…Già…

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Solo a una settimana di distanza mi sono reso conto che domenica scorsa è morto George Carlin. Forse, alla maggior parte di voi, questo nome non dirà un granché, ma chi ama Kevin Smith lo ricorda sicuramente per le sue piccole parti divertenti in film come “Dogma”, “Jersey Girl”, “Jay & Silent Bob: Fermate Hollywood”. O, per lasciare perdere l’autore di “Clerks”, forse ricorderete la geniale parte del gay ne “Il Principe delle Maree”.
Carlin era uno di quei matti che stanno da soli davanti a un pubblico per ore intere a fare battute continue, dai locali più fumosi e malfamati ai teatri più prestigiosi, quel ruolo che in America viene definito “stand-up comedian”. Uno dei più bravi, irriducibili, geniali, originali e anticonformisti stand-up comedian che si siano mai visti nella storia dello spettacolo. George ha sempre odiato le convenzioni e gli atteggiamenti “politically correct”, non ha mai sopportato l’ipocrisia e la “politeness” che deve caratterizzare gli uomini di spettacolo “mainstream” e ha scandalizzato (e divertito, e stimolato) intere generazioni di un pubblico mai abbastanza abituato alle sue battute acide e corrosive. Senza George Carlin non avremmo avuto un Daniele Luttazzi in Italia… Anche se Daniele, con tutta la sua verve e la sua forza istrionica, non ha mai raggiunto lo stesso grado di potenza espressiva e spesso si è limitato a “prendere in prestito” battute e interi pezzi di monologo dal comico americano, in modo addomesticato e molto più accettabile. Se Luttazzi è un cattolico contro-corrente che fa battute sul Vaticano più o meno comode da credente deluso o esasperato, Carlin è un ateo dichiarato mangiapreti che non si è mai fatto il minimo problema ad offendere le credenze di chiunque, non tanto in modo fine a se stesso, per “épater le bourgeois”, ma per far riflettere persone sempre più apatiche e acritiche nei confronti delle autorità. Carlin è un “uomo contro”, una figura che ha dedicato la sua intera carriera a mettere sotto i riflettori le schifezze che la società moderna spazza sotto il tappeto del quieto vivere. Avere una voce fuori dal coro che si prende gioco di noi, nella miglior tradizione del giullare medievale, e che ha il coraggio di dire che l’Imperatore è nudo, al giorno d’oggi, non è cosa da poco… E questa è una perdita terribile per lo spirito del pensiero libero di tutto il mondo occidentale.
Voglio salutare George ringraziandolo per le risate e le lacrime che mi ha dato. Il cuore, che alla fine l’ha messo a riposo eterno, è sempre stato coraggioso e forte come quello di un leone. Chiudo questo post in sua memoria con alcune delle battute che ha inventato per i suoi numerosi spettacoli in una delle carriere più brillanti e lunghe della storia del cabaret.
“Il Frisbeetarianismo è la credenza che, dopo morti, la nostra anima voli sul tetto e rimanga là.”
“Penso che sia un preciso dovere del comico scoprire dove è stata tracciata una riga per superarla deliberatamente.”
“Sono del tutto a favore della separazione tra Stato e Chiesa. La mia idea è che queste istituzioni ci fottono già a sufficienza da sole… Se si unissero, sarebbe morte certa.”
“Pensate a quanto sia stupida la persona media, e poi realizzate che metà della popolazione è più stupida di così.”
“Fare la guerra per la pace è come scopare per la verginità.”
“Come sapete se una mosca ha scoreggiato? Per un attimo vola in linea retta.”
“Avete mai notato come chiunque guidi più lento di voi sia un idiota e chiunque guidi più veloce di voi sia un maniaco omicida?”
“Penso che dovremmo permettere alla gente di fare ciò che vuole. Non l’abbiamo provato in un bel po’ di tempo… Forse questa volta funzionerà.”
“Non vorrei mai far parte di un gruppo il cui simbolo è un tizio inchiodato a due assi di legno.”
“Solo perché non hai più la scimmia sulla schiena, non vuol dire che il circo abbia lasciato la città.”
“Nascere è un po’ come ricevere un biglietto per andare a vedere lo show dei freak. Nascere in America è come aver vinto il posto in prima fila.”
