Ritrovato in un vecchio backup
Magari l’ho anche già postato, ma dato che non ne sono sicuro, lo riposto. L’ho ritrovato in una classica cartella “Varie” tra i documenti di un vecchio hard-disk. Whatever. Buona lettura.
Sono fatto così, sanguigno ed eccessivamente espressivo, loquace al limite della logorrea e ricco di consigli e giudizi facili che, molto spesso, io intendo quasi esclusivamente come paradossi dialettici e battute ma che possono essere fraintesi come condanne universali. Mi piace esporre le mie idee, quasi fossero oggetti in una vetrina del centro piena di luci e musichette, come le esposizioni dei gioiellieri davanti alle quali si fermano i futuri sposi. Raramente seguo il famoso detto “in media stat virtus”, almeno a parole. Forse è una forma di integralismo verbale, di estremismo argomentativo che aiuta a creare un personaggio, che fluidifica l’azione di allontanamento dalla massa, prendendo le distanze da tutte quelle cose banali e triviali che fanno parte di noi, nonostante tutto. Uno snobismo esistenziale portato a forma d’arte, un cabaret malato nel Teatrino delle Ombre. Ma i personaggi, per quanto positivi e creati con le migliori intenzioni, hanno la pessima abitudine di prendere il controllo degli attori e di stringerli in steccati comportamentali, direzionando in modo univoco la percezione di sé agli altri, come uno Sean Connery che si rifiuta di fare 007 solo quando si rende conto che ormai il mondo rischia di confondere le due figure, di identificare un personaggio nell’interprete che gli dà vita. Il fatto è che a volte prendere le distanze e costruirsi impalcature più rigide del necessario è rassicurante, ci dà (apparentemente) forza e decisione, ci fornisce una (illusoria) coerenza interiore. E poi, parliamoci chiaro, è un sacco divertente. Tuttavia è bene non prendere mai troppo sul serio ciò che si pensa e si dice, perché il rischio è il perdere di vista ciò che è davvero importante: ciò che si sente dentro.
Siamo tutti topini di zucchero sotto la pioggia e stiamo ancora pescando la pagliuzza più corta, come diceva qualcuno…
“Viviamo le nostre vite in piccoli involucri privati ignorando i nostri sensi e prendendoci per il culo da soli, raccontandoci che là fuori c’è qualcuno che tiene veramente a noi e che risponderà a tutte le nostre preghiere. Siamo casi terminali che continuano a parlare di cure inesistenti e che fanno finta che la fine sia lontana, facendo futili gesti in favore di camera con il trucco appena fatto e falsi sorrisi da P. R. E quando gli angeli scendono a liberarci dal fardello della nostra esistenza, ci rendiamo conto di ciò che, nel profondo, abbiamo sempre saputo: siamo noi la pagliuzza più corta.”
La fine è vicina e la vita non ha alcun significato, siamo solo un piccolo miracolo termodinamico, un sistema lontano dallo stato di equilibrio che si rifiuta di obbedire alle leggi dell’entropia. E proprio per questo è importante vedere chi, là fuori, tiene veramente a noi, le persone reali, ciechi che guidano ciechi sul ciglio del burrone e che, malgrado tutto, inventano giorno per giorno, parole, musiche, opere e omissioni, ricacciando il caos al centro dell’universo e mostrando un ghigno di beffarda sfida alla Grande Consolatrice. Perché da soli o in coppie, quelli che ti amano veramente camminano su e giù al di fuori del Muro. Siamo uomini di paglia, ma almeno abbiamo la possibilità di decidere la compattezza della trama. Perché ciò che sentiamo è una scintilla di luce (in tutti i luoghi in cui abbiamo nascosto il nostro amore) che troppo spesso diventa un lumicino pallido come il sole in una mattinata invernale, coperto da nubi e nebbie urgenti, da esigenze di un ego strabordante e in perenne richiesta. Così come non servono tante parole per mostrare la propria bellezza, non servono tante illusioni per ottenere ciò che abbiamo già: la luce del profondo e la corrente che ti trascina via.
Buona notte, e buona fortuna.
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