Martedì scorso al PalaSharp di Milano (sì, quello che tutti quelli della mia generazione chiamano ancora PalaTrussardi…) c’è stato un concerto che ogni amante del metal di qualità non poteva trascurare: Il Priest Feast: Judas Priest + Megadeth + Testament.
Praticamente un grosso pezzo di storia del Metal, dacchè i Judas Priest sono considerati tra i padri del genere, e Megadeth e Testament alfieri del Thrash ormai definito “classico”, che a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 ha vissuto i suoi momenti di massima gloria ed evoluzione.
In sostanza questa è gente che con la sua musica ha fatto scuola a praticamente tutti i gruppi nati e cresciuti dagli anni 90 in poi, e gli stessi due gruppi di supporto di questo concerto non possono prescindere dal chiamare Rob Halford “papà”.
E’ noto che nel mondo dei concerti rock, ma soprattutto proprio nel metal, esiste una certa regolamentazione riguardo il “peso” dei gruppi, che si palesa poi sui manifesti e sulle pubblicità, sulla scaletta, sui tempi delle performance live, eccetera…
Insomma si tende a dare evidenza ad un gruppo anzichè ad un altro in modo abbastanza meritocratico, ed è corretto che sia così.
Fatta questa premessa, però, ho da levarmi ’sto macigno dalla scarpa che a dire il vero mi dà fastidio già da lungo tempo.
Io davvero non capisco, ma soprattutto non accetto, che ogni volta si applichi sistematicamente quella fottuta regola riguardante i suoni in concerto, secondo la quale il gruppo headliner ha una resa da fare invidia ad un cd e tutti gli altri godono di suoni che definire “di merda” è un eufemismo!
I gruppi hanno suonato tutti in modo egregio, garantendo uno spettacolo di livello altamente professionale, ma non si può trascurare che dei Testament, che nel thrash son appunto mica gli ultimi dei pirla, praticamente non si distinguevano le chitarre, affogate tra il “booom” delle casse della batteria ed il fragore generale di un impasto di suoni e riverberi gestiti in modo assurdo.
Coi Megadeth, gruppone il cui stile richiederebbe una certa pulizia diciamo cristallina del suono, si fa anche qui fatica a distinguere le chitarre, le casse della batteria è più facile immaginarle che ascoltarle… Mustaine sembra abbia una cornacchia in gola… Una roba pietosa.
Poi arrivano i Judas Priest e… miracolo! Quasi ci si chiede se stiano suonando davvero o se ci sia un master in alta definizione nascosto da qualche parte che produce questo risultato sonoro che rasenta la perfezione.
La stessa identica cosa capitò con un divario ancora maggiore all’Unholy Alliance II. Quella del 2007.
I Lamb Of God pareva suonassero in cantina, nascosti sotto i materassi. I Children Of Bodom nel magazzino di un ferramenta, con tutte le minuterie metalliche che vibrano a tempo. Gli In Flames già meglio, ma fragore a manetta.
Poi ti entrano gli Slayer, che anche loro son quasi trent’anni che sul palco piantan giù un bordello che levati, e come d’incanto senti tutto alla perfezione.
I fonici, forse toccati dal fuoco sacro del dio della musica, riescono ad ovviare perfino all’acustica discutibile della struttura, tirando fuori dei suoni da paura.
Allora uno alla fine si chiede:
ma i gruppi di supporto – poi se pure del calibro di Testament e Megadeth – non si incazzano per il fatto che le loro performance vengono sistematicamente rovinate da questa vergognosa regola??!
Ma poi… i miei 45€ di biglietto + 6.50€ (ladri!) di prevendita hanno un valore differenziato o valgono tutti allo stesso modo fino all’ultimo centesimo?