“La religione ci ha convinto che c’è un uomo invisibile lassù nel cielo che guarda tutto quello che fai, e c’è una lista di dieci cose che lui non vuole che tu faccia, e se le fai finirai in un luogo orrendo con un lago di fuoco dove verrai bruciato e ustionato e strozzato e pugnalato e forconato e picchiato e torturato per tutta l’eternità, fino alla fine dei tempi. Ma lui ti ama! Ti ama e ha bisogno dei tuoi soldi! È eterno e perfetto e onnisciente e onnipotente… Ma per qualche strano motivo, ha bisogno dei tuoi soldi!”
Addio George… Se hai avuto torto, il tizio barbuto lassù avrà un bel po’ di filo da torcere.
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Siccome sabato 28 Giugno 2008, cioè domani, c’è un gruppo che si chiama Silver Key che suona alla Casa di Alex, al n.5 di Via Moncalieri a Milano, sottopongo alla vostra illustre attenzione la relativa locandina, giuntami tempestivamente nella notte onde poter dare annuncio col dovuto margine di tempo, necessario per far sì che accorriate tutti allegri ma soprattutto numerosi.

Vi attendiamo là, alla Casa di Alex, per divertirci e bere qualche ettolitro di birra assieme… così intanto magari ci date anche una mano a capire chi è ’sto Alex.
Visto che poi guidare dopo aver bevuto non è cosa troppo consentita e che soprattutto sarete numerosissimi, sappiate che poco distante dal locale c’è un grosso parcheggio ove è possibile parcheggiare i pullman.
A domani sera!
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Cercando tra la considerevole mole di CD che, mesi dopo il trasloco, ancora riempiono diverse scatole parcheggiate qua e là in giro per casa, mi è ricapitato tra le mani un album che non ascoltavo da molto, molto tempo: “Twisted Into Form“.
Un lavoro datato 1990 e firmato Forbidden, uno dei gruppi più significativi di ciò che fu il thrash metal della cosiddetta Bay Area, realtà per la quale citare nomi come Anthrax, Exodus e Nuclear Assault è cosa tanto ovvia quanto scontata, ma caratteristica di una corrente del metal che segnò in modo particolare la fine degli anni 80 ed un pochino anche l’inizio dei 90.
Non è affatto raro, ma anzi è una caratteristica abbastanza tipica, che il genere fosse onda portante di un messaggio comune di sfogo, denuncia, lotta contro il solito, maledetto, sistema.
Mai come in questo periodo riscoprire un album come questo, che tra l’altro fa fieramente parte delle indiscusse pietre miliari del genere, mi risulta così emblematico e quasi… conferma profetica, come fosse un: “ecco, poi non dire che non te lo avevo detto, io!”
Ripensando a quel ridicolo walkman bianco, tutt’altro che tascabile, con le cuffie dalle spugnette arancioni tipo “donuts” che usavo tenere al mattino nel tragitto tra la colazione e l’ingresso in classe, cercando di riprendere coscienza in treno avvolto nel mio fedele chiodo e all’ombra dei capelli che arrivavano quasi a toccarmi i gomiti, sfogliavo il booklet, dopo qualche pezzo che non manco di fischiettare a memoria così fedelmente che neanche l’avessi finito di ascoltare l’altroieri, e mi fermo sulla traccia #6: “R.I.P.”, rimanendo basìto.
In questo periodo in particolare, per svariati motivi tra i più diversi tra loro il cui elenco vi risparmio per pura magnanimità, sto meditando su molte cose.
Una di queste, forse banale agli occhi di molti, ma non così tanto per me, è questa sensazione di disagio profondo che la società in cui viviamo mi sta dando sempre più, a tal punto da cominciare a farmi desiderare *davvero*, e non solo sognare dicendo “sì sarebbe carino”, di mollare tutto e tutti e ritirarmi su qualche alpe lontana da Dio e dagli uomini, un po’ come quel genio incompreso del nonno di Heidi già fece a suo tempo.
Bene… il testo, come dicevo quasi profetico, è il seguente:
We’ve always been told to stand up tall
“Guard the nation”
This killing force that we have made, what for?
I am sickened by this attitude that plagues
The Mother Earth
It always seems that we’re all fighting
We don’t know what it’s worthClose the door as they beg for more
Children cry as they’re left to die
See the tears running down their faces
See compassion is at end
Mother Earth is crying
Rest in peace… Peace!Who can you believe? It’s never what it seems
Feel the anger
They’re tightening the vice, now who pays the price?
We will!
I am saddened by this selfishness and, “Who cares”
Attitude!
Put down your arms and stop this fighting
Save our Mother EarthClose your eyes, say your last goodbyes
Self-destruct, we’ve run out of luck
See the lights turn to darkness
Realize there is no hope
The human race is dying
Rest in peace… Peace!Desperate - Is what we’ve all become
Helpless - There’s nowhere left to run
Crushing - The spirit of mankind
Forbidding - What’s yet to come!We’ve always been told to stand up tall
“Guard the nation”
This killing force that we have made, what for?
I am sickened by this attitude that plagues
The Mother Earth
It always seems that we’re all fighting
We don’t know what it’s worthWho will drop the curtain
Who will end Earth’s history
No more “Happy ever after”
Rest in peace… Peace
Rest in peace -
Paul Bostaph e compagni lo scrivevano in vista del 1990.
In verità non lo avevo mai letto prima…
…ma vi sembra sia cambiato qualcosa dopo quasi vent’anni?
Ulteriore coincidenza: c’è la reunion dei Forbidden (purtroppo senza Bostaph…).
Suonano a Torino il 23 (questa sera!!) e a Bologna il 25 di Giugno.
Se potete… non perdeteveli.
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“Come se chiama l’amica tua?”
“Debbora”
“Con o senza h?”
“Con, me pare”
“Davero? Sicuro?”
“Si si, tra le due b”
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Mercoledì 7 maggio i Negatif Übermensch, formazione in cui mi pregio di suonare le percussioni, si esibiranno al Legend 54, in viale Enrico Fermi 2/6 a Milano (dietro Piazzale Maciachini) nel contesto del concorso Milano in Musica, presentando alcuni adattamenti in italiano dei propri pezzi e un paio di “new entry”. Speriamo di vedervi numerosi a fare il tifo! Per ulteriori informazioni, potete cliccare sui link. Zaluti!
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Perchè si, sai, allora L’abietto ha un blogs e se lo fa nuovo, con tipo le robe di wordpress figo ultima versione stescion uègon che ti mette le foto di donne nude da solo, e vede con un plaghìn se le tette delle tipe son vere o fatte col fotosciòp, che poi quelle le tiene, tanto è tutto silicone e il silicone ai compiùter ci piace. Allora l’abietto si fa il blogs nuovo perchè l’internets è bello e fa figo dire ci ho un blogs e sono un bloggser. Si, che però l’abietto una volta ci aveva un E/N, non un blogs, e un E/N non so cos’è ma mi sa di AC/DC che fan autogrill però mi ci piacciono cuando sono al Mulligan. Come, quando son al Mulligan? Eh, ma ogni tanto ci vengo a Milano. A milano ci vengo a fare le robe di raps, perchè io son un artista raps (macchè), però a milano ci sono altri raps e vince Milano. Che poi sonosco Fish (cuello vero, non il ciccio anglo che canta male, si è inutile che guardi male eh) e Fabri Fibra e son simpa. L’Abietto meno. Difatti rappa di merda.
Allora in cuesti giorni io son a Udine (la città più bella del mondo, se il mondo fosse Udine) al Far East Film Festival. Che è figòn. Per dieci giorni Udine (la città più cinese del mondo, se si esclude le altre) è piena di cinesi e giappi e filippi e diosacosa. Però son simpa, la lega è contenta, paga da bere, solo un giro però, son foresti, non si esagera, non è bel, poi si abitueno.
Io ci ò dato una mano a fare il bùching. Si che non è una roba brutta di porni. Che poi, brutta.
Hm. Dicievo. Ci ò portato un pò di musici, alcuni si, altri ci an detto nò e mi è dispiaciuto. Però ci son riuscito a portar come diggei AUIBBI’, che i saponi scrivono Howie B. Ci ha prodotto gli Udue, ci a prodotto Biorchk e altri famosoni. Mica come te. E tanto pure l’Abietto che ne sa tanta e sempre e io e io e pippippì e pippippì verrà nella Udine più famosa del mondo cuest’estate che ci viene anche Pòl Saimon in data unica italiana di Udine. Che se ci guardi le foto ultime sembra vecchissimo invece è vero. Cazzo se è ansiano.
Bene. Vado a divertirmi nella notte della città più Udine del mondo.
Che bene.
*SIGH*
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Ieri Pier Online (mi raccomando, con lo spazio, che sennò s’incazza), ha scritto un post commemorativo in occasione della morte di Charlton Eston, e ha ricordato come egli sia stato importante dal punto di vista artistico nella creazione di autentiche icone del cinema americano, ma anche un pacifista contestatore anti-Vietnam, un sostenitore delle associazioni dei diritti civili e il presidente della NRA (la “National Rifle Association”, un’importantissima associazione americana che costituisce la punta dell’iceberg della lobby americana di produzione e distribuzione di armi da fuoco). Il mio esimio collega e co-poster ha dichiarato che l’intervista fatta da Michael Moore a Heston nel film “Bowling for Columbine” è stata un colpo basso, un vigliacco attentato al già provato equilibrio mentale dell’attore, affetto da Alzheimer e demenza senile. Ho risposto con un commento sul suo sito, ma dopo aver letto altri interventi interessanti su Internet mi sono convinto che l’argomento meritasse un post a sè e qualche parola in più. In America, come molti sanno, procurarsi delle armi da fuoco e delle munizioni non è molto difficile (le legislazioni variano, naturalmente, da Stato a Stato). Questo significa che nella stragrande maggioranza delle case americane c’è almeno un fucile da caccia o un revolver per “difesa personale”. Moore pensa che tutto ciò non serva affatto a difendersi o a esercitare le proprie libertà costituzionali, ma che sia un’abile manovra mediatica e commerciale da parte delle grandi multinazionali produttrici di armi da fuoco per creare un indotto elevatissimo, aumentando il proprio giro d’affari e il proprio fatturato a dismisura. Egli afferma che le associazioni come la NRA e le suddette multinazionali non si occupino affatto delle conseguenze di questa vendita indiscriminata di pistole, fucili e armi automatiche, e protesta contro il fatto che un teen-ager possa tranquillamente entrare in un Wal-Mart, in molti Stati, ed uscire con una Glock e un caricatore pieno. Contro la NRA ci sono naturalmente molte iniziative e proteste, e se anche Moore ha ecceduto in cattivo gusto durante la sua intervista a Heston, lo ha fatto per uno scopo che riteneva più importante, e cioè denunciare il fatto che (ad esempio) il presidente di tale associazione, che difendeva gli interessi della stessa e faceva pubblicità ai suoi scopi, anche come figura mediatica di monumentale importanza, era un vecchio rincoglionito, probabilmente a sua volta strumentalizzato o comunque non nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. In questo non è stato probabilmente né il primo né il più originale a scagliarsi contro questa politica permissivista americana, ma certamente è stato uno di quelli maggiormente criticati e più in vista negli ultimi anni. Ma attenzione: ci troviamo anche nella stessa società dove i Cristiani integralisti vogliono insegnare la “teoria” del creazionismo nelle scuole pubbliche e private durante l’ora di Scienze, nella società in cui tali associazioni religiose influenzano pesantemente il voto di migliaia di persone e fanno da agenti moralizzanti contro ogni forma di violenza, a loro parere, eccessiva o indebita. Lo stesso Paese in cui le associazioni di genitori e di consumatori, nonché molti politici che vogliono mantenere il cadreghino e rafforzare le proprie basi elettorali, si lanciano in crociate demagogiche prive di qualsiasi senso logico che fanno presa sull’ignoranza, sulla superficialità e sulle paure dell’americano medio. Nello stesso Paese in cui un malato di Alzheimer per anni fa pubblicità a una multinazionale della morte, affermando di essere coerente e di difendere le libertà costituzionali dei cittadini americani, ci sono disegni di legge per vietare la vendita e il noleggio di videogiochi come GTA San Andreas o Resident Evil ai minori di diciotto anni. Un Paese in cui un sedicenne, di conseguenza, non può assolutamente sparare agli zombie con un’arma giocattolo di plastica davanti alla TV, ma può acquistare un’arma di metallo reale con proiettili reali al supermercato. Questo paradossale e assurdo divario ha recentemente spinto anche lo scrittore di Bangor Stephen King, che più volte è stato attaccato in prima persona come “corruttore di menti giovani”, a scrivere un commento sul noto portale giornalistico americano EW.com. Ne riporto soltanto uno stralcio, cercando di rendere il senso in una rapida traduzione:
“Quello che mi fa davvero diventare matto è quanto i politici siano inclini a usare la cultura popolare (non solo i videogiochi ma anche la TV, i film e persino libri come quelli di Harry Potter) per i loro fini. È facile, per loro, probabilmente anche divertente, perché sono argomenti che scatenano sempre molto clamore. Inoltre, questo permette ai legislatori di, per così dire, ignorare gli elefanti in salotto. Il Primo Elefante è il sempre crescente gap tra i ricchi e i poveri in questa Nazione. Il Secondo Elefante è l’amore quasi patologico dell’America nei confronti delle armi da fuoco. È stato fin troppo facile per i critici affermare che Cho Seng-Hui era un fan di Counter Strike (cosa non vera, tra l’altro). - Cho Seng-Hui è un ragazzo responsabile di una strage. Purtroppo i legislatori non sono stati altrettanto inclini a sottolineare che il ragazzo non ha avuto alcun problema a ottenere una pistola semiautomatica 9mm. Cho ha usato l’arma in un attacco che come risultato ha avuto ben 32 morti. Se avesse avuto a disposizione soltanto una pistola di plastica di un videogioco, non avrebbe potuto nemmeno uccidere se stesso. Caso chiuso.”
Le contraddizioni nella nostra società sono molte, e in America sono ancora più accentuate poiché, per così dire, è il “Centro dell’Impero”, la nostra Coruscant locale. E, talvolta, la frustrazione fa fare cose eccessive e spettacolari. Ma continuo a pensare che Moore non avesse tutti i torti.
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Esiste un mondo nascosto, simile al nostro ma più piccolo, concentrato, filtrato da tutto il flusso “mainstream” di stimoli che ruotano attorno alla nostra vita, che predilige la qualità e l’essenza alla quantità spesso indifferente delle cose.
È quel mondo che viene sempre definito “di nicchia”, un substrato molto più attivo e prolifico di quanto non si creda, nel quale però, forse perchè è un terreno difficile, forse chissà… mette piede solo una piccola percentuale di persone, ma ognuno può trovare, se la cerca, la sua minuscola succosa nicchia nascosta che lo aspetta.
Esiste un luogo, a Milano, che per gli amanti del progressive-rock rappresenta un vero e proprio Eldorado, ed è in tutto e per tutto espressione di quel mondo nascosto che conserva il prodotto della creatività di tanti artisti sconosciuti, e lo offre a chi ha occhi per vedere. O in questo caso orecchie per ascoltare.
Si tratta di un negozietto imboscato in Via Aosta dal nome già di per sè eloquente: Prog-Art.
Scoperto quasi per caso dal nostro scaltrissimo Abietto (che una volta chiarito di cosa si stesse trattando mi ha chiamato immediatamente intimandomi perentorio di “mettermi in macchina - correre giù più svelto possibile - ricordarmi di prendere del contante… TANTO contante”), si presenta in modo totalmente diverso da come chiunque di noi immagina un normale “negozio di dischi”.
Forse perchè normale non è…
Vetrine completamente coperte di manifesti di concerti, copertine di vecchi vinili spesso storici (notavo il mitico Yesterdays in condizioni decisamente “datate”…), poster…
Da fuori pare quasi un locale chiuso, abbandonato, coi vetri ingialliti ed una luce che si intravede a stento provenire dall’interno.
Si suona un citofono e di lì a poco ti viene aperta la porta da uno dei proprietari, che ti conduce alla scala che porta al piano superiore, percorrendo uno stretto passaggio attraverso “cose” di ogni genere accatastate un po’ ovunque.
Pezzi di mobili, vecchi giradischi, scatole con vinili di chissà quale provenienza, custodie dvd, riviste ingiallite… *cose*.
Al piano di sopra è l’APOTEOSI.
Par di stare in camera del compagno di classe invasato via con la musica.
L’ambiente è piccolo - di nicchia! - c’è una scrivania in fondo, coperta di cd ed altre *cose* sparse… su un lato la scaffalatura che ospita degli artigianalissimi cassetti di cartone contenenti i cd, ordinati in ordine alfabetico; sull’altro ancora scatole e dischi e/o cd nei quali non ho davvero avuto il coraggio di guardare, per non impazzire…
Curiosare in quel locale, in quell’ambiente così atipico, è un’esperienza UNICA.
Da una parte il fatto che dopo tanto tempo torno a sentirmi un vero ignorante del genere che preferisco, confrontandomi con la conoscenza vastissima dei proprietari di quel negozio, che esattamente come farebbe l’amico di cui sopra ti consigliano gruppi, album, sottogeneri dei più disparati, principalmente per il puro piacere di parlare di qualcosa che li appassiona e di poterlo condividere con qualcun’altro. Quasi che quel cd te lo dovessero prestare e non vendere.
Dall’altra parte quel gusto, che ormai ritenevo definitivamente perduto, di quando andavi nel tuo negozio di fiducia ad ascoltare le ultime novità uscite… su vinile. E dietro al banco il proprietario - che nel mio caso si chiamava Matteo - che con appassionata cura poneva la puntina sul disco e alzava fieramente il volume dell’impianto, descrivendo nel frattempo le peculiarità del gruppo di turno, dell’album di turno, corredate con relativo succoso gossip a tema.
Basta dar loro un indirizzo sul filone stilistico preferito ed in men che non si dica fanno comparire cd di gruppi totalmente sconosciuti, dalle più varie origini del mondo, che ti vengono sottoposti con dovizia di particolari fin’anche superiore al necessario.
C’è da impazzirci, a pensarci bene.
Io ho avuto un lungo momento di squilibrio, dove non sapevo più da che parte girarmi di fronte a quello scaffale coi cassetti di cartone.
Ho visto nomi di gruppi di cui avevo solo sentito parlare o letto per sbaglio da qualche parte che non ricordo, per non parlare degli infiniti altri che… chissà!
Beh, insomma… tutto questo per dire che in un piccolo angolino di Milano, in un luogo assolutamente insospettabile, esiste la “porta” per una di quelle nicchie dell’Underground, e varcarla per un progger può riservare eccezionali piaceri perduti.
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A parte qualche rara eccezione, al giorno d’oggi le radio sono semplicemente vetrine delle major, canali di vendita delle ultime novità su CD, possibilmente mainstream, quelle cose che i produttori pensano che il pubblico voglia (e in genere, ahimé, ci azzeccano pure), senza discussioni e senza dubbi. Una delle rare eccezioni di cui parlavo è Rock FM, una radio in cui si parla di qualsiasi sotto-genere rock dalle origini ai giorni nostri, entrando in dettaglio e facendo ascoltare ogni brano in maniera integrale e senza interruzioni, remix, “radio edit”, tagli o accorciamenti, né inutili e irritanti commenti. Una radio preziosa e adatta a chi non ascolta solo ciò che passa nelle altre emittenti, una radio preziosa per chi ama la musica nella sua interezza, una radio preziosa perché fa cultura e informa in modo divertente e attento ai diversi gusti, alle sensibilità e ai generi. Ora questa radio sta per chiudere. Non conosco ogni dettaglio del perché si sia arrivati a una simile decisione, ma certamente sarebbe una perdita per il panorama radiofonico italiano. Quindi, signori, vi prego di cliccare su questo link e di firmare la petizione. Spesso sento gente lamentarsi per quanto sia uniformato e noioso il panorama musicale, sia italiano che internazionale, e di quante persone abbiano il talento per fare musica diversa ma non possano avere i giusti sbocchi per farsi conoscere e per campare con la propria arte. Smettiamola di lamentarci e facciamo qualcosa di concreto. Salviamo la musica.
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